Gli alberi del sud danno uno strano frutto

Breve storia delle più famosa canzone antirazzista della musica americana

di Ilario Galati (da Bassa FedeltàLaspro 31 / febbraio 2015 clicca qui per abbonarti a Laspro)
[per la prima volta pubblichiamo sul blog l’articolo di Bassa Fedeltà, la rubrica musicale di Ilario Galati su Laspro, la più longeva della rivista, pubblicata sin dal primo numero di aprile 2009]

Il ‘900, prima ancora di essere il secolo nel quale si vanno affermando nuovi linguaggi musicali – il jazz e il rock’n’roll su tutti – è indubbiamente anche il periodo di massima espressione della canzone, intesa come nuova forma di componimento musicale. Prima del secolo breve, infatti, la canzone era stata “solo” un tema strumentale, per poi divenire altro dall’incontro con un testo cantato: questo accade nelle strade, tra la gente che, su arie celebri, comincia ad aggiungere parole.
Ovviamente nel ‘900 la canzone conosce la sua dignità di autonoma composizione in musica, sin quasi a ergersi a unico veicolo non solo di melodie, ma anche di idee e ideali. Infatti, se nei primi anni del secolo e soprattutto in Europa, le canzoni servono per far conoscere le condizioni di vita dei lavoratori sfruttati, altrove timidamente cominciano a raccontare vicende che difficilmente trovano il giusto posto nelle pagine dei quotidiani. Negli Stati Uniti d’America, i primi decenni del ‘900 sono caratterizzati da una serie di eventi drammatici che ottengono notorietà proprio grazie a canzoni scritte di getto e imparate col passaparola: si pensi alla storia di Sacco e Vanzetti, o più in generale alle ballate del Dust Bowl che raccontano gli stenti e la fame di milioni di uomini. Ma si pensi soprattutto alle canzoni che, squarciando il velo di omertà, cominciano a raccontare il razzismo e la segregazione che vige nel Paese delle Opportunità: il Klan, sempre più forte negli Stati del Sud, porta avanti quasi del tutto indisturbato un vero e proprio pogrom contro gli afroamericani.
I pestaggi e i linciaggi sono all’ordine del giorno mentre il movimento operaio, stretto tra prima guerra mondiale e Grande Depressione, non trova gli strumenti per contrattaccare (senza considerare che, anche all’interno della classe lavoratrice, vi sono elementi che credono i neri una razza inferiore). Tutto ciò, come dicevamo, ha portato alla composizione di molte canzoni sul tema dei diritti degli afroamericani. Ce n’è una in particolare, però, che ebbe un impatto davvero potente sulla società americana del tempo poiché, oltre ad allontanarsi anche stilisticamente dal folk imperante dell’epoca, propone sin dal titolo una metafora tra le più crude della storia della musica: si intitola Strange Fruit, è stata scritta nel 1939 da Abel Meeropol e portata al successo da Billie Holiday, ed è forse la più nota canzone antirazzista in lingua inglese.
Sulla Holiday c’è davvero ben poco da dire, se non che volle fortemente inserire la canzone nel suo repertorio: aveva conosciuto sulla sua pelle il razzismo, poiché suo padre morì fuori da un ospedale per bianchi a Dallas, e inoltre voleva poter cambiare l’immagine della nera ammaliatrice che canta le pene d’amore nei locali di lusso destinati alla “razza superiore”. Strange Fruit è perfetta per questo scopo, oltre che assolutamente calibrata alle attitudini vocali di una delle cantanti più dotate di sempre.
Decisamente meno noto l’autore, un insegnante ebreo con in tasca la tessera del Partito Comunista Americano. La storia narra che Meeropol fu fortemente impressionato da una foto che ritraeva un linciaggio avvenuto in Indiana di due neri di nome Thomas Shipp e Abram Smith.

Il linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith (foto di Lawrence Beitler)

Il linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith (foto di Lawrence Beitler)

L’uomo scrisse in una notte una poesia dal titolo Bitter Fruit, laddove il frutto inizialmente “amaro” altri non era che un afroamericano appeso a un albero. Il testo, dopo essere stato pubblicato sotto pseudonimo su alcuni giornali, fu modificato di poco e divenne una canzone la cui musica semplice e solenne fu scritta al pianoforte dallo stesso Meeropol, per diventare piuttosto nota negli ambienti radicali del periodo ancor prima che arrivasse alla Holiday. La quale conobbe la canzone grazie al direttore del Café Society, nightclub del Greenwich Village che sino alla fine degli anni ’40 ospitò i più grandi jazzisti in circolazione.
Come detto, la canzone deve la sua notorietà a un complesso di fattori, tra cui inevitabilmente il delicato momento storico: siamo nel 1939 e, benché in Usa Hitler venga considerato ancora soltanto un patetico buffone, la notizia della guerra nel vecchio continente non può lasciare indifferenti. Inoltre, agli occhi della evoluta New York, i linciaggi ai danni dei neri negli Stati del Sud sono un abominio: va bene la segregazione, introdotta ufficialmente dalla Corte Suprema, ma 4000 morti ammazzati nei modi più efferati in un paio di decenni sono davvero troppi per una nazione di diritto. Infine, non bisogna tralasciare l’effettivo valore della canzone in sé che, come detto, segna una frattura piuttosto profonda con la canzone di protesta in voga all’epoca, anzitutto perché Strange Fruit non è un pezzo folk.
È infatti una ballata pianistica in minore, dal mood molto opprimente, che non si presta propriamente a essere cantata in corteo. La melodia scritta da Meeropol è molto bella e, per quanto semplice, permette al pezzo di “decollare” anche prescindendo dal testo (tant’è vero che diventerà uno standard). Inoltre, l’arrangiamento del brano, per quanto elementare – pianoforte che si limita agli accordi, fraseggio di tromba all’inizio e dopo la prima strofa, arpeggio finale di chitarra – è funzionale all’inarrivabile interpretazione della Holiday. E l’aggettivo, in questo caso, non è affatto retorico poiché negli anni Strange Fruit è stata interpretata da gente del calibro di Jeff Buckley, Robert Wyatt, Diana Ross, Tori Amos, Ertha Kitt, Sting, Siouxsie and the Banshees, The Gun Club, Cocteau Twins, Dee Dee Bridgewater, Annie Lennox, Nona Hendryx e da altre decine di artisti, ma nessuno è riuscito a toccare le vette di lirismo di Lady Day. C’è chi l’ha caricata troppo di pathos, chi invece ha cercato di darne una lettura più distaccata, ma come si legge in una vecchia biografia della cantante: «Ascoltando molte delle varie cover della canzone, si ha l’impressione di ascoltare una bellissima versione di una bellissima canzone; ascoltando Billie, si ha l’impressione di stare esattamente ai piedi dell’albero». Forse, l’unica versione in grado di reggere il confronto, è quella che incise un’altra grandissima voce afroamericana, Nina Simone, nell’album del 1965 Pastel Blues: la sua Strange Fruit è ancora più secca e tormentata dell’originale, senza che la voce necessiti di supporti melodici, se non quei pochi accordi di pianoforte.


Ma, naturalmente, Strange Fruit deve la sua fama anche e soprattutto per le sue parole, alle quali non riteniamo utile aggiungere analisi o commenti di sorta. Parlano da sole, e dicono molto di più di quello che la semplice connessione tra loro lascerebbe supporre.

Strange Fruit
Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Uno Strano Frutto
Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi.

Una scena bucolica del valoroso sud,
Gli occhi strabuzzati e le bocche storte,
Profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne bruciata.

Ecco il frutto che i corvi strapperanno,
Che la pioggia raccoglierà, che il vento porterà via,
Che il sole farà marcire, che gli alberi lasceranno cadere
Ecco uno strano e amaro raccolto.

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