Tra Da Vinci e David Bowie: intervista a Lo Zoo di Berlino

Pag. 7 Zoo

a cura di Giusi Palomba

Lo Zoo di Berlino è un trio rock atipico: Mauro Mastracci alias Volpe (batteria), Andrea Pettinelli alias Shelving (hammond, piano rhodes e synth) e Diego Pettinelli alias Echo (basso), niente voce, niente chitarra, spesso accompagnati da arte visuale. Poco più che maggiorenni i fratelli Pettinelli fondano il Consorzio ZdB, uno studio di registrazione adibito subito a vero laboratorio creativo, dove passano con disinvoltura dal mixer agli strumenti musicali, dalla composizione alla produzione artistica, producendo lavori per Area, Gianni Maroccolo (Litfiba, CSI, Marlene Kuntz), Nocenzi e Maltese del Banco. Anche se fanno una musica senza parole, li abbiamo conosciuti durante la Festa della Parola al csoa eXSnia. Li intervistiamo perché riconosciamo in loro percorsi, riferimenti e ispirazioni simili ai nostri, e un modo interessante per rappresentarli.

Perché Lo Zoo di Berlino?

Siamo un gruppo di persone molto affiatato, che sono cresciute insieme. Complice il fatto che due terzi del gruppo è composto da due fratelli e il terzo è un amico fraterno. Quindi abbiamo fatto letture comuni, visioni di film ed esperienze comuni (tipico delle band di giovanissimi sognatori).

Rimanemmo folgorati dalla visione del film Christiane F. e i ragazzi dello Zoo di Berlino. Anche se ormai datato come film, con una sceneggiatura per niente argomentata come nel libro, furono, per dei bimbi come noi, delle scene forti. Poi trovammo il libro e lì la storia ci fu molto più chiara. Eravamo più maturi. Scoprimmo cosa rappresentava Berlino, città cerniera, spartiacque tra due mondi, oriente e occidente. Venimmo a conoscenza del proliferare della scena musicale e artistica in genere, di cui era pervasa Berlino, tra squat e gallerie d’arte. Ci rendemmo conto inoltre che essere dei ragazzini negli anni ’90 nelle periferie della provincia romana non era poi tanto diverso da quello che raccontava Christiane, cioè la completa assenza di bellezza e tenerezza dentro una cornice di luci artificiali, asfalto, cemento armato, cantieri abbandonati, fogne a cielo aperto, strade dissestate, l’odore d’orina dappertutto, la diffusione industriale di droghe pesanti.

Quel film è stato proprio un catalizzatore di reazioni: Heroes, la colonna sonora del film, scritta da David Bowie e Brian Eno è il grido disperato in un mondo ormai distrutto, dove il protagonista cerca di implorare la sua ragazza a non andarsene e a non scegliere strade più semplici, perché come si dice nella canzone «We can be heroes, just for one day» (Possiamo essere eroi, solo per un giorno). Lo sfondo di Heroes è il Muro di Berlino, ostacolo fra due amanti e simbolo della guerra fredda. Il titolo del brano è un riferimento alla traccia Hero presente sull’album Neu! del ’75 della band tedesca Neu! che Bowie e Eno ammiravano e che ascoltavamo anche noi…intorno a quel film tornavano molti elementi comuni a noi. In quel pezzo Eno utilizza un nuovo synth in aggiunta alla chitarra di Robert Fripp dei King Crimson che ideò un suono inusuale per accompagnare il tutto: unione perfetta tra il pop anglosassone e il rock progressivo europeo. Insomma è proprio il caso di dire che ci si aprì un mondo e la musica ci ha salvato.

Da studio di registrazione a laboratorio creativo fino a diventare voi stessi gruppo, vi ritrovate a vivere la musica in ogni fase del processo da quella artigianale, a quella artistica, e siete impegnati nella produzione artistica e tecnica anche per altri. Come si riversa questo nel vostro lavoro?

La consecutio temporum è inversa: cioè da gruppo, dopo una serie di esperienze, pensiamo a un laboratorio creativo, perché in noi è forte il senso collettivo del fare cose insieme. Poi capendo che questo laboratorio, insieme al percorso del gruppo, aveva l’esigenza di strutturarsi in un impianto produttivo vero e proprio, per trasformare la passione in mestiere, abbiamo pensato di costituire formalmente una società di produzioni. E non nascondiamo che di necessità ne abbiamo fatto virtù, cioè trovarci un mestiere diversificato in tante aree della musica, perché pagarsi da vivere solo con la musica del gruppo è difficile. La possibilità di aver lavorato e lavorare tutt’ora su ogni parte della cosiddetta filiera produttiva della musica, dallo studio di registrazione ai concerti, ci permette una capacità di visione molto ampia, su come curare e guidare i suoni ad esempio. Scambiando esperienze con grandi professionisti anche se abbiamo collaborato alla pari o per alcuni erogato solo servizi, il nostro è sempre stato un rapporto allievo-maestro che ci ha dato tantissima fonte d’ispirazione, ma anche la possibilità di imparare un metodo di lavoro.

Per quel che riguarda l’arte visuale, da chi o da cosa traete ispirazione?

La scintilla che ha innescato il nostro interesse all’arte visuale nasce da un’esperienza romantica. Facendo studi su Leonardo Da Vinci (personaggio che ci attraeva per altri motivi e che abbiamo conosciuto in profondità grazie ai nostri studi universitari) ci imbattemmo in una sua massima illuminante: «La musica e la pittura» (ma potremmo dire “l’arte visuale”) «sono sorelle, perché la pittura è mirabile scienza mentre la musica è figurazione dell’invisibile». Questa visione razionale, mirabile scienza, accanto a un irrazionale mistero, su noi ha sortito un forte potere attrattivo. Da lì il passo verso la composizione di musica per immagini è stato del tutto naturale.

In una serie tv scifi ambientata in un futuro prossimo, due personaggi, maneggiando vinili, parlano dell’età dell’audio analogico come di un’epoca in cui la gente aveva bisogno di definire se stessa attraverso la musica, ricevendo da essa calore e profondità. Qual è oggi il ruolo della musica d’autore?

Qui tocchi un punto spartiacque, per il quale spesso ci scontriamo, con altri. Da una parte c’è quella scena musicale che in maniera, anche ostentata, rifiuta anche solo il domandare di sostenere una causa politica o l’altra. Tiene sempre a precisare, in modo sbalordito, che la musica (o altra forma d’arte) non debba “sporcarsi” con l’impegno, o peggio anche solo con la parola “politica”, dando all’arte un valore quasi mistico esoterico, super partes: regredirla all’impegno è una roba da non fare. Ma un falegname, artigiano quindi lavoratore autonomo, indipendente (come l’artista indipendente… capisci la produzione indipendente?) che versa contributi, paga le tasse sul proprio reddito e poi non trova riscontro nei servizi, che devono essere erogati da chi amministra la pubblica amministrazione, permetti che debba e possa far valere i propri diritti con una partecipazione? E se partecipa, il cliente che gli commissiona il mobile da restaurare deve necessariamente indispettirsi perché non ama un artigiano che critica il governo che forse il cliente ha votato? Be’, allora io per non perdere il cliente devo fare una vita da sfruttato? È il motivo per cui oggi non ci sono più quei grandi gruppi che facevano massa critica, perché tutti stanno bene attenti a non scontentare nessuno. A noi la cosa annoia molto. Poi c’è un’altra parte che sempre in maniera ostentata ha un fare militante, a volte anche ipocrita perché è solo marketing.

Noi siamo per una terza via: l’impegno autentico, fatto in maniera indipendente, non a servizio di partiti o altri enti (magari a trovarne di partiti degni di questo nome). A volte siamo davvero insofferenti quando leggiamo o ascoltiamo contributi di artisti che spostano il fare musica su un’operazione che nulla deve avere a che fare con una causa, un’idea. Salvo poi sposare le cause umanitarie come quelle contro la pena di morte, perché sono trasversali e così non ci si fa nessun nemico. Se invece diciamo che l’elezione diretta del capo dello stato su internet, come fosse il televoto di un reality è una “stronzata pazzesca” ti fai nemico il partito travestito da movimento, che ora va per la maggiore e rischi di perdere potenziali ascoltatori. Per noi l’arte deve avere una morale, proprio come ci ha insegnato Dario Fo. E come ogni lavoratore è opportuno che nel quotidiano la cittadina e il cittadino devono necessariamente trovare uno spazio di impegno e stimolo per esso.

Gli artisti testimoniano un’esperienza, che può essere criticata, riformata, rielaborata, ma che in ogni caso deve innescare, come un catalizzatore, un processo di emancipazione il cui prodotto sedimenta nella cultura di un popolo o in un’area di esso. Tutto questo per dirti che il ruolo della musica d’autore, insieme al diletto e alla responsabilità professionale di chi la fa, per noi è importante ed è dentro la logica delle cose, proprio come ogni altra professione: quanto è importante il ruolo di un insegnante o del panettiere? Ecco per noi ha la stessa importanza anche chi fa arte e cultura. Hai presente il ruolo di Erri De Luca? O Stefano Benni che utilizza il premio indetto dal Ministero della Cultura per cogliere un’occasione mediatica per puntare l’attenzione al dramma della sottovalutazione della Cultura da parte del Governo (Governo sai che poggia su un parlamento di nominati e non eletti che a comando votano qualunque cosa, anche il fatto che un’immigrata clandestina minorenne che si prostituiva con politici e uomini di spicco della comunicazione, fosse la nipote di un Capo di Stato africano e quindi il reato di prostituzione per questo parlamento non sussiste… capisci? Possiamo stare zitti perché l’arte è super partes e bla bla bla?). Non possiamo non far notare di come torna il fascismo quando nel Movimento 5 Stelle la Lombardi appena insediata a deputato della repubblica come le capitano a tiro le telecamere dice «ma guardate che il fascismo in Italia non è stato poi tutto un male», oppure che il padre di Di Battista dice di non essere di destra ma proprio fascista. Chi è esperto di comunicazione, proprio come i loro capi, sa benissimo che quelle non sono esternazioni casuali, che orientano opinioni e noi lavorando nella comunicazione non possiamo far finta di nulla.

Tutto il vostro lavoro sembra tendere a trovare punti di connessione tra un suono ipercontemporaneo e qualcosa invece che viene da lontano, dalla storia della musica italiana, vedi riferimenti presenti come Area, Banco di Mutuo soccorso, etc.

Be’, senza fare facile accostamenti, ma approcciando con umiltà, l’obiettivo è quello di continuare un’esplorazione che a nostro avviso non si deve chiudere con gli Area e il Banco. Anche se i su citati gruppi sono storicizzati, essi non sono affatto relegati a un passato ormai sorpassato, anzi tutt’altro. Il loro approccio era ed è molto contemporaneo. L’onda lunga del loro lavoro contamina esperienze odierne come le nostre, spingendoci oltre la contemporaneità. Le nostre vite durante l’adolescenza sono state corrotte dopo aver scoperto la loro musica, al punto tale da stimolarci a fare una scelta di vita ben precisa: trasformare la passione in mestiere, al di là dell’aspetto meramente economico (che non disdegniamo, seppur sia estremamente duro poter vivere di musica, oggi come allora). Siamo partiti dalla volontà di fare un esperienza musicale che trascendesse gli aspetti della notorietà, o “dell’arricchimento facile” (è un eufemismo), e si concentrasse sul fare una ricerca collettiva di musica d’insieme, attraverso la quale intercettare altre forme d’arte, come quella visuale alla quale siamo molto legati e di fare comunicazione seguendo un certo profilo culturale. Il grande successo, per noi, è stato che questa ostinazione, spesso incosciente, ci ha portato a lavorare con loro, studiare e confrontarci con loro, prima come allievi poi come colleghi e produttori, per scoprirci uniti da una profonda amicizia, che è davvero, senza retorica, il valore del tutto. Spesso ideiamo iniziative comuni solo per lo spirito goliardico che ha pervaso ogni iniziativa nostra con loro condivisa. Una grande conquista per dei provinciali come noi e una grande soddisfazione che ha sostenuto la nostra autostima!

Un cd-vynil-book, The Internazionale, in uscita con Stampa Alternativa – Nuovi equilibri, con contributi dal mondo della musica e della cultura e la partecipazione di Dario Fo per il visual della copertina. Come fanno delle scelte di sottrazione (niente chitarre, niente testi, niente parole…) ad avere dei riferimenti così vividi?

Il procedere per sottrazione è per noi un puntare all’essenziale. Preferiamo un commento sonoro, un’interazione sonora, perché questo vuole essere il nostro linguaggio. Cerchiamo forme espressive fuori dallo standard del gruppo rock e della canzone, pur continuando a voler essere un gruppo che fa del rock in maniera POPolare.

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