#CyclingForPalestine – Day 53 Atene

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro segue nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Atene. Latitudine: 37°58′46″ N; Longitudine: 23°42′58″ E.
I dinosauri non si sono estinti, vivono ancora tra noi, sono bellissimi e stavolta stanno dalla nostra parte.
atene
Intanto c’è da dire che sono in hotel, ho una camera in pieno centro tutta per me con vista sull’Acropoli, non so se rendo. I compagni di Atene mi hanno riservato un’accoglienza da principe: quattro giorni diconsi quattro tutto pagato. E dopo sette giorni di fila percorsi a una media di 120 chilometri al dì che fanno il paio con altrettante notti passate a smaniare in tenda, capite bene che una roba del genere, la comodità, il benessere, il sollievo insomma, è tale da provocare erezioni subitanee e inopinate.Non c’è modo di star tranquilli col campeggio libero: tanto per cominciare è illegale, niente servizi igienici e poi che fai, ti butti nella macchia o ti apposti vicino alla statale?
Nel primo caso passi la notte con un occhio aperto perché comunque vai in paranoia coi rumori della natura; nel secondo invece ci pensano i Tir e i vari smarmittati a tenerti sveglio, ché se disgraziatamente stai su un pendio scosceso è tutta una rapsodia di marce strappate, di motori coll’enfisema, di frizioni sull’orlo di un collasso nervoso. E poi i cani randagi, ne abbiamo già parlato, in Grecia come in Albania a volte sono un problema serio per i cicloviaggiatori. A me i cani piacciono intendiamoci, ma dopo settimane di attacchi continui – ormai mi tocca brandire il bastone persino nella manciata di secondi che servono a far pipì – comincio a odiarli. Sul serio, mi spiace dirlo, ma quando sento abbaiare divento animale a mia volta; mi sale l’adrenalina e vorrei spaccargli il cranio a quelle povere creature di Dio. Ma quando l’uomo non è in grado di dominare i suoi istinti più bassi, quale la differenza tra egli e la bestia? Comincio a capire cosa c’è nella testa dei soldati israeliani quando picchiano o maltrattano i civili, siano essi donne, bambini o anziani.
Pertanto cerco di limitare l’uso del bastone a puro strumento di dissuasione: ho capito che il più delle volte basta vibrare colpi al suolo o strofinare la punta d’acciaio sull’asfalto per sedare la canizza. L’esercito questo non te lo insegna, anzi; ogni tanto qualche sapientone col cervello marcio, figura professionale da sempre in voga in ambito militare, decide di mettere a protocollo nuove e ogni volta più subdole tecniche di condizionamento psicologico in quanto parte stessa dell’addestramento. L’esercito israeliano in particolare è totalmente a suo agio in questo tipo di merda. I civili palestinesi vengono trattati come fossero bestie pericolose, perché l’addestramento militare fa sì che tali appaiano agli occhi dei soldati. Ma andiamo avanti.
micheloneAd accogliermi ad Atene ci sono quattro bei signori non più di primo pelo; tuttavia ognuno di loro è ancora perfettamente in grado di turbare i sogni di qualsivoglia giovane donna. Non dirò i loro cognomi ma solo i nomi: Nikos, Michalis, Iannis e Babis. Ad accomunarli, oltre all’aspetto piacente, al senso dell’umorismo, al fuoco della passione non ancora sopito, c’è la lotta politica. Immagino sappiate già che per un vero greco l’esercizio della politica include molte diverse pratiche, consumate non solo nelle assemblee o nei cortei di piazza quindi. Pur essendo io estremamente ignorante, al punto da sconfinare spesso nella rozzezza o nel ridicolo, penso di poter affermare senza tema di smentita che ciò che di più bello la civiltà abbia prodotto affondi le sue radici qui, in Grecia: la nostra cultura, le nostre parole, le nostre forme. Parlare con un greco significa rendersi conto dell’uso sconsiderato che fai di certi termini e di quanto improprie e limitate siano le applicazioni di questi ultimi nell’ambito dei tuoi discorsi. Ti senti come un compendio di fronte a un’enciclopedia.
Un buon greco potrebbe ridurre lo scempio da me poc’anzi perpetrato ai danni della sintassi a poche fluenti sillabe fottutamente significative.
Un buon greco non scinde la lotta politica dalla solidarietà vera, fattiva, e tutti i suoi ideali sono permeati da quel senso di umanità che l’Europa va dimenticando direttiva dopo direttiva.
Questi buoni greci che son qui ad accogliermi hanno in effetti qualche primavera e bagliori argentei sulla cocuzza, almeno laddove non sia stato l’autunno caduco a stabilirvisi in via definitiva tuttavia hanno forza da vendere e cuore e coraggio. Ancora una volta il viaggio mi regala la compagnia e il sostegno concreto di persone che pur avanti con gli anni non hanno perso nulla nello spirito come nella mente. Dinosauri cazzutissimi e maledettamente affascinanti.
Michalis, ad esempio, è uno dei protagonisti delle operazioni Ship to Gaza, tutt’ora in corso: le barche che per prime hanno violato il blocco agli approdi sulla costa palestinese; barche recuperate in Turchia nei modi più rocamboleschi, restaurate e rimesse in sesto per portare aiuti alla popolazione della striscia. Barche che hanno visto sui loro ponti gente giovane che oggi non c’è più, tra cui Vittorio Arrigoni.
Michalis “Michelone” o “Tik-Tok” così lo chiamano i suoi amici più stretti, è un ingegnere: la sua figura imponente mi sovrasta in tutti i sensi possibili ma i suoi modi sono dolci e raffinati e la sua voce ipnotica e profonda mi racconta di un attivismo e di una solidarietà totalmente appaganti. Qualcosa che dà senso alla vita. Un qualcosa che non ha prezzo e non lo puoi possedere, talvolta nemmeno afferrare. Puoi solo custodirlo nel cuore; il Graal.
Mi ero ripromesso di intervistare Michalis proprio su questo tema, ma il tempo trascorso con lui e col resto della compagnia nelle trattorie ateniesi non mi ha permesso di ritenere la cosa accettabile. Questi signori mi hanno accolto e fatto sentire uno di loro, e tale è stata l’ebbrezza e tale l’onore che lì per lì non me la sono proprio sentita di mettermi a registrare le loro, le “nostre” conversazioni. Ho giusto Nikos per qualche secondo, mentre racconta un aneddoto di cui è stato protagonista: una delegazione di giovani giornalisti italiani viene in Grecia per documentare la crisi e confrontare le attuali effettive condizioni del paese rispetto allo status determinato dal precedente esecutivo e sino a prima del rischio default. Nikos li accoglie e combina loro un incontro col viceministro degli interni greco; sarà lo stesso Nikos ad accompagnarli, ma il suo carattere impetuoso lo porterà ad affermare a gran voce, innanzi ai presenti, la frase fatidica: “siamo in guerra con la Germania”; il che gli sarà fatale agli occhi del viceministro.
Per i miei nuovi e preziosissimi amici, stiamo effettivamente vivendo un nuovo periodo storico di occupazione: il neocolonialismo economico. Io sono totalmente con loro ovviamente, da tempi non sospetti. Non ho trascorsi da maoista, non sono mai stato arrestato per eversione e mai mi sognerei di puntare una pistola addosso a qualcuno, tuttavia anch’io ho le palle piene della globalizzazione. Non sopporto più la vista dell’inesorabile progressivo sgretolamento del tessuto sociale, di quello economico indipendente dai grandi capitali, dell’informazione e dell’editoria e di tutto il resto che ogni giorno va sfumando sempre di più al grigio.
greciUn buon greco mantiene la sua linea fino alla fine. Tale e quale alle forme classiche dell’arte ellenica: queste sembrano non scomporsi col tempo, rimanendo riconoscibili anche sino a un attimo prima di diventare polvere. Meravigliosa coscienza della materia quella greca. Qui ad Atene, in realtà, materia e spirito si compenetrano, ecco perché queste linee restano distinguibili pur essendo ormai in rovina, perché hanno un’anima, una propria identità, sono ancora vive! Come è ancora vivo il sentimento di partecipazione di questi ragazzi degli anni ’70, i quali mi procureranno un’intervista con Efsyn, il quotidiano degli editori, e una presso la redazione di Sto Kokkino, la radio di Syriza.
A Exarchia, il quartiere simbolo della resistenza urbana ateniese, visito il Politecnico e gli ulteriori terreni di scontro – assai frequente – tra le falangi anarchiche e le forze dell’ordine. Mi accompagna una ragazza greca, Marieta, conosciuta grazie a Michelone. Birra offerta dal locale centro sociale “Nosotros” con visita dell’edificio: qui si tengono incontri, rassegne e lezioni di ogni tipo, dalle lingue straniere alla musica, dalla pittura al Tai Chi. Non lontano c’è un altro edificio, dove seppure tra mille difficoltà si sta cercando di portare avanti un progetto di scuola alternativa per immigrati. In mezzo a tutto ciò vi è una piazza ovviamente, con tanto di piccolo parco dove potersi rollare una canna o bersi una birra senza doversi poi per forza spaccare le rispettive bottiglie l’uno sulla testa dell’altro come segno di appartenenza alla stessa corrente di pensiero. Gli anarchici, e io tra loro, non hanno una visione socialmente accettabile secondo la maggior parte dei registri politici, siano questi ultimi più o meno progressisti, più o meno conservatori o borghesi; e forse è pur vero che non hanno le idee chiare su ciò che andrebbe fatto. Ma di certo sanno bene ciò che NON è più il caso di portare avanti. E questo, a mio avviso, è un eccellente punto di partenza.nosotros«Una TV nazionale albanese, un quotidiano e una radio greca… E poi te ne vai in giro per gli ambienti anarcoinsurrezionalisti di Atene, praticamente in ciabatte perché ormai ti conoscono tutti e vorrebbero farti un monumento per via della tua “sfida personale all’imperialismo sionista”. Suvvia capitano, guarda in faccia la realtà: cosa ci stanno a fare i readers nelle ambasciate? Leggono i giornali no? Avanti… Svegliati! Apri gli occhi! D’ora in poi Sauron ti vede. Sei ufficialmente nel mirino…».
«Meglio così Percevaldo… Teniamoli impegnati».

loukanikosInsuperato potere di sintesi quello greco. Persino i gatti randagi sembrano stilizzati ad Atene. Tutte le forme che vedo potrebbero restare riconoscibili anche sino all’ultimo istante di un processo di erosione completa. Quei pochi tratti che restano lasciano spazio per l’ottimismo, per via della forza che ancora vi alberga: con i “ragazzi”, Nikos, Michalis e co. si va avanti a brindisi di questo tipo, sino a notte inoltrata, dopodiché Iannis mi tradurrà ciò che si son detti prima di congedarsi da me: «Ora che siamo stati con un puro ci siamo purificati anche noi!».

Non ho parole, mi sento come un oracolo.
Atene, vista dall’Acropoli, appare come un’immane distesa di brillanti grezzi, per via delle caratteristiche e della concentrazione dei suoi edifici. C’è un tipo con la tromba e base musicale, entrambi suonano Chet Baker, My funny Valentine; io quando lo sento quel pezzo alzo le braccia al cielo, sempre, e ovunque mi trovi, non posso farne a meno, devo ringraziare Dio che ha inventato Chet. Lui mi vede (no, non Dio e nemmeno Chet, il trombettista dico) e mentre mi allontano verso l’agorà, per un po’ sento la sua tromba seguirmi; mi giro e in effetti mi ha seguito ma siamo ancora distanti almeno una trentina di metri l’uno dall’altro. Dapprima mi saluta alla maniera militare, deve aver intuito il mio grado di capitano, poi ci salutiamo entrambi con un rispettoso inchino, sempre a distanza. Non so cosa significhi tutto ciò, ma lo prendo come un segno propizio.
Dovrà pur esserci un posto al mondo dove riesco a stare a lungo senza impazzire, e se da qui al prossimo mese e mezzo non mi sparano nel culo, io ci riprovo ad Atene.
Atene, sì: in moto senza casco, fumare nei locali, ascensori senza inutili sportelli interni. A che servono gli sportelli interni in un ascensore? Se do di matto e decido di troncarmi il pisello in qualche modo posso farlo anche con gli sportelli di sicurezza. Quanto sono ipocrite certe normative, certe direttive.

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