#CyclingForPalestine – Day 91 Bersaglio mobile

Il 17 maggio è arrivato in Palestina Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta di Captain Tom No che Laspro segue sin dalla sua partenza da Roma del 16 febbraio. Ora il giro prosegue all’interno della Palestina sotto occupazione, con la partecipazione anche di cicloviaggiatori palestinesi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Ogni considerazione a seguire è sotto la mia esclusiva e personale responsabilità; Laspro non risponderà dei contenuti qui riportati quand’anche venissero ritenuti lesivi all’immagine dei soggetti ivi menzionati. Del resto, il mio nick “Tom” sta per Tommaso, e ovunque io vada credo solo a ciò che vedono i miei occhi, perdonatemi.

gerusalemme

Giovani con fucili d’assalto a tracolla, in un giorno qualsiasi in Jaffa Road a Gerusalemme

Da che sono partito ho sempre pensato ai problemi che avrei potuto incontrare alla frontiera, mai mi sarei sognato di passarla liscia al Ben Gurion e mai mi sarei sognato le circostanze nelle quali invece mi trovo a vivere ora che sono a Gerusalemme.
La situazione è diciamo sotto controllo ma è da un giorno e mezzo che scoppio d’ansia tant’è che l’herpes labiale si è rifatto vivo; inoltre da Izmir ho un occhio gonfio e mezzo chiuso, non saprei dire perché.
I problemi iniziano al ritiro bagagli oversize dell’aeroporto di Tel Aviv, dove trovo l’imballo della bici semi sventrato; sono le 22 e non posso mettermi a controllarne il contenuto qui, non voglio richiamare le attenzioni della security, lo farò domani a casa di Yonatan, il tizio che avrebbe dovuto accogliermi. Avrebbe dovuto…
Yonatan all’aeroporto non si presenta, e fin qui lo posso capire: il Ben Gurion dista da Tel Aviv Yafo almeno una ventina di chilometri se non erro, e lui c’ha la Panda, il che rende inutile qualsiasi tentativo di trasportare la bici con l’auto. Devo prendere un treno. Ma una volta giunto alla stazione in città, che da lui è veramente a pochi minuti, almeno lì avrebbe potuto accogliermi; se non altro per darmi una mano col taxi che so, concordare il prezzo in ebraico oppure caricarsi in macchina qualcosa visto che sono pieno di roba. Neanche per sogno.

Tel Aviv, coi suoi scenari per me insopportabili

Tel Aviv, coi suoi scenari per me insopportabili

Arrivato a casa sua, madido di sudore eppur fresco di rapina grazie al tassista, mi do una spiegazione più che plausibile vedendolo alle prese con una frugoletta di un anno o poco più, tutta pepe e grandi attitudini da futura free climber.
«Certo che non ti è venuto a prendere capitano, un uomo solo con una bimba piccola, come avrebbe potuto?».
Mi doccio e mi metto a nanna, sereno, ma guarda tu che vado a pensare, cretinetto che non sono altro. Tuttavia al mattino seguente farà la sua comparsa una donna, la madre della pupetta, e da qui il palesarsi dei primi sinistri presagi…
«Ma allora perché mai costui non è venuto ad accoglierti giacché l’infanta poteva essere affidata ai medesimi sacri lombi che la resero?»
«Suvvia Percevaldo non essere maligno, dovrà pur esserci un motivo».
E via tutta una serie di mie rassicuranti congetture su di lei che lavora tutto il giorno come un somaro e almeno la notte lasciamola riposare che diamine! Poi però qualcosa nei discorsi di Yonatan mi fa capire che di lì a poco mi toccherà sloggiare, diciamo entro la mattinata stessa; o meglio ancora dopo la colazione che non c’è stata, perché la signora – che in realtà lavora a casa – a malapena mi offre un tè, e non senza riluttanza. Cioè, con estrema cortesia e scarso tatto mi si sta comunicando che la mia nel loro nido sarà un’apparizione subitanea quanto fugace, una dormita e via.
Poco dopo verrò scaricato a Nevè Shalom (Wāħat as-Salām), presso un centro dove Yonatan ha una riunione con altri attivisti, assieme alla bici e a tutto il resto (diavolo di una Panda, alla fine ci entrava tutto).
«Mi spiace non poterti aiutare mi spiace davvero; d’altro canto devi capire che non è che puoi apparire così out of the blue e sperare di potertene andare in giro dove ti pare. Parliamoci chiaro, così come ti presenti sembri un colono, se entri in un villaggio palestinese forse i bambini ti prendono a sassate e se metti su la bandiera palestinese qui la polizia ti ferma subito e ti fa passare dei gran brutti quarti d’ora… Per fare una cosa come quella che vuoi fare tu ci vogliono i contatti…»
[avresti dovuto essere tu il mio contatto…]
«Secondo me ti conviene mollare la bici da qualche parte, anche qua per esempio, c’è un’ottima guesthouse… Ti ho fatto fare un prezzo di favore, ottanta dollari sono niente, così almeno stanotte dormi bene, senza svegliarti all’alba con la bambina che frigna».
[io mi sveglio comunque all’alba]
«Ti auguro ogni bene e mi raccomando… qualsiasi cosa hai il mio numero».
[non mi serviva granché, bastava un letto per un paio di giorni, il tempo di organizzarmi]
«Non so come ringraziarti Yonatan, ti tengo aggiornato».
[…e mò che cazzo faccio? Qui non c’è niente, ho la bici rotta e ottanta dollari a notte per me sono troppi. Ho pure detto ai “ragazzi”, quelli che mi stanno sostenendo sul serio, che con ciò che sarebbe avanzato dai loro bonifici a mio favore avremmo fatto una donazione a un ospedale palestinese o magari a un progetto di sostegno, il che presuppone che qualcosa avanzi…]
Ho capito la situazione: la persona alla quale mi sono affidato sin dall’inizio, quella che avrebbe dovuto organizzarmi un minimo di accoglienza che si possa definire tale è troppo impegnata su questioni palestinesi ben più importanti: arresti, beatificazioni, folle oceaniche di rifugiati a casa sua, ecc. Nonostante sapesse del mio arrivo da tempo, causa i troppi impegni all’ultimo secondo si è affidata a sua volta a qualcun altro, Yonatan nella fattispecie; il quale evidentemente, in virtù di chissà quale trascorso, pur controvoglia non ha potuto dire di no.
Il risultato sono io, solo in mezzo alla strada e con la bici tutta storta. Un bimbo discolo messo in punizione. Ho capito pure che tipi sono Yonatan e la compagna: non un pezzo di pane in casa; un frigo gigantesco pieno di roba “strictly Bio“, e tutto che porta il nome della piccola “Hella”, le stanze, il frigo, la rete Wi-Fi; la password è la data di nascita della mocciosa e in casa non si può fare un cazzo se no la bimba si innervosisce e figurati se ci può girare un cane rognoso come me. Però lei, la signora sapeva già che mi avrebbero buttato fuori il giorno stesso, almeno una colazione poteva offrirmela.
Limitatamente ai soli due di mia personale conoscenza – ripeto limitatamente ai soli due di mia conoscenza – mi sono fatto un’idea su alcuni dei cosiddetti “buoni” ex combattenti dell’esercito israeliano; il primo, Yonatan, con un’agenda di appuntamenti fittissima tale per cui non può starmi appresso e “scusa scusa devo andare”, sarà ma io l’ho visto andar via con la chitarra, giuro; e col secondo, Uri, ho avuto un alterco per via di un mio commento sui sionisti in cui li definivo “gli individui più autolesionisti del pianeta”; Uri si è subito precipitato ad accusarmi di essere quello che parla per stereotipi, perché mi sono permesso di denunciare anche il loro morboso, conclamato e proverbiale attaccamento al danaro; tutto ciò nominando sempre e solo i sionisti in quanto tali e giammai gli ebrei in quanto popolo. E ho capito pure che tipi sono almeno un centinaio di israeliani in generale: a Neve’ Shalom, che passa per un villaggio dove arabi e israeliani cooperano pacificamente, e dove quindi gli israeliani presenti dovrebbero esser quelli “buoni”, nella guesthouse ho dovuto fare a cazzotti al buffet, dove un pasto costa 50 dollari e dove la direzione, in quanto grandi amici di Yonatan, mi concederà di arraffare qualcosa purché in fretta e senza farmi notare per soli dieci dollari; un prezzo appannaggio esclusivo del sottoscritto, un vero regalo per l’impegno profuso e per la causa di cui “ella” si è fatto portavoce. Ho dovuto ascoltare il loro vociare sgradevole e ad altissimo tono e ho dovuto tollerare l’arroganza con la quale si muovono, urtano e invadono gli spazi comuni. Al mattino seguente, a colazione, idem: ho dovuto posizionare le chiappe sul bordo della sedia e usare lo schienale come scudo, onde evitare che nella foga e nell’inspiegabile concitazione mi salissero in groppa. E infine ho dovuto digerire i loro sguardi diffidenti, e le pistole in tasca ai maschi di mezza età. E stiamo parlando di un posto il cui nome significa letteralmente “oasi di pace”.
Qui a Gerusalemme sembra tutto tranquillo, una normale meta turistica, se non fosse che i giovani militari salgono sui mezzi pubblici col fucile. Ho mangiato un Kebab in pieno centro in un posto con soli tre tavoli e ho dovuto scansare i mitragliatori per farmi posto. Non scherzo affatto; a uno gli si è impigliato il caricatore di scorta nella tovaglia e ha rovesciato tutto. Siamo nella cosiddetta capitale dove se spari un peto per errore ti vaporizzano a colpi di mortaio e quando infili le mani in tasca o nella giacca per prendere due spicci è bene che tu lo faccia mooolto lentamente che non si sa mai. E il bello è che i turisti che vedo son tutti contenti, non gli viene mica da vomitare. Soldatesse giovanissime, armi da fuoco ovunque, palandrane nere, barbe, treccine e cappelloni. tel avivE prima di ciò l’orrore di Tel Aviv, autentica cattedrale del neoliberismo. Coi suoi megahotel sul lungomare, un lungomare perfetto, scintillante direi; uno squallore perfetto, fatto di uomini e donne sudati e in ottima forma, elegantissimi nei loro tessuti tecnici da jogging. Capisci di essere un pacifista vero quando ti viene la nausea per la violenza, di qualsiasi tipo essa sia: fisica, verbale, psicologica, geopolitica e fanatico-religiosa. E qui ho la nausea ovunque. Ci vuole coraggio a definire questo inferno “l’unica democrazia del medioriente”, ammettilo suvvia Bibi, c’hai la faccia come il culo! E forse ci vuole ancor più coraggio e propensione alla violenza per indossare la faccia di Saviano, di Giuliano Ferrara, di Sallusti, di Raiz (che delusione, adoravo gli Almamegretta) e di tanti altri contemporanei italiani che non possono NON sapere, anzi, la storia la conoscono bene, e tuttavia ingrossano le fila di quelli che ancora vanno in giro a dire: «Sì però Hamas…», e le stronzate sugli scudi umani ecc.
In tutto ciò sul mio telefonino piovono sms con testi incomprensibili, io già ci vedo male, figuriamoci con l’ebraico; qualcuno mi sta cercando ma visti i caratteri non ho voglia di sapere chi è. I font ebraici hanno invaso persino le mie mappe sul tablet, non ci si capisce più un cazzo, la cartina di Israele con su una carneficina di piccoli insetti. L’attitudine all’occupazione, all’abuso, qui è intrinseca pure nelle telecomunicazioni, e la linguistica originale dei miei pochi devices, in mancanza di qualcuno più pratico di me, sussiste solo in quanto substrato.
Sono solo come un cane ma ho un contatto con persone a Hebron, domani vediamo cosa fare. Io non riesco a starci qui mi sento male, mi sento soffocare. Ebbi la medesima sensazione lo scorso agosto, e ripresi fiato solo tra i palestinesi.
Inoltre, tutti gli sguardi che ho addosso quando giro in bici, laddove in qualsiasi altro posto al mondo significano empatia, qui mi rendono alquanto nervoso.
Al che sarei tentato di andare in municipio a chiedere se basta la bici gialla oppure è il caso che mi dipinga direttamente un bersaglio sulla T-shirt.

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