[Bassa Fedeltà] Le luci della centrale elettrica “Canzoni da spiaggia deturpata”

di Ilario Galati (da Laspro 1 aprile/maggio 2009)

Si è da qualche tempo interrotta la rubrica musicale di Laspro Bassa Fedeltà, tenuta da Ilario Galati, che è andata avanti dal numero 1 di aprile 2009 fino al numero 33 di settembre 2015. Ripubblichiamo ora sul blog alcuni degli articoli comparsi sulla versione cartacea della rivista, a partire dal primo, su un cantautore che sembrava dovesse cambiare la storia della musica italiana ma che abbiamo un po’ perso di vista.
A Ilario il ringraziamento per averci fatto scoprire musiche e storie che non conoscevamo, sperando di poterne leggere di nuovo in futuro. Buona lettura.
(REDAZIONE DI LASPRO)

le_luci_cover_con_adesivo1Dopo un anno di ascolti, dopo aver guadagnato copertine a destra e manca, dopo la targa Tenco e la conseguente sovraesposizione, questo disco continua a rappresentare un caso davvero singolare nel panorama musicale del nostro paese. Canzoni da Spiaggia Deturpata mette in fila istantanee crudeli, scampoli di poesia urbana, canzoni dimesse che l’attento lavoro del mai troppo venerato Giorgio Canali ha reso più digeribili rispetto al demo originario del 2007: Stagnola, La Lotta Armata Al Bar, Piromani, Lacrimogeni raccontano con cruda realtà il ‘sottovuoto spinto’ nel quale galleggiamo.

Quello di un paese senza memoria, con le sue periferie spersonalizzanti e le piazze vuote, che rappresentano il contesto entro il quale prendono vita le storie de Le Luci Della Centrale Elettrica, alias Vasco Brondi da Ferrara. Storie nelle quali l’io narrante, pur in una prospettiva individualista, nasconde un noi collettivo che sopravvive alla condizione patologica di non avere più l’appartenenza. Non quella intesa come il riconoscersi in qualcosa di rituale e massificato ma quella che, per dirla alla Gaber, significa «avere gli altri dentro di sé». Ecco, CdSD ci racconta cosa siamo diventati con una lucidità da fare invidia ai sociologi. Lo fa in maniera diretta e sgraziata con uno sguardo talmente cinico da farci male. E lo fa in un momento in cui quasi tutti fanno il gioco del silenzio. Continua a leggere

Ritorno da Kobane, cuore della rivoluzione femminista – intervista a Carla Centioni

di Patrizia Fiocchetti

«Da dove posso iniziare a raccontare? Le sensazioni sono talmente tante che ho quasi difficoltà a restituirle. È come se volessi trattenerle per riuscire ad elaborarle dandogli il giusto tempo. Essermi trovata nel luogo dove si sta compiendo la prima rivoluzione femminista è di forte emozione».
Le parole descrivono benissimo quanto colgo dal volto e dai gesti di Carla Centioni, rientrata da un mese dalla sua missione a Kobane, capoluogo del Rojava, nel Kurdistan siriano, città simbolo della lotta contro il Daesh. Ci incontriamo nell’appartamento di un caro amico, Giancarlo Scotoni che l’ha accompagnata e ne ha atteso il ritorno a Erbil, in Iraq.
Carla Centioni è la presidente dell’associazione PonteDonna che si occupa di progetti rivolti alle donne vittime della violenza maschile. Ma Carla è anche un’attivista che porta la propria esperienza e sensibilità all’interno del movimento #Nonunadimeno. E anche una mia cara amica.13901440_598584550315455_4511675929860650029_nÈ un piacere parlare di questo tuo viaggio, finalmente. Un viaggio che ci ha colti un po’ tutti di sorpresa. Nel 2015 siamo partite insieme per Kobane ed è proprio in quell’occasione che ci siamo conosciute. Partivamo alla volta di questa città appena liberata. Credo per te sia stata una emozione forte tornarci a distanza di due anni esatti. Ritrovare una Kobane trasformata. Io ne conservo le immagini di distruzione e mi interessa chiederti prima di tutto, come hai ritrovato la città.
«Quando entrammo a Kobane agli inizi di marzo 2015, era passato appena un mese dalla liberazione dal Daesh. Circolavano solo i componenti dell’Unità di difesa popolare (Ypg) e di difesa delle donne (Ypj). Ricorderai le nostre camminate sui mucchi di macerie. Ho trovato una città trasformata e sì, ho provato una profonda emozione. Kobane si è ripopolata, quasi tutti gli abitanti sono rientrati, attualmente ci vivono 40.000 persone. A parte la zona scelta per un museo a cielo aperto a testimonianza della vittoria contro il Daesh, vicino la porta che segna il confine con la Turchia, il resto della città è un cantiere. Nel corso dell’incontro avuto con il sindaco di Kobane, Muro Huseyn, ho preso visione del progetto di ricostruzione della città. Lo ho accompagnato in una visita ad un quartiere di edilizia popolare di nuova costruzione: il 21 marzo in occasione del Nowruz (Capodanno per i popoli di alcune zone e paesi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, che coincide con l’equinozio di primavera, nda) verrà consegnato ai figli dei combattenti uccisi». Continua a leggere

[Laspro 38] Donne che scelgono la rivoluzione – intervista a Paola Staccioli

di Luigi Lorusso (da Laspro 38 – gennaio/febbraio 2017)

Pag. 8 StaccioliSebben che siamo donne – Storie di donne rivoluzionarie è un libro uscito nel 2015 per DeriveApprodi, scritto da Paola Staccioli, scrittrice, collaboratrice di Laspro e infaticabile organizzatrice di iniziative culturali, di quella cultura che non esita a definirsi di parte e militante. Il libro, tre anni dopo Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste, si concentra questa volta sull’Italia, su dieci donne accomunate dalla militanza politica in organizzazioni rivoluzionarie armate (tranne in un caso) e dalla loro morte violenta collegata a tale militanza. L’arco temporale va dal 1970 al 2009 ma, inevitabilmente, si concentra in particolare sugli anni ’70. Il libro è completato da una esauriente appendice sulle organizzazioni citate nel libro e da una testimonianza di Silvia Baraldini, prigioniera negli Usa e poi in Italia dal 1983 al 2006 per la sua appartenenza a organizzazioni rivoluzionarie.

Il libro, scrive Staccioli, nasce «per dare un volto e un perché a una congiunzione: anche. Nel commando c’era anche una donna. Titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo».

Nel libro sottolinei l’internità delle donne ai movimenti rivoluzionari di cui facevano parte, non come un’anomalia al loro interno, per cui sui mezzi di comunicazione dell’epoca: «Da un lato vengono demonizzate, dall’altro generano romanticismo rivoluzionario». Come le dieci storie raccontate invece affermano la piena partecipazione delle donne ai loro movimenti?
«Negli anni Settanta e Ottanta in Italia molte donne hanno militato nelle organizzazioni armate della sinistra rivoluzionaria. Numericamente erano una minoranza, ma le motivazioni che le hanno spinte sono state analoghe. Eppure l’immaginario sociale ha sempre percepito in modo diverso una “donna che combatte”. Una sorta di moderna strega da demonizzare o, viceversa, da idealizzare. Una guerrigliera romantica. Del resto è quello che sta accadendo con le combattenti curde. La donna che impugna le armi si trasforma in un’idea, un mito e si perdono i contorni della sua scelta concreta, che può essere compresa solo se inserita nel contesto di un progetto collettivo di trasformazione radicale della società. Di una lotta in cui donne e uomini partecipano con gli stessi obiettivi. In Italia sono stati comunemente definiti terroristi. Anche se il vero terrorismo – bombe, stragi, tentativi di golpe – era in quegli anni quello dello Stato. Quello della strategia della tensione. Una reazione per tentare di bloccare ogni cambiamento, generare insicurezza, spostare a destra il paese». Continua a leggere

Il velo della discordia

di Patrizia Fiocchetti

Le immagini sanno emozionarti, coglierti di sorpresa, offenderti. Le immagini arrivano dritte a colpire un punto dolente dello spirito, andando a sollecitare moti che spesso lasciamo impigrire in qualche angolo di noi stessi. Le immagini, le foto parlano. Ma la loro lingua va poi decodificata, in qualche modo contestualizzata.

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Non ho potuto fare a meno di passare interi minuti ad osservare la fotografia scattata l’11 febbraio scorso a Teheran, dove sono ritratte alcune ministre svedesi in hijab (coperte sia il capo che le forme del corpo) sfilare, con una postura alcune quasi ripiegata su se stessa, di fronte ad un sorridente e, perché no, anche soddisfatto Hassan Rouhani, presidente di quel regime teocratico che dal 1979 stringe in una morsa l’Iran e il suo popolo.

Non mi soffermo sui sentimenti provati, ne citerò uno solo, la vergogna, per me rappresentativo in quanto donna che guarda altre del suo genere rinnegare se stesse nello spregio delle proprie sorelle. Continua a leggere

[Pop-Corner] Natsuo Kirino: una lettura di genere del lato oscuro del Sol Levante

di Duka (da Laspro 38, gennaio/febbraio 2017)

kirino_natsuoNatsuo Kirino, nome d’arte di Mariko Hashioka, nata a Kanazawa nel 1951, è una delle più importanti scrittrici giapponesi nota soprattutto per i suoi romanzi gialli e hard boiled. Autrice famosissima nel suo paese. Non amata in patria dalla critica letteraria – che vede le donne adatte a scrivere solo storie d’amore – per le trame anticonvenzionali. Durante una trasmissione, un conduttore radiofonico si rifiutò di interloquire con lei poiché in uno dei suoi libri narrava la vicenda di una moglie assassina del proprio marito.
Contestatrice formidabile delle istituzioni sacre, la sua voce dà un nuovo respiro alla letteratura nipponica.
Figlia di un architetto e laureata in legge, prima di diventare scrittrice di professione ha lavorato come editor e articolista.
Dopo gli esordi negli anni ’80 come autrice di romanzi rosa – genere letterario poco in voga in Giappone – sposta la sua attenzione verso gli aspetti psicologici del crime.
Le sue storie, come nel caso di Le Quattro Casalinghe di Tokyo, trovano spesso riscontro nella realtà del suo paese: nel 2007 una donna uccide il marito, ne smembra il corpo e si sbarazza dei resti seminandoli per tutta Tokio.
Natsuo ci regala immagini poco idilliache del Sol Levante. Lontane dallo stereotipo fatto di sgargianti carpe koi, Hello Kitty e fiori di ciliegio.
Gli scenari macabri dei suoi romanzi richiamano lo splatter; accostandosi, per stile, anche al hard boiled americano, da cui tuttavia si differenzia per per la scelta – spesso – di protagoniste femminili.
Donne e crimine sono il fulcro del suo lavoro. Istantanee cupe di esistenze e solitudini.
Umanità “altra” che spesso – ma non solo e non in modo discriminante – appartiene alle classi inferiori della società giapponese. Vittime di ingiustizie sociali e ricatti economici, ma consapevoli del quotidiano da cui non si sottraggono e che, anzi, affrontano. Continua a leggere

Di nausee, razzismi e paura: perché occorre agire

di Patrizia Fiocchetti

Cammino per le strade di questa città. E non ha importanza quale sia, potrebbe essere Roma dove vivo, Pordenone o Udine dove lavoro, o qualsiasi altra che mi capita di attraversare. E mentre ne solco gli spazi i miei sensi sono sempre all’erta a catturare gli stimoli, sguardi fugaci, saluti frettolosi, odori acri o gradevoli, scambi di battute e gesti.

keep fighting

Illustrazione di Lisa Lau

Mi è sempre piaciuto studiare gli altri, le donne e gli uomini nella loro quotidianità costituita da frammenti di stati d’animo e millimetriche espressioni. L’ho fatto fin da giovanissima, semplicemente perché l’essere umano per me ha sempre rappresentato la precipua forma vitale degna d’interesse, da cui imparare, da difendere e proteggere.

Tutte le scelte essenziali della mia vita sono state segnate da questa passione.
Ma ora avrei solo voglia di non sentire e non vedere. Oggi ho la nausea. Da giorni ormai ci convivo. Bloccata lì nello stomaco dove si è ricavata un rifugio, non si trasforma in liberatorio sfogo fisiologico.
Lo ammetto subito: non ho nulla di fisico, sono più di dieci anni che non vengo colpita da alcuna forma di virus influenzale. La radice del malore è chiara: si è sviluppato piano piano, sotto i colpi di un quotidiano e di un contesto politico che inesorabilmente è andato degenerando in modelli di disumanizzazione che non pensavo mai di poter conoscere.  Continua a leggere

[Laspro 38] La Storia che non vi hanno raccontato: Calibano e la strega.

Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

di Agnese Trocchi in conversazione con Miriam Tola (da Laspro 38, marzo/aprile 2017)

passato-prossimo-federici-calibano-strega_7agosto_copiaIl senso della fine come orizzonte degli eventi ha sempre accompagnato ogni epoca storica, ma ci siamo mai soffermate a pensare alle apocalissi che ci sono già state? Alle “fini del mondo” che si sono abbattute su intere civiltà spazzate via dall’ingordigia dei coloni europei? O alla storia delle donne in Europa (e poi nel Nuovo Mondo) tra il XV e il XVII secolo durante la Caccia alle Streghe? Fu un’offensiva senza precedenti contro il genere femminile che segnò la sparizione di conoscenze, relazioni e visioni del mondo basate sulla condivisione e libere dai meccanicismi della produzione.
Di questa guerra taciuta contro le donne (perché la storia è narrata dai vincitori) e dei genocidi contro le popolazioni indigene delle terre colonizzate, parla la storica Silvia Federici nel suo libro Calibano e la Strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Mimesis 2015, 343 pagine 30 euro).

Calibano e la Strega, pubblicato nel 2004 a New York dalla piccola e battagliera casa editrice indipendente Autonomedia (quella che negli anni ’90 pubblicava T.A.Z. di Hakim Bey) è stato tradotto in italiano e pubblicato dalla casa editrice Mimesis nel 2015.
Undici anni perché questo saggio illuminante arrivasse anche qui in Italia: per quelle di noi che avevano già letto il libro in inglese rovistando nei magazzini di Autonomedia per scovarne nel 2007 l’ultima copia, vederlo ora circolare nella vecchia Europa in italiano è una gioia che non si può non condividere.

Calibano e la Strega è una ricostruzione storica, in chiave femminista marxista, del passaggio dal feudalesimo al capitalismo tra il XIV e il XVII secolo.

Un passaggio avvenuto a discapito di altri mondi possibili e il cui costo è stato pagato con il sangue, con la povertà e con la disperazione di milioni di donne e uomini in Europa e nel resto del pianeta. Continua a leggere

[Laspro 37] Aprite i cassetti a RAMI – Rescued Archives Initiative Memories

di Luigi Lorusso (da Laspro 37 – ottobre 2016)

Facevo un gioco un tempo con la scrittura, prima che diventasse un impegno, fatto di cose serie da scrivere su agenda e computer: andavo a un giardino vicino casa mia, in una di quelle poche zone della Tiburtina in cui le auto e i palazzi lasciano qualche metro quadro per delle panchine, alcuni alberi e dei giochi per bambini. Lì mi sedevo, aprivo un quaderno, prendevo la penna e iniziavo a scrivere, senza pensare, solo guardare e scrivere con la penna sul foglio, veloce tanto da rendere poi la decodifica piuttosto difficile. Non era un problema, non erano testi fatti per essere riletti né, tanto meno, da far leggere a qualcuno.
Fin troppo facile dire che la mano che impugna la penna crea una connessione diretta tra quel che dentro di noi c’è di troppo mentale e la corporeità di questo inchiostro che si sparge su un foglio di carta. Facile ma vero: la scrittura a mano è quella che utilizziamo, sempre meno, per biglietti d’auguri, lettere d’amore, appunti di pensieri che altrimenti schizzerebbero via.

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Le fotografie sono state scattate durante un laboratorio del progetto RAMI in una IV elementare dell’Istituto Comprensivo Mahatma Gandhi di Roma

Oppure, ancora, per disegnare mappe più comprensibili di quelle di Google, liste della spesa, schede di valutazione (queste ultime riservate a noi insegnanti).
Ci sarebbero sicuramente fior di studi adatti a confermare come la scrittura a mano aiuti il pensiero – formulazione piuttosto vaga, lo so – o citazioni da quella notizia secondo la quale in un qualche paese nordico (la Finlandia?) tra un paio d’anni o giù di lì non verrà più utilizzata la scrittura a mano nelle scuole. Continua a leggere

[Laspro 38]#NonUnaDiMeno. Editoriale

È uscito il numero 38 di Laspro (gennaio / febbraio 2017), in distribuzione nei consueti spazi e su abbonamento (leggi qui per sapere come abbonarsi e sostenere la rivista con 10 euro l’anno). Questo numero prende spunto dalla manifestazione #NonUnaDiMeno contro la violenza sulle donne del 26 novembre, con articoli e interventi della cooperativa Be Free, del collettivo Cattive Maestre, interviste a Patrizia Fiocchetti e Paola Staccioli e altro.
Qui l’editoriale.

di Patrizia Fiocchetti

Non mi sono mai fermata. A un certo punto della mia vita ho iniziato a camminare e non ho più voltato la testa indietro. Ho percorso migliaia di chilometri, muovendomi verso oriente, verso il sud del mondo in direzione opposta al mio percorso di appartenenza, alla mia cultura, alle mie radici, alla mia educazione per ritrovare quanto di me avevo perduto.
E quella decisione dolorosa ha rappresentato la mia salvezza. La necessità di conoscenza, la curiosità unita al senso di perdita, pezzo dopo pezzo, delle certezze in cui si cresce, è il fuoco che inizia il moto perenne dei passi di una donna, e di un uomo. È il viaggio migliore, l’unico sano nell’avventura dell’esistenza.
In questo camminare ho incrociato la mia storia a quella personale di tante altre donne, e mi sono riflessa nelle loro ragioni, nella loro scelta di essere protagoniste di un cambiamento radicale di loro stesse e della società in cui erano cresciute. Parlavano di repressione, tortura, prigione ma anche delle incomprensioni all’interno della famiglia di appartenenza, la lotta con padri e fratelli ma anche con madri a difesa di un ordine costituito e quindi sicuro per quanto ingiusto; e poi di amiche, sorelle con cui avevano condiviso il battito d’ali della ribellione e l’ebrezza della libertà di azione.

«Ma il nemico più duro da battere» mi dicevano «lo portiamo inciso dentro. È quell’idea di patriarcato in cui hanno plasmato la nostra mente, la nostra anima e gli stessi nostri desideri. Contro di essa c’è un’intera vita di lotta».

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Mi sono nutrita dei racconti di stralci delle loro vite, intercalati da parole di dolore o da risate per improvvisi aneddoti ricordati. E anche quando non ne avevo piena consapevolezza, mi hanno insegnato a credere come si può essere protagoniste della Storia, sì quella con la S maiuscola. Anzi, come finalmente siamo noi donne a scriverla la Storia dell’umanità. Continua a leggere

Keep calm and kick ass. Breve manuale di autodifesa digitale in chiave antisessista

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a cura di Giusi Palomba

        Come accade in ogni spazio pubblico, la rete è un luogo in cui si possono sviluppare violenze più o meno palesi, dove possono trovare terreno fertile sessismo e discriminazioni. È ormai chiaro quanto la comunicazione mediata, lungi da essere strumento di partecipazione attiva sostenuta dalla retorica della sua “bontà”, sia invece spesso esasperazione di comportamenti antisociali e distruttivi, tanto che non è più tanto strano pensare che l’hatespeech rafforzi e aggravi la violenza agita sia in pubblico che in privato.

        In quanto rivista coinvolta nelle dinamiche sociali, ci preme soffermarci in occasione di un numero dedicato alla violenza sessista, anche sulla sua versione social, così spinosa e difficile da contrastare. Si può dire che oltre all’uso ordinario che si fa dei social, esiste l’uso che ne fanno gli attivist*, che in quanto tali sono talvolta espost* in maniera significativa negli scambi e confronti in rete, poiché veicolo di contenuti sensibili e obiettivo di soggetti e realtà organizzate che fanno dell’anonimato – difficile nella vita reale – una condizione ottimale di sfogo della propria ferocia.

      È possibile vivere in maniera sana l’esperienza dei social network? Già il collettivo Ippolita parla di “informatica conviviale” per intendere una maniera consapevole di stare nella rete, ma gli scontri e gli attacchi esistono, come esistono i troll e chi sguazza nell’alfabetismo funzionale per creare scompiglio, ed è difficile incontrare spazi virtuali che ne siano davvero immuni, oltre che pericoloso dare per scontato che chi abbia più esperienza politica sia per definizione in grado di gestire lucidamente tutto ciò. Dunque come difendersi e sovvertire così la sensazione di impotenza che in questi casi riguarda in particolare i soggetti vulnerabilizzati? È una domanda aperta e non riusciremo ad esaurirla qui, ma è bene iniziare a porsela e a ragionare sui giusti strumenti.

      Ciò che possiamo già fare è riassumere in un breve manuale le esperienze maturate da chi utilizza anche i social network come strumento di diffusione di contenuti significativi e si è ritrovat* spesso davanti alla difficoltà obiettiva di uscire da un conflitto, quando non di fronteggiare una violenza vera e propria, un attacco coordinato, con conseguenze anche pesanti sia dal punto di vista psicologico che di quello della libertà di diffusione in rete di idee indipendenti. (Questo ultimo punto speriamo di riuscire a trattarlo con più calma, di approfondire successivamente, perché diventa delicato e importante esprimersi a proposito.)

     Detto questo va sottolineato che la nostra stessa presenza come avatar e la messa in condivisione di contenuti su piattaforme commerciali, ci sottopone a vivere tra le parentesi di una contraddizione insuperabile. Davvero troppo ingenuo pensare che lo scopo dei social network per come li conosciamo oggi, possa essere filantropico o che i criteri di valutazione o di risoluzione dei conflitti siano neutri o rispondano al sistema di valori che noi o la nostra comunità di riferimento riteniamo giusti e imprescindibili. In sostanza, far parte di un social network deve essere una scelta ponderata: in caso di conflitti dobbiamo aspettarci che gli interessi commerciali vengano garantiti prima dei diritti umani.

      Questa è l’enorme contraddizione che cerchiamo di rimuovere ogni giorno. Senza negare che sia possibile hackerare certe logiche, di certo non assumeremmo mai Ronald Mc Donald come nutrizionista di fiducia e nemmeno dovremmo aspettarci che Facebook sia un fedele alleato nella lotta contro il patriarcato, l’eteronormativismo, gli stereotipi di genere. Il capitalismo digitale si fa così immateriale da portarci spesso in direzioni poco percorribili. L’impegno costante dovrebbe essere messo nell’inventare spazi nuovi e liberati, anche virtuali.

       Tornando al pratico. Su Laspro si è già parlato diverse volte di rapporto coi social network, di rete, e di autodifesa digitale. Dunque lo rifacciamo da una prospettiva di genere interpellando questi stessi soggetti e collettivi amici che militano in ambienti femministi ed lgbtqi e operano in rete o la studiano. Raccogliamo spunti per una fruizione positiva di strumenti che influenzano fortemente il quotidiano, a partire dal nostro umore fino al comportamento sociale, dall’autostima alla scelta o no di collettivizzare le proprie esperienze e farne strumento di autodeterminazione.

Chiunque abbia voglia di contribuire con ulteriori punti, ci contatti alla pagina facebook di Laspro o all’indirizzo beast-it@autistiche.org.

Ecco il nostro breve manuale:

1. USA IL SUBVERTISING!

Eretica | ABBATTO I MURI – Attivista/Blog collettivo femminista

“Sono una puttana, embé?”. Utilizza i termini con cui vieni offesa per capovolgerli. Il trucco è riappropriarsi di un termine offensivo in chiave positiva, autodeterminata e libera. Sui nostri canali abbiamo iniziato con questa tecnica tempo fa ed ha funzionato. Ad esempio l’immagine del bambino atterrito e la battuta “mangia tutto che sennò arriva il gender”. Contro il body shaming abbiamo pubblicato cicatrici cosce con cellulite gambe non depilate e altro per raccontare di quel che siamo fatte in realtà. Molti altri materiali per approfondire il tema sono disponibili sul blog.

2. RISPONDI PER CHI LEGGE

LORENZO GASPARRINI – Autore di “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni“.

Rispondi per chi legge, non a chi pratica bullismo o sessismo in rete. Lascia qualcosa di utile a chi incontra quelle parole e non perdere tempo a parlare con chi non sa ascoltare. Usa l’ironia e l’autoironia per installare un utile e fertile dubbio non su quello o quella che ti offende, ma sul modo e sull’argomento usato per offendere. Sfrutta la tua risposta (una sola!) per aprire una strada a chi legge, con un nome, un link, un concetto. Rendi le sue brutte parole una bella occasione.

3. CHI TI ATTACCA E PERCHÉ?

ETHAN BONALI – attivista trans

Quando si subisce un attacco, nell’ottica di difendersi, è importante comprendere chi lo fa più che perché. Questo serve a filtrare le ripercussioni psicologiche, risparmiare energie ed essere efficaci in una eventuale risposta. È importante, infatti, anche saper decidere se vale la pena o no rispondere.

  • Cercate di capire chi vi sta attaccando, magari andando a guardare il suo profilo Fb, analizzando il suo lessico, lasciandolo esporsi per farlo sbilanciare.
  • Non ponetevi mai in una posizione di svantaggio come giustificare la vostra identità o orientamento sessuale o lasciandovi definire.
  • Non cancellate conversazioni spiacevoli ma rileggetele dopo del tempo, a mente fredda, per imparare dagli errori, per individuare i vostri punti deboli e quelli di chi vi attacca poiché, solitamente, le argomentazioni sono sempre le stesse. Riesaminare le dinamiche vi renderà più forti, consapevoli e pronti in futuro.
  • Praticate il distacco da chi vi attacca mediante l’ironia e non andate mai sul personale perché questo crea un legame fortissimo con l’interlocutore.

Il punto che segue, a cura di un collettivo (intervistato anche *qui* e *qui*) impegnato negli ultimi tempi a studiare anche gli effetti neurocognitivi della presenza in rete, specie in caso di scambi/scontri sterili e senza soluzioni, potrebbe essere il primo e quello da cui prescindono tutti gli altri:

4. FAI CASO AI TUOI STATI D’ANIMO E AL TEMPO CHE PASSA

Collettivo Ippolita. Autore di Nell’acquario di Facebook. Ippolita.net

Un’altra notifica, un altro messaggio! Mi innervosisce, o mi eccita? Lo stavo aspettando? Le piattaforme digitali commerciali sono strutturate in modo da richiedere sempre maggiore attenzione e quindi impiego di tempo, tendono a farci entrare in circuiti di interazione automatica. I sistemi di notifica sollecitano l’attenzione, modificando le concentrazioni ormonali nei corpi umani e quindi l’umore. Perdere la nozione del tempo mentre si utilizzano dispositivi elettronici è un chiaro segnale di assuefazione. È possibile educarsi a rallentare e diminuire le interazioni automatiche, limitare la quantità di notifiche e quindi il tempo speso in uno stato di flusso.