#CyclingForPalestine – Day 80 Nei pressi dell’antica Troia

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro segue nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

cycling for palestine 80

Poco prima di Tekirdag (Turchia)

C’è sempre stato un falco sopra la mia testa, sin dalla Slovenia. Io naturalmente mi illudo che sia sempre lo stesso – il “mio” falco – e che noi si possa arrivare assieme alla fine di questa storia. Fino in fondo. Fino a quel maledetto muro.
Del resto, quando la smetteremo di tirare su muri io non ci sarò più, voi non ci sarete più e tuttavia, forse, saremo stati proprio noi, quelli che ci son cresciuti sotto, ad aver iniziato la distruzione di quel fottuto muro. Io ci spero, prego e pedalo.
Prima di arrivare dove sono sosto a Biga, una cittadina non lontano da Bandirma che è già un porto di discreta importanza sulla costa turca del “lato asiatico”. Tra Biga e Bandirma 72 chilometri di soli campi; non un albero sotto cui ripararsi dal sole, non una piazzola di sosta o posto di ristoro; che ci facevi tu, piccola tartarughina, in mezzo alla carreggiata?Mi fermo e lì per lì penso a un’allucinazione, che so, un colpo di sole (quel giorno picchiava come un parroco di borgata).
Al primo Tir rintanasti tremante nel tuo guscio, sconvolta dal rumore e dallo spostamento d’aria, poi fu la volta del secondo, e questo ti sfiorò così da vicino da farti fare addirittura una buffa piroetta e infine l’ultimo.
Piccola chiazza di carne e sangue sull’asfalto; che cazzo c’era di tanto importante sull’altro lato della stramaledetta D200? Non ho potuto fare nulla se non assistere impotente.
D’altra parte non posso biasimarti: la curiosità, le speranze riposte sull’altro lato, sono parte dell’ossessione che ha spinto la mia carcassa pedalante qui, a pochi centimetri dall’asfalto turco; per cui è bene che il mio pulpito resti vuoto, che sono l’ultimo autorizzato a predicare.
Ma vediamo piuttosto di fare un bilancio generale. Sino a oggi ho attraversato sette paesi e più di una dozzina di posti di frontiera. Un percorso sufficiente a rendermi conto di quanto sia diversa questa mia esperienza balcanica di cicloviaggio dalla precedente in Oceania. In Australia ho cambiato fuso orario non so quante volte e tuttavia non ho mai potuto elaborare nulla riguardo il concetto stesso di frontiera; la sussistono più o meno tre soli, per così dire, “ceppi etnici”, gli aborigeni, gli immigrati e i coloni con la loro progenie, immigrati “atavici”. Le diverse correnti di pensiero sono poche e ben delineate tra loro mentre, di contro, il territorio è immenso. Non siamo agli antipodi solo in senso geofisico ma lo siamo anche in termini antropologici: in Grecia ad esempio, basta spostarsi di pochi chilometri verso nord est rispetto a Salonicco che ecco comparire piccoli villaggi musulmani, minuscole comunità rurali dove gli abitanti parlano un dialetto molto più simile al turco e hanno un aspetto assai diverso, decisamente più “mediorientale”, tant’è che le donne indossano il velo. Ma anche in Italia, senza doversi spostare più di tanto, capita che in piccoli paesi o addirittura frazioni davvero poco distanti tra loro si parlino dialetti diversi, lingue diverse, al punto da fraintendersi o non capirsi affatto. Una vera e propria Babele. Un meraviglioso pot-pourri.
A proposito di pot-pourri, Il panorama degli artisti pop turchi non è male, quantomeno è eterogeneo. Ci sono anche i rockers ovviamente. Alcuni pezzi potrebbero funzionare anche altrove, parecchie litanie e i soliti grandi tormentoni per fare cassetta. Come da noi più o meno. Come ovunque del resto.
Voglio dire, gli anglo-americani li amiamo tutti, ci siamo cresciuti, ma hanno colonizzato tutto e la musica in special modo. Il risultato è che ovunque vai, le star che vedi, che siano greche piuttosto che albanesi, devono prima incarnare lo stereotipo dominante, soprattutto nel look e nelle ambientazioni; poi, a seconda del grado di fierezza dell’appartenenza, la melodia di base affonderà radici più o meno robuste nella cultura e nella musica popolare locale.
Insomma io sono cresciuto a Lou Reed, Prince, Rolling Stones, Depeche Mode, e mi dispiace di non aver potuto ringraziare personalmente De Andrè per la sua immensità. Grazie a lui e a pochi altri in Italia, quantomeno abbiamo venduto cara la pelle.cycling for palestine 802Adoro i turchi, anche loro vendono cara la pelle, e mediamente se ne fottono dell’inglese. Ci capiamo a gesti perlopiù. Certo è un peccato che non si possa far conversazione, datosi che anche qui sono diventato discretamente popolare. Ad Istanbul, la TRT TV, il più importante canale nazionale, mi ha intervistato con tutti i crismi in mezzo a una folla di turisti; e dopo il servizio, una moltitudine di teste sotto vuoto spinto ha approfittato delle circostanze per darsi al selfie col sottoscritto. Istanbul è tutta un’orgia di selfie nella selva di quei braccetti telescopici del cazzo, e io ne faccio parte; sono una star underground a livello globale, una roba da non credere.
A ogni modo coi turchi mi trovo bene, specie nei piccoli villaggi fuori dal chiasso urbano; dove gli anziani hanno la pelle bruciata dal sole e facce che sembrano intagliate nel legno. Quel genere di esseri umani che è rimasto intatto, e che ogni tanto cala in città solo per farsi un giro coi nipoti. Due, tre generazioni, a volte quattro, in posa davanti all’obiettivo, con Santa Sofia di sfondo e la nonna accovacciata tra i tulipani, flessa sulle ginocchia come un giovane beduino. Gli agricoltori, gli operai, gli addetti ai lavori stradali e la polizia stessa impazziscono per me; senza contare tutti quelli che mi hanno visto in TV, una buona parte dell’intera nazione.
Ora tenendo conto che a Tirana pure ho avuto ben dieci minuti di diretta nazionale, ad Atene la radio di Syriza e poi vari quotidiani, tra cui Yeni Şafak, che passa per islamico conservatore e pure antisemita, è possibile che in Israele siano già pronti a dare il benvenuto alla “star balcanica” filo palestinese, a suon di calci in culo.
Ma chi se ne frega, ne sarà valsa la pena. L’ho capito dalle domande che mi sono state rivolte lungo tutto il viaggio: ho parlato a una folla oceanica che non sa nulla degli accordi di Oslo, che non ha la minima idea di chi sia stato Arafat.
Al Fatah? Prigionieri politici?
Questi confondono la bandiera palestinese con quella italiana: ho viaggiato lungo tutta la costa balcanica e persino in Grecia sentendomi gridare dietro “eeeeh! Italianooo!“, nonostante la presenza della fascia nera e la diversa disposizione dei colori che abbiamo in comune. In Albania pensavano che andassi in Pakistan o in Afghanistan o qualche altro posto che finisce con “stan“, perché i casini di solito stanno là. Io in cuor mio sento di aver fatto qualcosa, poco o niente intendiamoci; il miglior aiuto che si possa dare a un popolo oppresso passa per la sensazione continua di non aver fatto abbastanza, e questa consapevolezza me l’hanno regalata i compagni di Atene, quei meravigliosi dinosauri tutto sangue, coraggio e umanità.
Ne è valsa la pena sì; e se un colono israeliano mi spara per sbaglio o se un’automobile mi ficca sotto, per caso s’intende, in quel genere di “incidente” così frequente da quelle parti, spero solo di avere il tempo di alzare gli occhi al cielo e ritrovare il “mio falco”. Ma come fanno a dormire la notte quelli che trattano le altre etnie come fossero bestie? Come fanno a non cagarsi addosso?
E come fanno in tanti, specie tra gli italiani, a riempirsi la bocca con la lotta al neoliberismo, salvo poi tacere o disinteressarsi del tutto delle questioni che comportano un minimo di esposizione? Parlare di Palestina in Italia è tabù. Si può parlare di diritti umani, delle atrocità di Gaza ma non di genocidio. Tanto meno di pulizia etnica. Perché ciò comporterebbe lo schierarsi dalla parte di Hamas. Bella scusa. La verità è che i sionisti sono bravi a scovare e a ricattare la mediocrità che è insita nella società, nell’impianto ideologico della cultura dominante.
cycling for palestine istanbulIn fondo l’ideologia è come il nostro bel palazzo Art Déco di Istanbul. Una facciata elaborata e ricca di teorie per spiegare in modo esaustivo i processi storici e sociali che ne hanno determinato la struttura interna. L’intensa partecipazione emotiva di chi ha disegnato quei fregi, ornato quei vetri, nel tentativo di trasformare l’uomo e l’intera società secondo un modello specifico.
L’ideologia invecchia sontuosamente, ma troppo spesso capita che qualche pezzo caschi in testa a qualcuno, a una moltitudine anzi, che quasi sempre ci lascia la pelle.
La vera bellezza non ha mai un prezzo così alto, non trovate?
«L’ideologia impedisce di vedere le ragioni degli altri, impedisce di vedere l’alterità e accettarla», sante parole di Ambra Pirri, la quale è ripartita, mannaggia. E si è portata via questi giorni a Istanbul passati assieme: ore brevi come un battito d’ali.
«Il muezzin? Ancora? Ma non ha cantato un’ora fa?»
«Ho studiato! Alla preghiera dell’alba la luce è così incerta che un filo bianco non si distingue da un filo nero; poi si prega a mezzogiorno, unico orario certo (forse); poi la preghiera del pomeriggio quando l’ombra è il doppio di un bastone verticale; poi la sera prima del tramonto quando la luce diventa incerta; infine quando l’ultima traccia di luce scompare nella notte».
Con lei se ne ripartono Wenders, Naomi Klein, Shakespeare, Kubrick, Visconti, cani parlanti, maghi del selfie, progetti editoriali, progetti di viaggio, sabbia, scorpioni, lune e maree.
Tutto l’universo delle nostre chiacchierate. A presto gioia, grazie infinite di esistere.

Con Critical Mass ho chiuso, definitivamente. Dopo le ultime battute al vetriolo sul social ho preso la mia decisione. A un mio sfogo per la pressoché totale assenza di un qualsivoglia tipo di sostegno – nonostante i miei ripetuti appelli – il capetto di turno mi ha invitato a portare “un metro più in là” il mio tentativo di cambiare il mondo; che lì hanno da fare colle buche nei cento metri di ciclabile sotto l’ufficio, con la bici rubata al tizio nel sottoscala di casa (dove mai andremo a finire di questo passo?), e col gatto in coppa al ciclista sul lungotevere. Lo adoro quel personaggio intendiamoci; è da una vita che se ne va in giro col micio arrampicato sulla spalla, una bella immagine non c’è dubbio; ma possibile che la mia iniziativa, comunque utile e con al centro la bici, debba elemosinare le condivisioni e MAI senza prima passare per polemiche e critiche feroci? Con grande fatica – e mai senza insistere – ho incassato solo qualche condivisione, un paio di trafiletti striminziti su altrettanti blog, e facili ironie da brillanti sfigati, il tutto in ordine sparso, come resti di un naufragio, il mio, sulle sponde modaiole quanto maleodoranti della Critical Mass romana. Ossia ho lottato molto meno per avere spazio sui più importanti media nazionali “pan-balcanici”, lunghi e accurati articoli o decine di minuti, che sono un’enormità in tempi televisivi o radiofonici, piuttosto che per qualche timida, striminzita menzione su qualche blog di biciclettari tristi. I media italiani poi te li raccomando, non vogliono esporsi, mai: «Mettiti nei miei panni, non so come inserirti nella mia linea editoriale».

«Ma lei è padre?»
«No mi spiace non sono padre».
«Peccato… Domani è la festa del papà… Avremmo avuto il gancio per mandarla in onda…»
«Scusate, ma che cazzo c’entra la festa del papà con la questione palestinese?»
«…click! Tuu… Tuu… Tuu…».

I media italiani mi hanno elegantemente cestinato e i critical massers romani sono sempre troppo occupati.
In buona sostanza ragazzi vi inviterei da qui al futuro a evitare discorsi non inerenti esclusivamente alla ciclabilità; lasciate stare la lotta al neoliberismo, non è argomento da birretta tra compagnucci di gita. Lo dico perché se vi capita di incontrare qualcuno che a quelle lotte ci crede veramente, dopo un po che vi conosce s’incazza, e s’incazza di brutto; e poi gli dicono “ma dai non fare così… Ma come sei aggressivo!”.
Certo che sono aggressivo cazzo, ma da che parte state? Ma non si era parlato di bici e rivoluzione? Critical Mass, NO OIL e cambiamo il mondo?
Mi è stato detto “la bici è solo un mezzo di trasporto, non può cambiare il mondo, e Critical Mass è poco più che una moda importata”. Dichiarazioni che forse non rappresentano il pensiero della maggioranza dei massers, ma fatalità sono assai ricorrenti ogni volta che il tema esce dai percorsi stabiliti dai “capetti”: tracciati urbani, trattative con la giunta, e i maramaldi che parcheggiano sulla ciclabile.
La bici “è” un mezzo per cambiare il mondo: ha un potenziale enorme che risiede nella sua trasversalità, in bici ci vanno tutti dallo yuppie all’hippie; ha un potere aggregante quantomeno degno di attenzione e infine, last but not least, la propulsione umana dispone l’animo sulla retta via.
Ti pare poco? Perché rinunciare a tutto questo per colpa di un manipolo di imbecilli, quand’anche una moltitudine, rivoluzionari con l’aperitivo in mano, branco di pecore.
Ma se ci resto secco giuro su Dio che torno di notte a bucarvi le camere d’aria di riserva, e col tip top ripara gomme tanto vale che vi ci laviate i denti, perché non vi funzionerà mai più. Non potrete fare cento metri senza bucare; e quando sarete lì, nel tentativo (vano) di sistemare la ruota, inizierà a piovere di brutto, anche a ferragosto; e sulle salite, mentre sarete in piedi sui pedali, vi sviterò il sellino, così da dare il benservito anche al vostro inutile culo radical chic.
Anatema!

 

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