Gli alberi all’inferno

Mentre nel quartiere Prenestino-Torpignattara si lotta contro il taglio degli alberi e l’ennesima cementificazione, ad opera del supermercato Lidl, riproponiamo questo testo di Alessandra Amitrano, del Comitato di Quartiere di Villa Certosa. A cosa servono gli alberi in quartiere?
di Alessandra Amitrano
(da Laspro 32 aprile/maggio 2015)

Quando sono in macchina, ma anche quando cammino in città, se sono nervosa, alzo la testa e guardo gli alberi e nella mente mi dico: guarda gli alberi, guarda gli alberi, guarda gli alberi.
Finché non li vedo: sono vivi e silenziosi.
Mettono pace.
Lo faccio spesso da quando sono madre. Il quartiere in cui vivo, sciatto malconcio maltrattato, mi fa male. Mi fa male vedere i miei figli camminare accanto a mucchi di spazzatura, mi fa male scansare con loro le siringhe nei parchi, cercare delle risposte quando mio figlio più grande mi chiede perché delle persone gridano, bestemmiano, vomitano, barcollano. Mi fanno molto più male queste cose, da quando sono la madre di due persone.
Allora guardo gli alberi e li faccio guardare anche a loro. Gli dico guarda, glielo dico una volta sola, tanto loro li vedono subito.

Tutte le fotografie sono di Sabrina Ramacci

Ne stavamo guardando uno ieri, quando Diego mi ha detto: «Mamma, puoi smettere di parlare che non sento?» mentre un amico, Luca, ci mostrava i semi della catalpa e ci diceva che hanno le piumine per farsi portare via dal vento, oppure per attaccarsi ai manti degli animali per essere portati in giro da loro.
È vero, mentre Luca parlava, in quel momento, stavo chiacchierando con un’altra persona, ma sentivo tutto e questa cosa dei semi con le piumine che li aiutano a farsi portare via dal vento mi ha dedicato un momento di tenerezza. Per un attimo, per gli attimi di tutti gli alberi che abbiamo guardato, per gli attimi delle bambine e dei bambini che ascoltavano le parole della guida, mi sono dimenticata Torpignattara. Anzi, non me la sono dimenticata, l’ho sentita in un altro modo. Torpignattara ieri era anche amabile, stranamente rasserenante come il rumore delle foglie nel bosco, come il sole che scende sotto il mare.
TP1Grazie ai platani di via Torpignattara, agli olmi e ai tigli di via Filarete, alle catalpe della Casilina, Torpignattara, ieri, non era solo un posto ostile.
Delle persone sconosciute si sono via via unite a noi per fare dei tratti di strada insieme, ad ascoltare le storie degli alberi. Una signora si è affacciata dalla finestra, ci sentiva benissimo, poi ci ha chiesto come si chiamavano gli alberi alti, quelli in mezzo a via Filarete. «Ah sì, gli olmi!» ci ha detto prima di salutarci «ci stanno anche a casa mia, in Abruzzo».
Poi siamo arrivati dall’albero che sembra una madre con tante appartenenze: la quercia del pratino del costone della Certosa. Il costone che di notte si riempie di buchi e disperazione.
Le siringhe erano dappertutto, sbucavano come i fili di un prato umiliato, abbattuto, deriso. E di fronte alla quercia che da un tempo troppo lungo osserva tutto in silenzio, abbiamo guardato l’albero con il cane di pelouche attaccato, quello sotto al quale è morto un ragazzo poco tempo fa. Stava con una ragazza, dormivano. Lui era pieno di roba cattiva. Continua a leggere