«Gli occupanti lascino il suolo afgano»: intervista a Selay Ghaffar (Hambastagi)

di Patrizia Fiocchetti

L’altra via. Voci di donne che resistono è il titolo del convegno organizzato dalla rivista Confronti a coronazione del progetto che la vede impegnata dal 2012, finanziato dai fondi dell’8 per mille della Tavola Valdese. L’obiettivo, il sostegno alla costruzione di un’alternativa sociale ed economica in zone che sono state, o tutt’ora sono segnate da conflitti sanguinosi, e che vede proprio nelle donne le protagoniste della ricostituzione del tessuto sociale del proprio paese.
In qualità di testimoni sono state invitate a Roma nella settimana dal 11 al 16 ottobre, tre donne provenienti da diverse aree del mondo. Portatrici di una storia d’impegno condivisa tra loro e con il pubblico intervenuto ai vari eventi che hanno scandito il convegno, le loro parole hanno sottolineato come il reale cambiamento e la soluzione dei conflitti passi attraverso l’impegno in prima persona delle donne.

Selay Ghaffar

Selay Ghaffar – foto di Elena Cardinali

Le voci che si sono confrontate sono quelle di Radmila (Rada) Zarkovix, presidente della cooperativa bosniaca Insieme con sede a Bratunac vicino Srebrenica, dove sta portando avanti il suo ideale pacifista facendo lavorare fianco a fianco donne vittime della guerra etnica del 1992, Ozlem Tanrikulu (intervistata da Laspro nello scorso febbraio), membro del Congresso Nazionale del Kurdistan e presidente dell’Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia (UIKI), e infine Selay Ghaffar, già presidente dell’Associazione umanitaria di assistenza alle donne e ai bambini in Afghanistan (HAWCA) e dal 2014 portavoce ufficiale del Partito Hambastaghi (Solidarietà) unica formazione politica democratica e indipendente. Di seguito l’intervista a Selay Ghaffar.
Selay, inizierei chiedendoti un bilancio di questi 14 anni di occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei contingenti militari occidentali.
Per capire il peggioramento della situazione nel paese è utile guardare a questo ultimo anno che si è aperto con l’imposizione di un governo cosiddetto di “unità nazionale” da parte del segretario di stato americano John Kerry e che, pertanto non è riconosciuto dal popolo afgano. Nel primo anno di governo di “terrore nazionale”, come in maniera popolare viene definito, se da una parte si registra un ridimensionamento dell’attività di protesta e opposizione delle formazioni e personalità democratiche e laiche come, appunto, il partito Hambastaghi nonché un continuo tentativo di repressione ai danni degli attivisti, dall’altra si registra un peggioramento delle condizioni generali, in particolar modo della sicurezza in tutte le provincie del paese, e dei crimini compiuti contro le donne e i civili. Faccio alcuni esempi: l’Afghanistan è il primo paese al mondo per percentuale di popolazione che vive sotto la soglia della povertà; la corruzione nell’amministrazione pubblica, sia centrale che provinciale è endemica a tutti i livelli e sta divorando la nazione dall’interno; lo scontro interetnico che caratterizza sempre di più la società è usato come arma dai vari signori della guerra – i tristemente famosi mujaheddin che hanno distrutto il nostro paese tra il 1992 e il 1996 ma poi sono stati rimessi al potere rappresentativo dagli Stati Uniti sin dall’inizio dell’occupazione – per la propria affermazione personale sia politica che economica; la coltivazione dell’oppio e il traffico di stupefacenti sono aumentati a tal punto che ormai l’Afghanistan copre il 97% del mercato mondiale di droga da oppiacei, mentre nel paese assistiamo a un aumento dei tossicodipendenti, siamo circa a 3,5 milioni, soprattutto tra i giovani e le donne. Questo mentre i proventi miliardari del traffico vanno a finire nelle tasche dei soliti signori della guerra.
Vorrei soffermarmi sul fattore sicurezza e lotta al terrorismo che tanto gli americani sbandierarono al momento dell’invasione nel 2001: all’epoca dissero dopo una sola settimana che i talebani erano stati spazzati via. A distanza di 14 anni vediamo un’altra realtà, assolutamente opposta. Nel 2001 i talebani erano male armati, non numerosi, presenti in quattro o cinque province dell’Afghanistan, li ritroviamo oggi ben armati, finanziati e organizzati e presenti in tutte le 34 province, alcune sotto il loro totale controllo. Sono divenuti talmente forti che ora ricorrono a mezzi di offesa mai praticati. L’abbiamo visto a Kunduz dove per la prima volta hanno stuprato le donne e rapito le giovanissime, abbandonandosi a una violenza generale sfrenata. La presenza degli Stati Uniti strategicamente non ha fatto che da una parte rafforzare i talebani e permettere ai combattenti dell’Isis di penetrare nel paese, dall’altra ha bandito dall’Afghanistan il termine pace. Se fosse stato questo il loro reale obiettivo quando decisero di attaccare il nostro paese, le operazioni portate sul terreno sarebbero state completamente diverse. La realtà di oggi è che ogni giorno anche nella capitale si consumano attentati sanguinosi.
Gli Stati Uniti hanno guardato all’Afghanistan per la sua importanza geo-strategica?
Esatto. L’Afghanistan è situato nel cuore dell’Asia centrale, una posizione strategica definitiva e appetibile. Gli Usa ci hanno occupato per poter conquistare un posto di prim’ordine da dove controllare tutta una serie di nazioni importanti da diversi punti di vista: il Pakistan, la Cina, le Repubbliche ex sovietiche, la Russia stessa, l’Iran. E dall’Afghanistan si transita per accedere al sud-est asiatico. Ogni afgano oggi è consapevole che gli americani non vogliono realmente che nel paese ci sia la pace. Ed è strategico questo loro contrastare, come la volontà di opporsi a che un governo democratico e laico guidi il paese. Non corrisponde ai piani espansionistici e geo-strategici di Washington.
Ma vorrei ampliare un attimo il quadro della situazione: il popolo afgano è come se si trovasse circondato da quattro nemici. Uno è l’occupazione americana e dei paesi Nato; poi ci sono le nazioni confinanti in primis il Pakistan e l’Iran che interferiscono con varie modalità nella vita interna dell’Afghanistan, ma anche la Cina e la Russia attivi per contrastare l’azione americana nel paese; da un altro lato il governo afgano formato dai fondamentalisti e corrotti signori della guerra; quindi i Taliban e il nuovo arrivato Isis.
Il popolo afgano vittima di tanti attori interni e internazionali. A fronte di questo quadro, ti chiederei sulla locandina-donne biscondizione delle donne che dai rapporti dell’UNAMA (l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Afghanistan ndr) e di altre fonti indipendenti sappiamo drammatica.
Vorrei precisare che il tradimento perpetrato dagli americani e dai vari governi che si sono succeduti ai danni delle donne afgane è stato ridare il potere, riposizionare sugli scranni del parlamento e dei governi centrale e provinciali quei signori della guerra che in tutta la loro esistenza non hanno fatto altro che perpetrare violenza contro le donne rifiutandogli il riconoscimento e l’esercizio dei propri diritti. Sono gli esecutori di violenze fisiche e psicologiche, coloro che continuano quel pensiero politico e culturale per cui le donne sono sostanzialmente deboli, a loro agio nel ruolo di vittime. Ma ciò nasconde una paura reale e cioè che le donne afgane possano un giorno prendere in mano il potere e ribellarsi. Loro sono consapevoli che, come dimostrato in tanti altri paesi del mondo, se questo dovesse avvenire nessuna forza potrebbe fermare le donne afgane dal rompere le catene e portare ad un cambiamento politico radicale nel nostro paese. Per questo la repressione costante e la negazione di qualsivoglia diritto, anche quello alla vita.
Il regalo fatto dagli americani alle donne afgane? Che ancora vengono lapidate, torturate, picchiate e date alle fiamme come successo un mese fa a una giovane studentessa di nome Farkhunda a Kabul a pochissimi passi dalle sedi governative. Le donne mendicano in strada, le donne afgane sono tossicodipendenti. Sono soggette a violenza di gruppo molto spesso di uomini affiliati ai signori della guerra con l’assicurazione della piena impunità. L’85% delle donne è analfabeta, l’87% ha subito una qualche forma di violenza, le spose bambine al di sotto dei 12 anni costituiscono il 50%, il 60% le giovani spose al di sotto dei 16 anni. Potrei proseguire, ma credo che come lista di doni fattaci dagli americani in questi 14 anni sia rappresentativa. L’Afghanistan è il paese più pericoloso al mondo in cui vivere per una donna, come ha sancito un rapporto internazionale. La drammatica condizione femminile è uno specchio della realtà di estremo sottosviluppo di cui soffre il mio paese.
Le donne sono di fatto escluse dal processo politico ed economico poiché una loro partecipazione si scontrerebbe con gli interessi in gioco in Afghanistan. Aprire alle donne, farle entrare nel processo di evoluzione del paese, significherebbe avviare un processo democratico di cui troppi attori temono le conseguenze.
Il partito Hambastaghi in quanto entità democratica come si muove all’interno di uno scenario politico così complesso e pericoloso?
Le nostre attività, come dicevo all’inizio le proseguiamo comunque, anche se in un clima di sempre maggiore insicurezza e rischio per ogni membro e simpatizzante. Ma siamo convinti che la libertà, la democrazia, la pace e la sicurezza, il riconoscimento dei diritti delle donne e il rispetto dei diritti umani passi attraverso la presa di coscienza di ogni singolo individuo e, nel suo insieme, del popolo afgano. Noi è su questo, dal basso, che stiamo lavorando dalla nostra costituzione nel 2004, perché è soltanto attraverso l’unità di uomini e donne consapevoli dei propri diritti e nella loro sollevazione e rivolta che si potrà giungere all’affermazione di un governo popolare che guardi al bene e agli interessi della nazione e non ai benefici e al potere personale. Il cambiamento siamo noi, è dall’interno che lo dobbiamo promuovere. Come la storia ha più volte dimostrato non può avvenire per tramite di un intervento esterno. Le donne e i giovani ne sono il cuore pulsante. Che gli occupanti lascino il suolo afgano e lascino a noi la costruzione del futuro dell’Afghanistan, avremmo un nemico in meno contro cui batterci.

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2 pensieri su “«Gli occupanti lascino il suolo afgano»: intervista a Selay Ghaffar (Hambastagi)

  1. sono fiero di te hai due palle 100 volte più grosse del presidente e dei tantissimi altri che hanno paura di dire la verità e si sono sottomessi ai imperialisti che giocano ogni giono con il sangue dei milliaie di persone

  2. Segnalo che questa signora è stata intervistata da Radio Popolare, per chi fosse curioso, la trova qui l’intervista, nel podcast
    [audio src="http://pod.radiopopolare.it/esteri_28_11_2017.mp3" /]
    inizia dal minuto 10 in poi

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