Turchia dopo voto: il prezzo della stabilità

La Turchia decide di affidarsi alla mano forte del presidente Erdoǧan pur di evitare un altro periodo di instabilità e conflitti: ma diverse questioni rimangono aperte e il concentramento del potere nelle sue mani non aiuterà a risolverle.

di Serena Tarabini
AK Parti Genişletilmiş İl Başkanları ToplantısıDeprem: terremoto, era il termine più ricorrente nei quotidiani turchi usciti il giorno dopo la tornata elettorale del 1° novembre, il cui risultato ha sorpreso tutti. Prima delle elezioni c’erano più incognite sul dopo voto che sul voto stesso: tutti i sondaggi più attendibili mostravano che non ci sarebbero state sensibili variazioni rispetto al voto precedente, quindi si sarebbe potuto ripresentare l’impasse della coalizione impossibile, oppure, sempre in base alle previsioni, che l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, del presidente Erdoǧan) poteva prendere qualche voto in più e forse riuscire a convincere l’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) a fare una coalizione di governo, ipotesi poco rosea ma possibile, in quanto la base del partito ultranazionalista cominciava a manifestare scontento per il rifiuto da parte dei vertici di partito di collaborare con l’AKP di Erdoǧan; un’altra ipotesi era che ne uscisse più indebolito, e allora avrebbe dovuto accettare di formare un’ampia coalizione e vedere il suo partito spaccarsi in due. Tutti scenari possibili e dal futuro molto incerto.
Di tutto le opzioni, si è realizzata la meno prevista, quella del ritorno di un partito unico al governo del paese. Questo voto ci ha consegnato un dato di fatto: nonostante tutto Erdoǧan non è ancora un leader in declino, il partito da lui fondato, al potere da 12 anni, è tornato ad avere la maggioranza assoluta e non è prossimo a spaccarsi: anche se la costituzione non verrà cambiata, questo permetterà a Erdogan di continuare a utilizzare il primo ministro Davoutoglu come un notaio, di applicare una politica presidenziale di fatto e non di diritto, di far passare in parlamento tutto quello che vuole. Una mano forte al governo, che però stritola.
In effetti la Turchia, con l’economia in calo, la crisi dei rifugiati siriani, le infiltrazioni dell’ISIS, la guerra dentro e fuori i suoi confini, non poteva permettersi un altro periodo di instabilità: ma anche con questa scelta “pragmatica”, rimangono dei grandi interrogativi: come gestirà Erdoǧan la questione curda? Dopo averlo deliberatamente interrotto a fini elettorali, è molto probabile che l’AKP, fra un po’ di tempo, quando i bollori nazionalistici si saranno abbassati, cercherà di riattivare il percorso di pace con i curdi iniziato tre anni fa, che al momento ha portato a delle concessioni ai curdi più che altro di facciata; per fare questo dovrà riprendere le trattative con il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), che ha bombardato fino a ieri: il PKK sarà disponibile? Anche per i sostenitori del PKK non è una decisione facile: i curdi sono stanchi, lo si è visto nelle reazioni al risultato del voto, pochi e isolati focolai di protesta a Diyarbakir e in qualche altra città, in tanti non ne possono più di morti, di deportazioni, di coprifuoco; il fronte potrebbe spaccarsi. Inoltre, qualora il processo riprendesse, quale sarà l’atteggiamento nei confronti delle zone di autonomia curda in Siria come il Rojava? Come conciliare il riconoscimento di elementi di autonomia con il contenimento del confederalismo democratico praticato in Rojava, che la Turchia vede con il fumo negli occhi?
Un’altra questione che pone interrogativi inquietanti è quella della relazione fra Turchia e ISIS. In Turchia è ormai evidente che esista una cellula turca dell’ISIS; essa affonda le sue radici negli Hezbollah di Turchia, curdi sunniti integralisti in guerra con i curdi del PKK fin dagli anni ’90: alcuni di questi soggetti, tradizionalmente molto violenti, sono passati all’ISIS e i loro principali nemici sono il PKK, l’HDP (Partito Democratico dei Popoli), gli sciiti, gli atei, i miscredenti, ecc.; il governo turco non solo ha sottovalutato la crescita di questi gruppi, ma in alcuni casi li ha supportati in chiave anti-Assad e anti-curda; a questo si aggiunge il fatto che per il governo turco è stato fino a poco tempo fa impossibile utilizzare il termine “terrorista” per un’organizzazione di stampo islamico. Questo per una questione di affinità culturale e perché per lo stato turco profondo, per la sua pancia, il vero terrorista, il nemico secolare, è il curdo, non il fondamentalista islamico. Quindi è prioritaria la guerra allo sviluppo dell’identità curda, come sta avvenendo in Rojava, piuttosto che al terrorismo di matrice islamica. Queste lacerazioni della società turca, e le contraddizioni del governo, rappresentano un grosso rischio. Per quanto di mano forte, Erdoǧan non dimostra affatto di avere il controllo della situazione né gli anticorpi per affrontarla.
Un’ultima questione sulla quale preoccuparsi, è quella della libertà di stampa: a che punto arriverà l’abuso di potere che Erdoǧan ha già esercitato sui mezzi d’informazione? Mesi fa è stato chiesto l’ergastolo per il direttore di Cumhuriyet, quotidiano di tiratura nazionale che aveva pubblicato le foto che testimoniavano il passaggio di armi dalla frontiera turca verso la Siria, dopo le elezioni di giugno sedi di giornali sgraditi per le loro posizioni sono state attaccate e vandalizzate da sostenitori dell’AKP senza che il governo dicesse una parola al riguardo, diversi giornalisti sono stati licenziati. Pochi giorni prima delle elezioni le forze di polizia hanno fatto irruzione nella sede di due canali televisivi e di un quotidiano, le cui redazioni sono state azzerate e sostituite. 58 giornalisti non potranno ritornare al loro lavoro. Due giorni dopo il voto è toccato al direttore e al caporedattore della rivista Nokta, per istigazione a delinquere ed eversione dopo una copertina non gradita. Questi eventi mostrano come la Turchia, rispetto all’informazione ma non solo, si trovi in uno stato di eccezione, dove si utilizzano mezzi extragiudiziari per bloccare persone e situazioni ritenute scomode; questo è stato reso possibile anche grazie all’approvazione della legge nazionale per la sicurezza, più conosciuta come legge antiterrorismo: questa legge, votata a fine marzo 2015 dalla precedente maggioranza assoluta dell’AKP, è una legge preventiva, che consente di fermare, arrestare, sequestrare beni, interrompere funzioni, solo in virtù del sospetto, prima che un tribunale stabilisca, con delle prove, che il reato sussista. Per effetto della stessa legge, Fetullah Gulen, l’imam ex alleato di Erdogan e ora uno dei suoi principali nemici, è stato inserito dal ministro dell’Interno turco nella lista dei terroristi più ricercati. Questo senza nessun pronunciamento del tribunale rispetto alla presunzione di terrorismo del movimento Izmet da lui fondato. Il giorno dopo il voto, 35 persone ritenute vicine alla sua figura, tra funzionari pubblici e poliziotti, sono state messe in stato di fermo.
Erdogan considera ogni suo avversario un nemico, che venga dalla politica, dall’informazione, o dalla società; contro ognuno dei suoi nemici scatena una guerra, e in guerra ogni mezzo è lecito.
Uno dei pochi dati positivi che questo voto ci consegna è l’affermazione dell’HDP, il partito filocurdo dei popoli: per quanto sia arretrato di alcuni punti percentuali, conferma il suo ingresso in parlamento. Questo dimostra che non si tratta di un fenomeno passeggero, congiunturale, bensì di una nuova forza politica che rappresenta una opzione in chiave democratica per molti turchi anche non curdi. Inoltre la presenza in parlamento di un partito con una forte connotazione a sinistra, potrebbe spingere il principale partito di opposizione, il kemalista CHP (Partito Popolare Repubblicano), a spostarsi su posizioni più socialdemocratiche che nazionaliste, e questo potrebbe essere l’occasione per costruire un’opposizione all’AKP più democratica e incisiva.
La sfida dell’HDP è questa: un partito che dovrà cercare di abbandonare sempre di più la sua connotazione “etnica” per rappresentare davvero la seconda Turchia, quella le cui aspirazioni democratiche da Gezi Park in poi, sono un dato di fatto, e per contrastare la guerra senza quartiere che Erdoǧan continuerà a condurgli contro.

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