#CyclingForPalestine Rewind – Day 89 «Scopare per l’Amazzonia»

Tom No è ritornato dalla Palestina, con un carico di contatti e di progetti da realizzare e di cui presto ci parlerà. Intanto, ha ancora alcune storie da raccontare del suo viaggio in bicicletta, da Roma alla Palestina: seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia.

di Captain Tom No

Dio mio quante cose non conosciamo, non comprendiamo. Me ne sto seduto sotto la poca ombra reperibile alla stazione dei traghetti di Konak a domandarmi come può questa condizione di “sapiens sapiens” conciliarsi con una realtà così complessa e inafferrabile? L’intero ammontare dello scibile umano non basta nemmeno a evitare il dolore evitabile, il male fine a se stesso: e ciò che non si compenetra nei valori opposti, non vi si innerva per formare un insieme in equilibrio, se fosse vera consapevolezza la nostra, oggi non sarebbe più accettabile in quanto pura barbarie.
izmirA Izmir fa piuttosto caldo, ci si salva ancora perché è maggio, ma in Turchia, a detta del mio ospite, inverno ed estate sono impegnativi; è un clima diverso dal nostro e quella turca è una lingua decisamente difficile, con una gestualità totalmente diversa per giunta; tuttavia, lungo la baia ragazzi scommettono su di un pallone che con un solo balzo dovrà abbattere due bottigliette d’acqua poste a mo di birilli, e distanti tra loro poco più della circonferenza del pallone stesso: vince chi riesce a fare il colpo “der cucchiaio” e l’unica cosa che riesco a distinguere nel vociare allegro e impertinente è: «Francesco Totti…!»; Dio benedica questo buon ragazzo.ataturkAtatürk è onnipresente: sui lampioni del lungomare, nelle case come nei locali pubblici, che siano quelli dei barbieri o dei calzolai; nel tessuto economico piccolo e indipendente ma pure nei supermercati. Elegante, lo sguardo sempre fiero, acuto; proteso verso uno spazio così lontano e ampio da porsi al di sopra dell’orizzonte ottico di chiunque, persino del suo. Un volto indubbiamente interessante, una sorta di divo del cinema anni ’30 la cui figura si staglia in ogni dove; una vera ossessione: di profilo sulla mezzaluna turca; di primo piano o di tre quarti sui bassorilievi, sulle foto e sui ritratti posti ovunque. Le istituzioni che prendono il suo nome poi non si contano. Atatürk significa letteralmente “padre dei turchi”. Ci sarebbe da aprire almeno un capitolo solo per dare un minimo accenno al ruolo che ha avuto e che a tutt’oggi detiene questa personalità, nonostante essa risulti abbastanza morta (1938), ma ho l’ardire di credere che vi siano cose al momento più importanti.
Ora mi trovo a Istanbul, all’aeroporto, in attesa di imbarcarmi per Tel Aviv; ma di quanto accadrà oggi, o meglio stasera alle 21.15 ora locale, ne renderò conto nel prossimo capitolo. Ho la testa rasata e anche il volto è ben rasato; pantaloncini mimetici, T-shirt di tessuto tecnico e una vistosa, vecchia cicatrice sul cranio; sembro tutto fuorché un pacifista, anzi sembro decisamente un colono dei più stronzi. Tre mesi di bici e di vita “outdoor” hanno restituito alla mia carcassa tono muscolare e vene sporgenti come cavi elettrici sulle gambe e sui bicipiti; sembro veramente reduce da un campo di addestramento militare.
A malincuore ho rinunciato a Laura Chiatti che mi faceva da sfondo sul tablet, per sostituirla con quella stronza sionista della Portman; ho cancellato tutte le mail o le foto che possano indurre sospetti e ho recuperato un vecchio profilo Facebook “pulito”, dove ho messo il “mi piace” su di un paio di pagine dell’ultradestra israeliana, così da assicurarmi una bella pioggia di post e aggiornamenti ad alto dosaggio di quella merda ideologica che tanto piace all’impero. Tutto ciò nel caso in cui decidessero di fare controlli accurati sul mio tablet; ma non è di questo che voglio parlare.
salva_3dVorrei parlare di un galantuomo che risponde al nome di Pietro Pani, uno pseudonimo in realtà; un nome fittizio col quale egli, non molto tempo fa, ha pubblicato un libro: Salva i ciclisti. Giovane sulla trentina, fisico da spaccamontagne, ex rugbista, Pietro e io all’inizio c’eravamo presi entrambi dalla parte del culo; si potrebbe dire per colpa del “social” network, che di social in fondo ha ben poco, ma in realtà fu colpa mia, e del mio carattere di merda. Di fatto egli non solo è un galantuomo, capace di accogliere in casa e aiutare anche chi, tipo me, gli risulti simpatico quanto un riccio nelle mutande, ma è anche una persona integra, uno che pensa e lotta per un futuro migliore, il suo, il mio, quello di chiunque. La sua lotta verte sul concetto di mobilità sostenibile, che messa così potrebbe apparire come una cosa tecnica ma in realtà c’è qualcosa di estremamente poetico in quest’omone, a cominciare dai suoi modi, ruvidi solo in apparenza.
Lo incontro a Izmir, per la prima volta dal vivo, sul pianerottolo del palazzo dove abita. Sino ad allora solo messaggi sul social, toni taglienti, ma ho bisogno di un posto dove stare e di cartoni con cui imballare la bici per imbarcarla sul volo che proprio in questo momento sto attendendo all’aeroporto Sabiha Gökçen, (la figlia adottiva di Atatürk, giusto per cambiare). Ultimo messaggio di Pietro poche sillabe: «Conta su di me».
A Izmir ci arrivo sporco e sudato, ma non abbastanza stanco da rinunciare ai miei classici scoppiettanti esordi da sciroccato:
«E a che ora volevi che si presentasse un cacacazzi come me? A ora di pranzo no?»
«Ciao… Io sono Pietro… Ti aiuto a portar su la bici ma devo chiederti di toglierti le scarpe».
Lui ha modi gentili quand’anche tagliati con l’ascia e per un po’ di ore ci annusiamo, immagino scoprendo l’uno le essenze tutto sommato gradevoli dell’altro, immagino.
Poi tra chiacchierate, giri in bici, birre, narghilè, sogni e tramonti sul mare i giorni passano; cadono giù senza né spingere né tirare, come gli attriti creatisi all’inizio tra me e Pietro, come i miei peli sotto le mani sapienti del barbiere turco dove lui stesso mi condurrà dietro mia richiesta, per la tosatura.
Pietro Pani crede nella bici al punto da lasciarsi alle spalle le prospettive di carriera di un laureato in scienze internazionali e diplomatiche che parla cinque lingue, e vanta esperienze all’estero come manager; tutto ciò per fondare un portale che promuove la bici e il suo sconfinato universo. Rosa, la sua compagna, lo sostiene e lo aiuta professionalmente pur occupandosi d’altro. Lei è di Izmir, appassionata di yoga, vegetariana e salutista ma senza posizioni troppo radicali; al che la sua figura snella, agile e i suoi movimenti felini si combineranno col rude Pietro a formare un insieme perfettamente complementare. Sono davvero una bella coppia, mashallah.

«Ma tu che ne pensi di questa cosa?» chiedo.
«Sinceramente, detto tra noi sono sempre stato un po’ scettico sulle pedalate solidali. Voglio dire, andare in bici è puro piacere, tutto fuorché un sacrificio e noialtri lo sappiamo bene. Pedalare per una causa è un po come dire “io scopo per l’Amazzonia”. Ma questo è solo il mio personale punto di vista ovviamente».

A Pietro la vita ha regalato poche cose, e non gliele ha certo servite su tovaglie ricamate o piatti d’argento; le ha piuttosto lanciate lontano, con traiettorie difficili, come si fa coi cani per tenerli in forma. E a lui è sempre toccato correre e saltare e sgomitare per acchiappare qualcosa. Forse è per questo che pare burbero. Non è burbero, è che è sempre pronto a buttarsi nella mischia, da buon rugbista. Ma quando sorride si lascia andare a quella luce che gli adulti hanno perso. Pietro Pani è un orco col cuore di un principe e il cervello di un manager. A lui questa descrizione forse non piacerà e molto probabilmente mi arriveranno le solite due righe di commento, rudi e comunque laconiche; ma io ci godo a stuzzicarlo, lo faccio a bella posta, è il modo di dare affetto. Ma cosa c’entra Pietro Pani con la Palestina? E soprattutto cosa c’entra la bici con la questione palestinese?
Dove vuoi andare a parare capitano?

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2 pensieri su “#CyclingForPalestine Rewind – Day 89 «Scopare per l’Amazzonia»

  1. Caro Tom, é stato un piacere conoscerti in persona. Sei stato uno dei miei preferiti ospiti (ti assicuro che ne abbiamo avuto tanti). Sei sempre benvenuto a casa nostra -dove che sia… baci,
    Rosa

  2. Pingback: #CyclingForPalestine rewind – Day 125 I due giorni del Ben Gurion | LASPRO

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