[Laspro 36] Sunday Bloody sunday ovvero: come sono diventata atea – 2

di Sabrina Ramacci (da Laspro 36 – maggio/giugno 2016) II parte, qui la prima

Questa è la storia, in gran parte vera, della mia conversione all’ateismo, una storia durata dieci anni, dai 3 ai 13 della mia gioventù. Se non fosse andata com’è andata forse oggi sarei ancora cattolica. È andata benissimo ma nonostante ciò capisco che le domeniche di molti saranno per sempre maledette e insanguinate. 

La sospensione della domenica

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Sabrina ai tempi delle elementari in tuta da ginnastica modello Adidas

A cinque anni mia madre comprese che aveva due possibilità: vendermi o portarmi a scuola con lei, nella sua classe. Optò per la seconda. L’età delle scuole elementari fu spensierata, continuavo a essere una gioiosa teppista. Non credevo più che tutti i bambini fossero buoni, lo ero io e chi decidevo io. Ciò mi bastava. Quelli furono gli anni del catechismo, poiché, dopo quattro anni di indottrinamenti, avrei ricevuto il più bello dei sacramenti: la comunione. Con il battesimo mi avevano incastrata, comunione e cresima facevano parte dei miei patti lateranensi familiari, credo di aver ricevuto una bicicletta in cambio dell’accordo.
Comunque, andare a lezione di catechismo era di una noia mortale ma c’erano una manciata di vantaggi. Il primo: le lezioni erano di sabato pomeriggio e quindi dopo si poteva uscire per il paese. Il secondo: potevo sfoggiare la mia prima borsa da passeggio. La borsa conteneva: il libro del catechismo, l’album per disegnare, un pennarello nero con cui disegnavo scene horror, le chiavi di casa (ormai ero grande), i gettoni per telefonare, un biglietto per gli autobus di Roma che avevo sottratto a mio padre, nel caso in cui fossi stata miracolosamente teletrasportata nella mia adorata città. Il terzo e ultimo vantaggio era la paghetta settimanale da usare per comprare le patatine del sabato pomeriggio e il maritozzo con la panna la domenica mattina, rigorosamente dopo la messa, non prima, mai durante.
In quegli anni maturavo grandi sogni di espansione e tutto quel pentimento premeditato lo trovavo castrante. Tutto sommato riuscivo a gestire i miei impegni da piccola aspirante cattolica. Tutto filava liscio ma poi arrivò davvero il giorno della mia prima comunione e lì capii che non potevo fidarmi dei cattolici per diversi motivi ma soprattutto perché i preti non si fanno i cazzi loro. Ma cosa diamine dovevo confessare tutte le domeniche? Neanche mi avessero dato il 41bis. Avevo 9 anni e ogni domenica mi ritrovavo dentro quella gabbia di legno con un prete rincoglionito che mi diceva: «Confessa figliola!». Confessa cosa? A chi? Ma chi ti conosce? Che vuoi da me? Chi sei? Omertosa come un camorrista replicavo: «Non ho fatto niente. Non ricordo. Non ero presente». Lui dava per scontato che fossi colpevole e mi affibbiava: cinque Ave Maria, un paio di Padre Nostro, qualche Atto di dolore e prega mi diceva, prega. Sì, io prego pure ma tu allora dammi il vino quando faccio la comunione… a me dai solo quell’ostia che mi si appiccica al palato e poi mi devo infilare due dita in gola per staccarla che quasi mi viene da vomitare. Tu! Ipocrita d’un prete che ancora ti vedo con le zampe dentro la mia marmellata. Coltivavo risentimento. Era chiaro. Nelle strade deserte della domenica pomeriggio me ne andavo in giro riflettendo di come la vita non scorra mai in un paese, soprattutto la domenica quando tutto sembra sospeso e a te tocca affrontare la punizione della confessione. Così me ne tornavo a casa, dove mio padre da dietro un quotidiano mi diceva: «Apriamo i formaggi che ho portato da Roma?» e mia madre mi rassicurava che non avevo bisogno di dire tutte quelle preghiere, che andavo bene così. Poi guardavamo un film horror.

 

L’incidente della lavagna

Don B. fu la mia persecuzione, non c’era solo lui chiaramente, il mio paese pullulava come un dance floor di preti e suore ma lui rappresenta il male. Il prete arrivista, manipolatore e colluso. Un faccendiere. Nei primi anni Ottanta, nelle scuole medie italiane, si insegnava religione, non avevi scampo. Personalmente, andando anche al catechismo per l’incresciosa questione non ancora risolta della cresima, dovevo gestire una doppia dose di chiacchiere sul Vecchio e il Nuovo Testamento, sui Vangeli e su tutte le cose che NON si devono fare.
Lo ricordo bene… era una giornata di sole e don B. stava parlando del Vecchio Testamento. Porca puttana pensavo io, il Vecchio Testamento è uno spasso, con questo Dio che è un folle maniaco punitivo, sembra un horror, molto meglio di quella lagna del Nuovo Testamento con quello sfigato fricchettone di Gesù sempre lacrimoso e pronto al proselitismo. Ecco, a me sembrava anche una cosa interessante da pensare soltanto che la blaterai ad alta voce e don B. non la prese benissimo. A quel punto nemmeno io la presi bene e mi alzai, decisa verso di lui. Ero chiaramente pronta alla rissa. Poi accadde qualcosa. Le cronache ufficiali riportano che io presi la lavagna, quella grande, e la spaccai sul pavimento. Secondo me fu un incidente, per alcuni ero un’indemoniata. Ci fu un gran trambusto. Fu in effetti un grande momento di teatro drammatico, la scena era la mia, don B. non parlava. Mi sentivo come una rockstar subito dopo aver sfasciato la sua Fender sull’amplificatore. Poi la scena fu interrotta: Enzo, il bidello, irruppe in aula. Era teso, rosso in volto. La preside aveva già mandato il suo sgherro ad arrestarmi, deportarmi. In aula ci dovevano essere delle cimici. Mi vedevo in ginocchio, in presidenza, circondata dalle suore, dalla madre badessa, dal vescovo e poi la confessione, l’ostia che si appiccica… mi vedevo legata al mio letto come Linda Blair, a spruzzare vomito verde alle pareti. La troia è mia!
Poi si udì l’urlo ferino del nostro bidello: «Chi ha cagato fuori della tazza del cesso?». Ero salva! Qualcuno dei miei compagni si era superato, con classe, con stile, con perfetta sincronia. L’incidente della lavagna passò in secondo piano. La defecazione fuori controllo di un qualche ragazzino venne considerata un gesto ben più deprecabile. La mia reazione durante l’ora di religione fu catalogata come un incidente o, al limite, come l’ennesimo sbalzo ormonale di un’adolescente emotivamente incontinente. Qualche mese dopo presi anche l’ultimo sacramento. Tornai a casa e annunciai il mio ingresso nel mondo degli atei: se non esiste Babbo Natale, come può esistere quel capellone figlio dello spirito santo? Nessuno si stupì della mia decisione. Alzai il volume dello stereo: … Broken bottles under children’s feet. Bodies strewn across the dead end street. But I won’t heed the battle call. It puts my back up. Puts my back up against the wall. Sunday, Bloody Sunday… No more…

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