[Laspro 35] Scup reloaded ovvero fenomenologia di una ricostruzione

Ultimo appuntamento con i reading di Laspro negli spazi sociali romani sotto attacco, di cui si parla nel numero 35 di marzo/aprile 2016: dopo la Biblioteca Abusiva Metropolitana e il Corto Circuito, domenica 8 maggio alle 18.30 siamo a Scup, in via della Stazione Tuscolana 84, sgomberato da via Nola e quasi subito rioccupato nei nuovi locali, nel corso di un corteo per le strade del quartiere, proprio di questi tempi, un anno fa. In questo articolo/racconto, si parla della ricostruzione del nuovo Scup. A domani!

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di Gaia Benzi

L’aria è fredda e frizzantina mentre cammino per l’Appio Latino. In mano ho il telefono, moderna bussola, e cerco di orientarmi in un dedalo di strade che a me sembrano tutte uguali. Non ho mai frequentato molto la zona di piazza Ragusa, lo confesso. D’altra parte, non è che ci sia mai stato granché da frequentare.

Via della Stazione Tuscolana, finalmente la imbocco, è in salita, ed è piena di cacche, di scritte, di mobili buttati per terra. E tuttavia, appena mi avvicino a Scup, lo scenario cambia.
Scup, devo dire, non lo conosco quasi per niente. Ci sono stato un paio di volte quando era ancora a via Nola, per eventi particolari, inviti rivolti da amici di amici, e non c’ho mai capito granché. Una gran caciara mi sembrava, questo centro polifunzionale occupato e autogestito, pieno di atleti che attraversavano l’osteria con i borsoni in spalla, gruppi di persone che facevano su e giù per le scale andando a chissà quale riunione, mentre i cucinieri coi piatti in mano strillavano le ordinazioni e sciami di ragazzini urlanti ti si infilavano tra i piedi correndo verso il cortile.

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Foto dalla pagina Facebook Scup Sportculturapopolare

Una gran caciara, Scup, una roba che non ti riuscivi nemmeno a orientare se ci eri capitato per caso. Però quando, a maggio, ho letto che l’avevano sgomberato, devo dire che mi è dispiaciuto. Quella caciara, in fondo, mi stava simpatica. Per questo sono stato contento che abbia trovato subito una nuova casa, anche se in un capannone industriale, un posto tanto diverso da via Nola.
Mi avvicino all’ingresso, gremito di persone che si stringono nei cappotti fumando una sigaretta. Un bandone giallo rovinato che recita “Sport e Cultura Popolare” mi indica che sì, è il posto giusto. Mi faccio coraggio, ed entro.
Il capannone è un po’ come me l’ero immaginato, come l’avevo ricostruito nella mia testa dalle foto che girano sui social: un enorme complesso industriale che oggi odora di fresco, di vernice appena stesa, dell’ultima mano di bianco che ancora si sta asciugando.
scup5«Abbiamo fatto appena in tempo per la riapertura» mi dice Sofia in un abbraccio. Con un sorriso grande e vitale mi indica un grosso muro che divide l’ambiente in due. «Quello l’abbiamo verniciato la settimana scorsa, prima di montare i fornelli. Ti piace il posto?»
«Sì è carino» rispondo io, e nel farlo mi guardo attorno, già frastornato dalla confusione.
Lo spazio è grande, illuminato da potenti neon che, appesi alle travi di metallo, percorrono l’altissimo soffitto. Sulla sinistra una lunga parete ospita alcune librerie già gonfie di volumi, mentre a fianco un paio di divanetti e alcune poltrone sono messe in circolo a formare un salotto, una sorta di sala lettura. In fondo c’è un piccolo palco, le luci colorate puntate sopra, un paio di ragazzi che si affannano a montare la tecnica in tempo per il concerto.
Ci sono come sempre i tavoli da osteria, pieni di gente che ride, che mangia, che chiacchiera. C’è la cucina, illuminata da due fari giganti, con i cuochi che impiattano il cibo, mentre fanno bella mostra di sé alle pareti i cartelli che invitano a sparecchiare da soli, a differenziare i rifiuti, a rispettare il posto, in primis i suoi valori antifascisti, antirazzisti e antissessisti. E ancora, slogan di Diritto alla Città, bandiere No Tav, bandiere No Ombrina, tracce di altre, lunghe battaglie.
«Per fortuna che t’ho trovato Sofia, altrimenti mi perdevo» le dico ridendo.
«Ti faccio fare il giro turistico?» mi chiede. Certo, come no. «E allora guarda, qui sta il mercato», mi fa attraversare un vano, un buco che dovrebbe essere una porta, e mi catapulta in un altro salone, ancora più grande, ancora più bianco, pieno di biscotti e liquori e gioielli artigianali e borse e pacchi regalo, tutto distribuito lungo tavoli addobbati a festa.
scup2«È il nostro mercato mensile, Eco-Sol-Pop, oggi siamo al gran completo, sai, è quasi Natale» continua, e non faccio in tempo a sbirciare i banchetti che subito mi sento tirare via, dall’altra parte. «Poi su c’è l’Ora d’Aria, il nostro cortile, ma quello te lo faccio vedere dopo, prima il nostro gioiello, la palestra».
Già, la palestra. La prima lettera di Scup, lo sport popolare. Facendo attenzione a non impattare i ragazzini che corrono impazziti fra i tavoli e a non rovesciare i cappotti ammassati sulle panche arrivo alla cella frigo. «Pensavo fosse vuota» dico, e invece no, mi fa lei. «Giuliano, fagli vedere la palestra!» e dà una pacca d’incoraggiamento a un ragazzo smilzo che sta appoggiato alla parete. Giuliano apre il grosso portone d’ingresso, accende la luce, e mi fa vedere una stanza enorme, bianca come tutto il resto, con un parquet nuovo di zecca.
«Qui abbiamo ripreso le attività sportive che avevamo interrotto con lo sgombero» mi spiega. «Gli istruttori sono felici della nuova situazione, che del resto è molto accogliente. Sai, essendo una cella frigo, è fatta di materiale isolante, quindi fa caldo anche d’inverno».
scup6«Un po’ ci manca non avere una palestra grande» continua, «dove puoi montare il ring, o fare un torneo di basket, come ne facevamo a via Nola, ma ci stiamo adattando». Nel frattempo Sofia mi mette in mano un bicchiere di vino e un piatto di lasagna, intimandomi di mangiare. «Lo sport popolare è un punto cardine di Scup. In questo quartiere mancano le strutture che permettano di fare sport di qualità a prezzi modici, cosa che per noi è parte integrante del diritto alla salute. Negli anni avevamo costruito una palestra con tutti i crismi, attrezzature e spogliatoi e docce comprese. Lo faremo anche qui, questo è solo il primo passo». Do un’occhiata al dépliant con i corsi attivi. «Ovviamente, questi sono i corsi standard» continua lui, «ma abbiamo organizzato anche tante giornate in piazza. Ad esempio, il 5 ottobre di un anno fa, a piazza Re di Roma, dove dalla mattina alla sera ci sono state lezioni aperte e dimostrazioni sportive offerte da Scup e dalla Castello, un’altra palestra di zona che rischiava lo sfratto e che alla fine è stata sgomberata. Ora rimaniamo noi, e non abbiamo intenzione di mollare».
Annuisco mentre mi gusto la lasagna, davvero buona, e bevo il vino biologico che Sofia continua a versarmi. «Se ti piace poi puoi comprare una bottiglia al banchetto» mi dice tutta contenta, «il produttore sta qui con noi».
«Ma scusa, piazza Re di Roma?» insisto. «Non è abituata a queste cose… Come ha reagito quando v’ha visto?»
«Be’, quel giorno eravamo veramente tantissimi, un sacco di gente s’è fermata incuriosita e molti hanno iniziato a frequentare i nostri corsi, o hanno iscritto i loro figli. Il quartiere di solito reagisce bene alla nostra presenza… Tu conta che oltre a noi c’è poco o niente, da queste parti».
«In effetti, San Giovanni è famosa solo per i negozi».
«Infatti. Per questo abbiamo deciso di fare noi qualcosa di diverso, con le manifestazioni sportive, certo, ma anche con il corteo di Carnevale».
«Carnevale?»
«Sì, Carnevale!» ride. «Ogni anno c’è Carnevale, no? E ogni anno noi organizziamo un corteo per le vie del quartiere, con tanto di carro addobbato e musica e maschere e coriandoli e giochi. Insomma, Carnevale! È il giorno in cui più di tutti ci dedichiamo ai nostri frequentatori mignon…» e col dito mi indica un gruppo di dieci ragazzini che, in completa autonomia, sta organizzando un’area giochi in un angolo della sala. «Loro qui si sentono a casa, e a noi piace averli intorno. I bambini fanno casino, è vero, ma danno anche tanta energia. In un certo senso, è per loro il mondo migliore che vogliamo costruire».
«Be’, sì…» balbetto impacciato, pensando per un attimo al mio, di contributo.
«Però mica solo i bambini, sai? Questo è un posto che va da zero a cent’anni!» ride di nuovo. «La vedi quella donna laggiù?» Mi giro e vedo una donna pallida e vestita di nero, con i capelli viola acceso, intenta a spiegare chissà cosa al gruppetto di persone che la circonda. Tutti sono muniti di cartellina con foto, tutti ascoltano attenti. «Quella è Bianca, la nostra guida turistica d’eccezione. Con lei organizziamo passeggiate della memoria per il quartiere, raccontiamo storie di edifici e di persone dagli inizi del Novecento a oggi. Tanti vecchi abitanti partecipano volentieri, per raccogliere insieme i fili di un’eredità che altrimenti andrebbe dispersa».
«Le passeggiate della memoria fanno parte del progetto culturale di Scup» aggiunge Francesco, un ragazzo alto e pacato che si è aggiunto al nostro tavolo con un grosso sformato di verza e una birra fresca. «Oltre alle presentazioni di libri, concerti, spettacoli teatrali e quant’altro, ovviamente. Il fulcro attorno cui ruotiamo è la biblioteca» e mi indica le librerie in legno. Alcuni dei libri sembrano essere catalogati, altri no.
scup4«Lo sgombero ha fatto molti danni alla biblioteca, che contava oltre 7000 volumi. Già solo portar fuori i libri e salvarli dalla furia delle ruspe non è stato facile».
Sì, perché lo sgombero di Scup ha avuto la particolarità di essere stato corredato dalla distruzione dell’edificio, anzi, dalla messa fuori agibilità dello stabile, per dirla con termini da cantiere. Una mostra fotografica raccoglie alcune foto di quella giornata, e una ruspa giocattolo ricorda ironicamente la devastazione subita. Ma anche la biblioteca, mi assicura Francesco, è in via di ricostruzione.scup3
«Il lavoro da fare resta tantissimo, ma se pensi che sei mesi fa questo posto era un cumulo di mondezza, e oggi ospita un mercato natalizio, ti rendi conto che il nostro slogan è giusto: Scup non si abbatte, i sogni non si possono sgomberare».
Sazio e un po’ frastornato, mi alzo da tavola e barcollo verso l’uscita. Mi giro una sigaretta, mentre accanto a me un cuoco dell’osteria in pausa tira fuori un accendino dal grembiule e me lo porge, sorridendo.
Penso che continua a essere una caciara, questo Scup, come no. Però sono contento di essere passato. Quasi quasi resto per il concerto.
Anzi, Sofia, tienimi il posto. Torno subito.

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