[Laspro 37] Babbo Natale e il mio amico Gianni

di Alessandro Pera (da Laspro 37, ottobre 2016)

christmas-1072575_960_720«Bambini, da oggi inizieremo un nuovo percorso, un laboratorio, ma non parleremo soltanto, faremo anche delle cose, tutti insieme. L’attività più importante sarà realizzare su un foglio gigantesco un disegno collettivo, fatto da tutta la classe. Con il vostro aiuto disegneremo una grande mappa, una cartina, che avrà come oggetto il vostro quartiere».

«Che vuol dire quartiere?».


La scuola era parecchi chilometri fuori dal raccordo; per andarci io prendevo l’autostrada ma un pezzetto di ingorgo poi lo dovevi comunque affrontare e alla fine impiegavo quasi un’ora. Il lavoro però non era male, un laboratorio con tutte le classi delle elementari, dalla prima alla quinta, per “educare gli alunni alla conoscenza del territorio”, come pomposamente annunciava il progetto.
Quando Mirko, con i suoi capelli cortissimi e le orecchie a sventola, ha fatto la domanda, continuando a tenere la mano alzata mentre parlava, io mi sono sentito veramente un cretino. Stavo andando avanti da dieci minuti, con la partecipazione, il percorso, il laboratorio, la mappa, la cartina: era ovvio che in prima avrei dovuto cambiare linguaggio. Loro mi avevano ascoltato in silenzio, con affettuosa simpatia: in fondo ero andato fino a laggiù e avevano capito subito che dovevano prendersi cura di me, uno così strano bisogna aiutarlo e fare le facce serie come se si stesse capendo qualcosa.
Per fortuna c’era con me il mio amico Gianni, che spiegò più a gesti che a parole cosa si intendeva per quartiere, indicando dalla finestra edifici e confini, come se anche lui stesse usando per la prima volta questa parola. Dopo il suo intervento i bambini erano tutti eccitati, molti si erano alzati in piedi e chiedevano cosa si poteva mettere nel disegno; volevano inserire le case popolari con i loro strani colori, ma anche la mamma, il bar di Franco, le case di tutti gli alunni, Pippo con il suo cane, il grande albero e la fontanella.
La scuola era l’ultimo edificio del quartiere e dopo c’era il nulla, non potevi proseguire perché non c’era neanche la strada, dovevi tornare indietro; era al confine del mondo. Davanti alla scuola c’era uno slargo di asfalto sempre vuoto e silenzioso a parte l’orario di entrata e di uscita; dopo c’era solo prato. Lo sguardo si perdeva dentro la campagna e si intravvedevano appena alcuni palazzoni di un’altra periferia, che però distavano diversi chilometri. Sul marciapiede opposto all’ingresso, c’era solo una fontanella. Magari avevano pensato che un viandante volesse bere prima di affrontare un viaggio senza meta dentro l’immenso prato oppure avevano letto da qualche parte che la vista del nulla fa venire sete. Non so se qualcuno ci avesse mai bevuto e perché l’avessero messa in quel posto assurdo, solitaria, quasi a segnare un confine oppure l’inizio della ritirata di un esercito in fuga. Forse pensavano di costruire ancora, che la città dovesse continuare, con altre vie, piazze e scuole e altri bambini: quelli del comitato di quartiere ci dissero poi che i nomadi ci venivano a lavarsi, lì davanti alla scuola, dopo essersi accampati nel prato sbattuto dal vento. Io e Gianni promettemmo ai bambini che nel grande disegno avremmo messo anche la fontanella, così la piazza non restava vuota.
Per fortuna che c’era con me in quella avventura il mio amico Gianni, che non si è dimenticato di quando era bambino, del sudore e dell’entusiasmo; e poi conosce anche i cartoni, i pennarelli che non si cancellano, i skifiltor, i fumetti, i cantanti, i writer e i calciatori, tutti gli eroi sbilenchi di questo nostro tempo. Io invece nella quinta me ne sono uscito che spesso nel Rinascimento facevano le piazze più importanti in periferia, al confine della città, e lì mettevano le chiese più belle. I bambini mi hanno guardato strano, pensavano forse che questi rinascimenti erano pazzi come me. La maestra Rita mi ha rivolto invece un triste sorriso.

Le cose belle e le cose brutte del quartiere: in quarta abbiamo diviso in due la lavagna. All’inizio sono più gli aspetti positivi, gli amici, il campo di calcio, il bar, la festa della parrocchia, solo Marco segnala le buche sulla strada vecchia e Daniel è arrabbiato perché non ci sono né scivoli né altalene. Poi però le bambine prendono coraggio e ammettono che no, a loro il quartiere non piace, non ci sono i negozi, neanche la farmacia, non c’è il cinema e inoltre l’autobus non passa mai. Samantha alza la voce e dice un po’ polemica che certi amici è meglio non averli, che i maschi sono stupidi e quando va da sola in piazza le danno fastidio e la prendono in giro. E Ilaria protesta perché le macchine corrono sul viale grande e lei ha paura perché non c’è il marciapiede. Anche Marta parla dei negozi, prima ce n’era qualcuno, poi hanno chiuso anche quelli. Certo che i negozi sono pochi, dice Giulia, ci sono i ladri, poi si erano anche accampati i zingari e i furti sono aumentati, anche da Franco sono stati a rubare, e poi una volta hanno sparato, in piazza, davvero. Il ricordo della sparatoria rianima i maschi che in fin dei conti non sembrano dispiaciuti, anche qui da noi succedono cose. Verso la fine alza la mano Giada, quella piccola piccola che sta al primo banco e non apre mai bocca. Dice che lei ha paura dei cani, dei branchi di cani che aggrediscono i passanti. Io penso che ha visto forse ha visto troppi film sulla bambola assassina, gli squali e il cane maledetto; al comitato di quartiere ci hanno detto però che davvero girano gruppi di randagi, dieci e anche più. Molti hanno paura, non solo i bambini, ma nessuno fa niente, neanche per questo.

I miei figli mi hanno spiegato che anche la Pimpa ha un amico che si chiama Gianni.

E una volta lei è andata a trovarlo mentre Armando dormiva e ha fatto tardi, e allora ha telefonato alla casa che gentilmente si è spostata, le è venuta incontro, dolcemente, per non svegliare Armando che dormiva sul divano. Mi hanno fatto vedere sul libro la casa che cammina con i suoi piccoli piedi per fare un favore alla Pimpa.
La cosa più difficile ci è successa con la terza, eravamo al quarto incontro, avevano otto o nove anni ma sembravano molto maturi e avevano fatto diverse proposte sensate per migliorare il quartiere. Quel giorno però erano parecchio distratti e faticavano a elaborare i discorsi. Mancavano pochi giorni alle vacanze di Natale e forse erano eccitati per quello. Infatti alla fine un bambino ha alzato la mano e ci ha chiesto, così a bruciapelo, se Babbo Natale esiste davvero. Ne avevano discusso animatamente prima che noi arrivassimo e avevano pensato di chiederlo a noi. Vidi la maestra Lucia che ridacchiava vicino alla cattedra, era curiosa di vedere come gli esperti esterni se la sarebbero cavata questa volta. Io in effetti sono stato preso un po’ in contropiede, pensavo che fossero molto più disincantati e che avessero smesso di aspettare le slitte o di scrivere le letterine; però mi sembrava inopportuno verso le famiglie rivelare noi il gran mistero. Per fortuna che c’era il mio amico Gianni, che con un colpo di teatro ribaltò la situazione e invitò i bambini a pronunciarsi loro, a dire quello che sapevano e arrivare tutti insieme a qualcosa.
«Babbo Natale non esiste; io ho riconosciuto che era mio zio che si travestiva, aveva le stesse scarpe».
«Babbo Natale esiste, i miei nonni sono stati nella sua casa in Lapponia, ho anche le foto…»
«Ma come fa Babbo Natale a portare i regali in tutto il mondo lo stesso giorno?»
«Babbo Natale c’ha gli aiutanti, si vede anche nei film!»
«Guarda io a Babbo Natale ci crederei pure ma questa storia delle renne che volano mi pare assurda».
«Sono i genitori che comprano i regali; a me mi portano quello che dico a loro, senza che mando la letterina».

«Ma che stai a di’, Babbo Natale esiste, mi madre nun c’ha na lira e tutti quei regali chi li compra?».

Arrivò l’ultimo giorno del progetto con la festa grande, i bambini portarono le mappe, che non si somigliavano per niente tra loro: quelle della prima e della seconda erano piene di colori anche se poco precise, quelli di terza avevano messo in risalto la fontanella e il grande albero, mentre le cartine della quarta e della quinta somigliavano di più allo stradario e le vie avevano i nomi giusti. Però loro avevano messo anche la farmacia che il comune aveva promesso alcuni anni prima e il marciapiede, e gli scivoli e le altalene, tutte cose disegnate con il verde, come i desideri. Fu in quella occasione che conobbi la madre di Michele che non aveva una lira, che aveva perso il lavoro, che era separata da poco; manteneva intatta la sua grinta e anche adesso sotto Natale non badava a spese, perché a suo figlio non pesasse troppo che l’altro babbo se n’era andato. A me e a Gianni i bambini dissero cose bellissime, e ci regalarono anche dei disegni, dove noi eravamo molto alti, e li portavamo in giro, per il quartiere. Laura aveva anche ritagliato il foglio a forma di cuoricino e dentro c’era tutta la seconda, con la maestra Michela e io e Gianni vicino a lei. Non ricordo tutto quello che ci hanno insegnato ma credo non sarà facile per nessuno spegnere quelle facce allegre e impunite, neanche ai cani randagi, ai ladri di desideri e ai prepotenti e a quelli che hanno licenziato la mamma di Michele.
Mi chiedo a volte se, quando noi non li guardiamo, i bambini riescano ancora a far camminare le case e ad attraversare il mondo per raggiungere l’amico Gianni.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...