#CyclingForPalestine – Day 59 Smarriti gli dei ricadranno sulla terra

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro segue nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Pezzo di idiota! Sei dovuto arrivare al collasso per capire che non hai più vent’anni.
Da Atene parto sul presto in direzione nord; ho deciso di fare un salto a Evia, è sulla traiettoria e comunque l’idea di “tagliare” per un’isola mi alletta non poco. Lontano dalle grandi arterie killer, nel silenzio pressoché assoluto, tra un mare liscio come la seta, vallate in fiore, monti e sorgenti d’acqua.

cycling for palestine

Tu e la tua fissazione per le strade secondarie.
Se non fossi Captain No direi: “Ma dove minchia sono?”.

C’è da dire però che la Grecia non offre molte opzioni quanto ai pernottamenti low cost. Gli ostelli sono pochi e solo nelle grandi città mentre i campeggi, dato che la stagione turistica non è ancora iniziata, sono quasi tutti chiusi. Pertanto occorre spesso allungarsi in itinerari giornalieri che prevedano magari 120 chilometri di percorso impervio o con variazioni altimetriche significative, e le otto o nove ore di pedalate che il corpo di un quarantaseienne fumatore è disposto a tollerare diventano dieci, a volte tredici.Puoi fare lo scemo per un mese o due, alimentandoti male o in modo insufficiente, poi però arriva il conto.
Il conto mi giunge a Platamonas, a un centinaio di chilometri da Salonicco, dove arrivo magari stanco e affamato ma nella norma, niente di speciale insomma; tuttavia durante la notte vengo assalito da una quantità inaudita di dolori sicché il giorno dopo non riuscirò letteralmente a fare nulla che non sia giacere nel sacco a pelo, come una larva umana. Non ho avuto la forza nemmeno di lavarmi i denti. Non scherzo.
E non c’è peggior cosa della debolezza unita all’inappetenza; per cui per una giornata intera non mi è riuscito di ingerire nulla eccetto qualche frutto e ho avuto persino repulsione per l’acqua.
Ma il peggio non è questo.
Cado in ginocchio ai piedi del monte Olimpo, ed è proprio qui che scopro di essere quanto più lontano dal senso delle cose; tutta la mia vita e lo stesso viaggio che ora sto compiendo, a un tratto, sono diventati sabbia tra le mie mani. Tutti i tasselli che avevo posto uno sull’altro, la mia architettura poetico-infantile, appena dopo essermene ritratto con la massima circospezione e pur avendo io badato a non urtare alcunché ora è un cumulo di macerie.
Pensavo di aver risolto in Australia, una volta per tutte; pensavo di aver pagato. Migliaia e migliaia di chilometri percorsi nel nulla; tutta la vita che ti passa davanti attimo per attimo, episodio dopo episodio, senza montaggio o colonna sonora, come nei filmati delle TV a circuito chiuso. Pensavo di essermi perdonato per la mia mediocrità, per tutte le volte che son stato meschino, crudele, ottuso, maligno, inutile. Niente da fare. Ci risiamo: «L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui»… (da La Tempesta di William Shakespeare).
E poi cosa sto facendo? Che cosa porto con me in Palestina oltre all’immagine ridicola che un uomo della mia età può rendere di sé trasportandosi su quel trabiccolo giallo a pedali? Sul mio Facebook piovono post che commemorano Vittorio “Vik” Arrigoni; la sua figura mi appare gigantesca e ineguagliabile, mentre io, qui, chiuso nel mio bozzolo, ho appena perso tutte le coordinate.
Nulla ha più senso. Tutti i miei aspetti mi appaiono ora grotteschi, caricaturali; mi sento come una delle tante “minchiate” che Ambra ha raccolto in giro per il mondo, solo che il mio pupazzo ha un aspetto sinistro, e anziché aver dispensato allegria mi pare che abbia dato solo dolore.
Ho scritto alla sorella di Arrigoni dopo aver letto due sue righe di sfogo in cui diceva che di Vittorio non resta che cenere: e laddove il mio voleva essere un messaggio di conforto naturalmente sono stato insolente o perlomeno inopportuno. Non mi ha nemmeno risposto, non so biasimarla. Avevo cercato di dissuaderla dal voler credere che un grande spirito non lasci che spoglie mortali, e avrei voluto dirle molte altre cose. Avrei voluto dirle del mio personale rapporto con Vik – tutto nella mia testa – il quale mi appare in sogno spesso e volentieri; non ci diciamo granché ma la sua presenza mi fa star bene. È quasi sempre allegro eccetto quando e pensieroso. In realtà non ho mai incontrato Vik. In almeno un paio di occasioni e dopo aver condiviso una birra e un po di allegria, ho chiesto a Vittorio, per pura curiosità: «Ma tu che ci fai qui? Non ti hanno detto che sei morto?»; una volta ci ha riso su, e un’altra, lo ricordo bene, ha guardato il mare e poi è venuto verso di me con un altra birra.
«Ce l’ho già la birra Vik, vedi? Non ne ho bevuta neanche metà ancora».
«Prendine un’altra, per il viaggio…».
Ad Alessandra, che non conosco naturalmente, avrei voluto dire molte cose, ma quel poco che ho detto è bastato a dare di me la solita pessima prima impressione; l’esordio a “pene di segugio” (o a prepuzio di bracco; comunque a c**zo di cane) ormai è una costante per me. Troppo comodo pensare che siano le circostanze avverse oppure il karma a determinare queste mie sgradevoli ouverture; è ciò che vi è oltre evidentemente, ossia tutta la sinfonia, ad essere grossolana, insopportabile e inutilmente chiassosa. Tutto il mio “estro” si risolve sostanzialmente in un ensemble di fanfare stonate e di padellacce sbattute l’una con l’altra.
Ad ogni modo vado avanti, anche se una strada davanti non ce l’ho più; il mio “Walkabout”, come lo chiamano gli aborigeni, evidentemente non era compiuto. Se non altro so cosa devo fare e questo è già qualcosa: oltre a scrivere per Laspro, che mi dà gran gusto in barba all’editoria lottizzata e asservita ai pruriti del potere, la mia missione consta di un duplice scopo: 1. Sensibilizzare un potenziale e significativo bacino di individui “very common people” che riguardo la questione palestinese sa ben poco o nulla; 2. Presentarmi alle frontiere ogni volta esattamente “così come sono”, con due belle bandiere palestinesi bene in vista, e vedere l’effetto che fa. Finora sono sei i paesi che il neonazismo economico considera “non allineati”, ad avermi accolto praticamente a braccia aperte: nessuno mi ha precettato in alcun modo o raccomandato alcunché riguardo la circolazione sul proprio territorio con un mezzo – che di certo non passa inosservato – recante il vessillo che parecchi, troppi francamente, idioti considerano ormai rappresentativo di un’organizzazione terroristica. E so anche che per ogni giorno nuovo che viene noi si dovrebbe pensare sempre di esser nati per vivere quel giorno, perché tutto nella nostra vita ci ha portato lì, esattamente in quel punto preciso dello spazio. Non credo di illudermi se penso a questa come a una verità inconfutabile. Anche voi stessi che mi leggete ora, tempo reale, tutta la vostra vita vi ha portato qui. Chissà perché, bizzarro davvero.
Ma un perché deve pur esserci.

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