[Laspro 36] Sunday Bloody Sunday ovvero: come sono diventata atea – 1

di Sabrina Ramacci (da Laspro 36 – maggio/giugno 2016) I parte

Questa è la storia, in gran parte vera, della mia conversione all’ateismo, una storia durata dieci anni, dai 3 ai 13 della mia gioventù. Se non fosse andata com’è andata forse oggi sarei ancora cattolica. È andata benissimo ma nonostante ciò capisco che le domeniche di molti saranno per sempre maledette e insanguinate. 

Un castigo inaudito

Il primo tragico episodio risale a quando avevo tre anni. Ero giovane e piena di belle speranze nei confronti del mondo. Pensavo che tutti fossero buoni, io più di tutti. In effetti, avevo di me un’immagine idilliaca. Poi mia madre decise di mandarmi all’asilo. Erano i primi anni Settanta e vivevamo in un paese di provincia famoso per tre cose: le castagne, i papi, i parenti di Giulio Andreotti. Non c’erano alternative, l’asilo era uno ed era gestito da suore. Le suore sono cattive ma io a quel tempo non lo sapevo. Pensavo, dato il mio già sviluppato senso estetico, che fossero un po’ bruttine ma non credevo fossero cattive. Lo erano.
Ignara del futuro attraversai l’enorme portone del mio asilo. Davanti a me si dipanava un lungo corridoio, buio, freddo e grigio, in cui si diffondeva tenace l’odore della minestrina. Sin da subito cominciai a nutrire una certa dose di sospetto. Mia madre all’epoca era una fan del metodo Montessori: indipendenza, consapevolezza, senso di responsabilità. Casa mia sembrava una comune, l’asilo un campo di concentramento. Non capivo dove avessi sbagliato. Chiesi a mia madre perché avevo meritato il carcere, lei rispose: «Ma no tesoro, anch’io sono andata dalle suore, poi mamma deve insegnare ad altri bambini, tu sei ancora piccola, vai all’asilo e divertiti, vedrai ti divertirai…». Colsi nelle sue parole un certo grado di angoscia, stava mentendo. Le suore ci nutrivano con cose tremende e fu per questo, a causa loro, che mi diedi alla vita criminale: rubavo la merenda ai compagni pur di non mangiare rape e minestrina. Poco dopo, non avendo ancora affinato le mie tecniche, fui fermata dalla peggiore delle incappucciate: la madre badessa. Chi ha bisogno di un ripasso sappia che la Abadessa è la più cattiva, un po’ come il Dottor Destino, quel cattivo col cappuccio verde. Per le consorelle lei è madre e maestra, il simbolo dell’autorità, per me era il male. Sapendo di essere stata scoperta mi rifugiai in bagno, volevo tentare una fuga ma alle finestre c’erano le sbarre. Decisi di rientrare in classe e pianificai la mia difesa: «Ammetto la mia colpa». Probabile condanna: due preghierine e un buffetto sul culo. Uscita dal bagno la vidi avvicinarsi, dal fondo del corridoio. Il crocifisso oscillava sopra la sua enorme pancia come una forca. La mia era la testa che sarebbe caduta di lì a poco. Mi catturò. Confessai. Condanna definitiva: fui messa in punizione con le braccia alzate, per un’ora, davanti a tutta la classe. Lo accettai con grande dignità, poi mi fu concessa la libertà. Durante quella meritata ricreazione incappai in due compagne di classe, speravo nel loro cattolico conforto e invece: «Strega, sei una strega, strega…». Strega a me? Le presi a pugni. Fui rincorsa da tutte le consorelle e catturata dalla madre badessa nell’angolo più oscuro del corridoio. Mi difesi. La presi a calci. Ne sferrai tanti. Mi sentivo un supereroe del bene. Fui di nuovo messa ai ferri. Il male aveva vinto. Le suore spiegarono la questione a mia nonna, la quale mi ci menò sopra. Mia madre era ignara di tutto, io non dissi nulla. Il giorno dopo mi portò di nuovo all’asilo. Davanti all’enorme portone piantai a terra i miei piedini da treenne. Mi rifiutai di entrare. Urlai come un’ossessa e ottenni la grazia. Impossibile farmi cambiare idea, mia madre decise così di affidarmi alle sapienti mani di mia nonna.

disegno-sabrina

Opera horror, pennarello nero su carta da disegno. Metà anni ’70 circa, di Sabrina Ramacci

La marmellata di Sant’Antonio

Dopo aver chiuso con le suore, per sempre, cominciai a nutrire dei forti sospetti anche nei confronti dei loro confratelli: i preti. Avevo quattro anni e tutto mi fu chiaro quando li vidi agire nel crimine. In occasione della benedizione pasquale entravano negli appartamenti a mani vuote e uscivano gonfi di prelibatezze. Le vecchie del paese li ringraziavano come ossesse soltanto per aver spruzzato un po’ d’acqua santa nelle stanze e blaterato due Ave Maria.
Quell’anno mia nonna aveva fatto la marmellata di fragole, la mia preferita in assoluto. Le fragole le raccoglievo io, con mio nonno. Purtroppo fu una primavera mesta e le fragole resero poco: tre barattoli. Uno restava a casa di nonna, uno lo dovevo portare a casa mia e l’altro? Mia nonna decise di regalarlo al prete. A don B., colluso con la mafia e con i parenti di Andreotti, sarebbe andato il barattolo più grande. Un affronto. Potevo dividere la marmellata con i miei amici, ma non con un prete. No! Mi sentivo arsa dall’ira quando mia nonna disse: «Tieni, questo è il barattolo per te e tuo fratello, portalo a casa». Uscii dalla casa appena benedetta, con i vestiti che ancora puzzavano di incenso e un paio di santini in tasca, mentre scendevo le scale pensai che forse avrei almeno potuto barattarli con qualche figurina di Goldrake. Magari qualche ragazzino catto-DC avrebbe abboccato allo scambio. Nonna mi salutò dal balcone: «Fila dritta a casa e attenta a non far cadere il barattolo». Detto fatto! Alzai entrambe le mani per mandarle un bacio e boom! Il mio cazzo di barattolo di marmellata giaceva spappolato sull’asfalto. Le mie fragole sembravano le interiora di una gallina sgozzata, non ci vidi più dalla rabbia e urlai: «Mannaggia Sant’Antoniooo!».
La scena fu altamente drammatica. Attorno a me, in una carrellata al rallenty, rivedo ancora: mia nonna che sbianca sul balcone, il prete e i due chierichetti che uscendo dal palazzo di fronte iniziano a fare il segno della croce anche ai cani, le vecchie con le dita puntate sulla mia educazione libertaria, un numero significativo di condor neri che svolazzano sul mio cadavere. Ho una sola possibilità: fuggire! E fuggii a gambe levate ma fu tutto inutile. Ero nascosta sopra un pagliaio alto tre metri convinta che l’avrei fatta franca. Mia nonna mi raggiunse. L’ultima cosa che ricordo è Sant’Antonio che se la ride mangiando la mia marmellata.

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