[Tiratura limitata] Frammenti di antropologia anarchica

Iniziamo la pubblicazione sul blog delle nostre recensioni sulla rubrica cartacea Tiratura limitata.

Frammenti-di-antropologia-anarchica-Graeber-David

 

David Graeber
Frammenti di antropologia anarchica
Eleuthera, 2006
103 pagine, 9 euro

Ci sono molti buoni motivi per leggere Frammenti di antropologia anarchica. Forse il primo vero motivo è che l’antropologia offre un punto di osservazione piuttosto facile per accostarsi a una teoria politica molto spesso fraintesa o misconosciuta come l’anarchismo, coinvolgendo il lettore con discorsi che sanno poco di teoria e molto di racconti sul mondo e sulla straordinaria varietà dell’inventiva umana. «Compito di un intellettuale radicale è guardare chi sta creando alternative percorribili, cercare di immaginare quali potrebbero essere le più vaste implicazioni di quello che si sta già facendo e quindi riportare queste idee non come disposizioni ma come contributi e possibilità, come doni». Un antropologo anarchico è soprattutto un esploratore e un raccontatore di quanto ha esperito. Si cambiano le coordinate spaziali, temporali e culturali, e si osserva. Scoprendo un sacco di cose. Per esempio, che non sono mai esistite economie non monetarie fondate sul baratto: erano tutte economie del dono. Non si basavano sull’ignoranza del calcolo o del concetto di profitto, ma sul loro rifiuto, considerando offensiva l’idea che lo scopo di una transazione economica fosse conseguire il maggiore utile possibile. Oppure si scopre che le società senza stato e fondate sul consenso non sono meno evolute di quelle statuali. Si tratta di popoli che sono consapevoli dell’esistenza di forme di potere statale o delle istituzioni da esso derivate, contrariamente a quanto spesso pensato; le rifiutano per il semplice motivo che considerano discutibili su un piano morale i presupposti della nostra scienza politica. Si scopre, insomma, l’esistenza di etiche alternative, di architetture sociali strutturate in modo da evitare che alcuni individui dotati di particolare iniziativa possano creare disuguaglianze di ricchezza permanente: il cosiddetto contropotere, che Graeber ci mostra essere in realtà più di un insieme di pratiche, affondando le sue radici nell’immaginario, nel fantasmatico e nel patrimonio simbolico condiviso. Utopie, si potrà commentare, ma l’autore ha qualcosa da osservare anche in merito alla fortuna negativa di questo termine, spesso ingiustamente messa in conto ai pensatori anarchici. Però almeno in questo caso tale etichetta negativa è formalmente inadeguata. Un’utopia esiste in nessun luogo. Invece i posti di cui ci racconta Graeber possono essere distanti, nel tempo e nello spazio, ma sono certamente reali.

Emanuele Boccianti

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