Il corpo delle donne: l’estrema frontiera

di Patrizia Fiocchetti

Lo spazio, come lo ha dipinto la mano del sole, è deserto/Il tempo, come il luogo che si sbriciola fra le mie mani/e nei miei passi, è deserto/deserto il mio giaciglio, la mia testa e il mio cuore. Il mio sangue è tramortito/ (silenzio) Mi addentro nella mia solitudine, sotto la pelle. Nel silenzio, nella grazia del pianto. /E smuovo questo pesante spazio.

Nel suo libro Storia lacerata nel corpo di una donna, il grande poeta siriano Adonis mette al centro di questa composizione epica la voce di una donna che parla ai simboli poetici di natura e cosmo, del proprio corpo rivendicandone il ruolo decisivo per le sorti del mondo.
Versi potenti, dove le parole di Hagar, la madre di Ismail, Ismaele nella Bibbia, schiava e concubina di Abramo da lui ripudiata, sembrano esplodere dal suo sangue, dalla sua carne e acquistare un tono rivoluzionario: Amore, con tutti i precetti ad esso conseguenti ivi compreso la Vita, è l’arma contro ogni fondamentalismo, oscurantismo di religioni, poteri politici, governi (qui un’intervista a Adonis in occasione dell’uscita del libro).

Guercino-Abramo-caccia-Hagar-e-Ismaele.1657 (1)

Guercino “Abramo caccia Hagar e Ismaele”, 1657, Pinacoteca di Brera (Milano)

Quando ho letto le reazioni scatenatesi all’indomani dei fatti di Colonia, mi è tornato in mente il senso del libro di Adonis e mi sono chiesta quanto siamo distanti tutti noi, ma soprattutto lontane noi donne da questa riflessione.
Riassumo: a Colonia nella notte di Capodanno si sono consumati atti criminali contro le donne, la dignità inviolabile dei loro corpi: uomini – soprattutto “arabi”, virgoletto per la genericità del termine – le hanno derubate ma, attingendo a vecchi metodi non estranei alle tradizioni nostrane di “mano morta” e pacche sul culo, le hanno importunate sessualmente.
Articoli, analisi, dichiarazioni di politici di ogni ispirazione, tutti hanno condannato gli avvenimenti. Ma udite, udite: il punto non erano gli atti di violenza in sé bensì chi li aveva perpetrati. Profughi, immigrati, arabi, musulmani… e chi più ne ha aggiunga. Ed ecco che sul nostro corpo si è andato ad aprire l’ennesimo conflitto che non riguarda in realtà, noi donne, ma la scottante questione dell’accoglienza dei profughi fuggiti da Siria, Afghanistan, Iraq che premono alle nostre frontiere e su cui come stati occidentali abbiamo di fatto una responsabilità storica e morale enorme. Ma non è questo l’oggetto del presente articolo.
Ciò che mi ha scioccata e fatto veramente incazzare è stato, però altro. La fonte è Internazionale del 15/21 gennaio 2016, reportage di Der Spiegel. Di seguito quanto scritto dalla femminista tedesca Alice Schwarzer a proposito dei fatti di Colonia:

…non ha esitato a parlare di “guerra”. Ha scritto di “ragazzi di origine araba o nordafricana che giocano alla guerra nel cuore di Colonia”. Ha descritto “uno stupro collettivo e mille uomini che si comportano come avrebbero fatto in piazza Tarhir al Cairo. Uomini che sognavano di essere eroi come i loro fratelli che combattono nelle guerre civili in Nordafrica e in Medio Oriente”. Prodotti, ha detto, della falsa tolleranza che c’è in Germania.

Non credo la Schwarzer fosse alticcia al momento della stesura di questo inno al patriarcato. Ahimè! Non è stata l’unica a cadere nella trappola e la spiegazione è ben grave. Mostra quanto il femminismo sia storicamente, e non solo politicamente alle corde. Sì, perché analizzando quanto scritto da questa tipa, verrebbe da chiederle: scusa, ma se fosse stata una banda di tedeschi ti saresti incazzata così? E scusa ancora, per carità tu che avrai un percorso politico di lotta per i diritti delle donne incredibile, ma i dati sugli stupri e la violenza domestica in Germania li conosci? Le vessazioni che le donne subiscono durante i vari festival tipo Oktoberfest da tuoi connazionali e magari qualche straniero, sempre però europeo, li hai accantonati?
E se una femminista come la Schwarzer prende questa posizione, come stupirsi delle attiviste di Destra alternativa per la Germania (Afd) e del movimento xenofobo Pegida scese in piazza a manifestare contro la violenza perpetrata dai profughi?
Il punto concettuale e generale da ribadire è per me chiaro. Ma di fatto è scontato per tutte le mie compagne di genere? La violenza, qualsiasi tipo, perpetrata contro le donne è condannabile e l’autore penalmente perseguibile a prescindere da quali siano le sue caratteristiche – razza, religione, appartenenza politica, legame famigliare. Semplice no? Si tratta di cambiare il punto di vista da cui si guardano i fatti. E soprattutto, sbarrare la strada a chiunque faccia del nostro corpo teatro di guerra con ben altri obiettivi.
Eppure, non è così. Il mio atto di accusa è verso le donne occidentali perché, nonostante tutte le battaglie per i diritti, non hanno fatto una rivoluzione ideologica continuando a utilizzare gli schemi di pensiero maschile. Alimentando la linfa a una società patriarcale alle corde. Qualche utile esempio:
1) L’uso della parola “troia”, e sue colorite variabili, per offendere un’altra donna;
2) Gli sguardi invidiosi verso una donna più giovane, più attraente, anche quando ha l’età di nostra figlia;
3) Non sostenere l’ascesa di un’altra donna sul posto di lavoro, si preferisce un capo maschio con la speranza di avere noi un giorno quella posizione;
4) Non si sostiene la crescita della collega all’interno del nostro staff, potrebbe farci le scarpe;
5) Una parlamentare/ministra/sindacalista la critichiamo su: come si veste; è bella? “se la tira”; è brutta? “un cesso”;
6) Le ginecologhe fanno obiezione di coscienza? Pongono davanti la propria ideologia o credo – chiamatelo come preferite – cattolico al benessere o alle ragioni della donna che ha deciso di fare quel lacerante passo.
Credo siano sufficienti.
Ma quale solidarietà fra donne, quale “sorellanza”! Siamo talmente intrappolate nei
meccanismi maschili che non vediamo dove tutto ciò ci ha effettivamente condotto, non solo alla perdita di diritti acquisiti. Peggio, stiamo mancando l’appuntamento con la Storia.
In Imperium Ryszard Kapuscinski fa una disamina interessantissima sulla necessità che ogni essere vivente ha delle frontiere, ogni tipo di frontiera fino a quelle psico-emotive. Il bisogno di difenderle e quello assolutamente opposto di superarne il limite. Fa un elenco dettagliato. Ma questo autore incredibile, che ammiro profondamente per il suo stile di neo Erodoto, non ne cita una: il corpo della donna. Territorio da marcare, delimitare, conquistare. Utilizzato per scatenare guerre che sconvolgono equilibri geo-strategici; per far emergere l’essere maschio; per far apparire democrazie, governi che democrazie non sono… Non dobbiamo più permetterlo. Ed è un impegno sociale, civile e pertanto politico che deve riguardarci tutte.
Da questo scaturisce questa mia ultima considerazione: con sufficienza molto spesso guardiamo alle nostre sorelle a oriente o sud del mondo, obliando in un sol colpo la scuola del femminismo post-colonialista. Sbagliamo. La loro azione nasce dalla conoscenza del nostro limite. Il loro attivismo si misura nella ribellione, armata o attraverso la formazione delle coscienze, soprattutto femminili, dal basso. Comunque sia, nella assoluta convinzione di voler essere protagoniste nella scrittura della Storia non solo del proprio paese ma dell’umanità tutta.
Ci stanno mostrando come siamo indissolubilmente legate le une alle altre, oltre qualsivoglia confine e frontiera.

Pregherò per il mio corpo,
gli dirò di pregare con me,
per i siti dei suoi misteri, le lune, le foreste e i fiumi.
Ascolterò le sue cellule incantate danzare. Sussurrare
per la gioia e l’incanto:
le piante sono righe,
la terra è un quaderno
e io sono l’inchiostro di questo luogo.

Adonis, Storia lacerata nel corpo di una donna

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