#CyclingForPalestine – Day 20 Cani e gatti da Zara in poi (l’insostenibile livore del Capitano)

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro segue nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Eravamo rimasti a Zara se non sbaglio, giusto? Nel frattempo, in qualità di amministratore delegato della Cycling For Palestine vi informo che l’orsetto Melghibson, responsabile del  marketing e delle comunicazioni, non fa più parte della nostra azienda.melghibsonPertanto, dopo anni di profittevole collaborazione, tutti noi non possiamo che augurargli di andare al diavolo!
«Carogna! Come ai potuto? Dopo tutto quello che c’è stato tra noi… Si va via così… Senza salutare, senza neanche un bacino? Se c’era qualcosa che non ti stava bene, voglio dire… potevamo parlarne…».Ebbene si, Melghibson se ne è andato; con la scusa della bora intensa se ne è andato, volatilizzato, me ne sono accorto troppo tardi. Non posso crederci, sono ancora sotto shock. Al momento mi trovo a Spalato e non lo so se me la sento più di continuare. Voglio dire, i rischi ci sono, andare avanti così, solo come un cane. Ragazzi io non lo so se me la sento…
A ogni modo non solo ho perso il mio compagno di avventure ma ho anche rotto il sedile della bici, e quest’ultimo è davvero un grosso problema. Io so chi è stato a portarmi sfiga; è stata quella lì, cosa, l’amica di Luisa, quella che sul profilo Facebook c’ha solo cani e gatti, dannata iettatrice.
Ne sono sicuro perché vedete io e Melghibson abbiamo attraversato continenti assieme; e laddove non furono l’infido dingo o il micidiale ragno dal dorso rosso a separarci nossignori, né tantomeno il letale Tai-Pan o le migliaia di chilometri percorsi nel nulla, ivi poté una cacacazzi nostrana e sconosciuta a cui bastarono poche insulse sillabe su di un breve messaggio acciocché la disgrazia vibrasse la sua lorda mannaia su di noi. Al mio elogio di Luisa Morgantini sul social, per i decenni che ha dedicato alla causa palestinese, lei, quella che non oso nemmeno nominare e non per questioni di privacy, si sentirà in dovere di commentare come segue:
«Brava da sempre la Morgantini Peccato il nome dato all’orsetto …lui, l’attore è un integralista ipocrita come pochi».
Io non replico, certo mi verrebbe da dire: in che senso “peccato”? Quale eldorado di opportunità mi sarei perso con questo scivolone sulla tua scala del politically correct? Fatto sta che solo poche ore dopo perderò il mio prode orsetto.
Ah ma le ho risposto eh… Gliele ho cantate:
«TUUU! COME OSI TU? PORTATRICE DI IMMANE SVENTURA! IO E MELGHIBSON ABBIAMO ATTRAVERSATO CONTINENTI INTERI ASSIEME. TI È BASTATO NOMINARLO UNA SOLA VOLTA PERCHÉ CI PERDESSIMO. SE TI AZZARDI A CHIEDERMI L’AMICIZIA O ANCHE SOLO A NOMINARMI TI DENUNCIO!». E deve averla presa male la fattucchiera, perché anche lì, solo poche ore dopo la mia replica mi si spacca il sedile della Speed Machine, e ciò avviene naturalmente nell’esatto punto intermedio tra due centri urbani distanti tra loro 90 chilometri.

«Poteva andar peggio mio capitano!»
«In che senso Percevaldo? Ti sei bevuto il cervello?»
(Per chi ancora non lo sapesse Parsifal è il mio fido scudiero immaginario)
«Be’ poteva capitare sotto a una pioggia intensa…»
«Hai ragione, però adesso taci che devo continuare il pezzo».

Insomma parto da Sebenico gagliardo e tosto senza curarmi troppo di alcuni rumorini sinistri e del “bozzo” dietro la schiena che certamente dev’essermi venuto a causa dello strofinamento col sedile. Il solito ematoma sulla vertebra sporgente, penso. È già successo tante volte. L’aria è fresca, il vento è mansueto e il tratto di costa è sufficientemente suggestivo per una bella pisciatina panoramica.
Quando rimonto non faccio in tempo ad ascoltare in cuffia venti secondi di A day a gorilla gives a banana di Sakamoto che prraack!.

«Ma quale bozzo! Non ce l’ho io il bozzo diamine ce l’ha il sedile! Ma guarda che roba è spaccato, caaazzo e ora che si fa?».
sellino rottoProvo a ripartire ma dopo pochi chilometri devo fermarmi di nuovo e stavolta devo inventarmi qualcosa sennò rischio veramente di spaccarlo in due il dannato sedile. Mi metto a cercare qualcosa per terra, qualsiasi cosa con cui poter rabberciare lo squarcio in corrispondenza del giunto che lega il sedile al telaio. Alla fine, a permettermi di arrivare a Split sarà un tondino di ferro prelevato dai materiali di risulta di una rampa in cemento armato: sapientemente modellato e interposto tra la frattura e lo snodo reggerà quanto basta, purché io eviti qualsiasi torsione del busto, pena ulteriori punti di frattura. E non è che sia stata proprio una passeggiata, perché in prossimità del centro urbano, all’Adriatica gli sparisce anche quel poco di corsia laterale, e la forte bora contraria proprio in quel punto – che già è una specie di mattatoio per qualsivoglia creatura – mi costringerà a procedere a piedi, inclinato di almeno 45 gradi in avanti per compensare la massa d’aria contraria, e coi tir che mi sfiorano a pochi centimetri. In tutto ciò raccolgo anche le più furiose contumelie da parte dei camionisti; li vedo sbraitare e raccomandarmi al diavolo dal loro specchietto laterale.
A tal proposito la mia natura demoniaca si riaffaccia, e abbiate pazienza se quivi riporto fatti reali accompagnandoli talvolta a un crescendo rossiniano di personale, becero qualunquismo: diciamo che laddove dovesse disputarsi un campionato mondiale di cordialità, ebbene per la Croazia si dovrebbe sperare in un ripescaggio…
Ci fosse stato uno che m’abbia offerto un caffè, che so una minestra; i ragazzi di Zara e la loro birra non fanno testo, quando mi hanno fermato in strada erano già piuttosto allegrotti e sono l’eccezione che conferma la regola.
La regola è che io sono il gattino che spaventa il cagnone; e se mi avvicino a un tipico omone locale, di quelli a cui arrivo al punto vita per capirci, questi per prima cosa indietreggia. Davvero bizzarro. Nessuno mi saluta o mi sorride se gli passo vicino mentre è a piedi, viceversa, mentre sono in auto e procedono in direzione contraria, salutano, sorridono e suonano il clacson. Bizzarro davvero che questi omoni per esternare qualcosa debbano sentirsi protetti da una stupida scatola in ferro. Non gliene do colpa, dev’essere uno di quei tanti retaggi che le guerre e le occupazioni lasciano nella cultura e nello spirito umano; generazione dopo generazione quelle infiorescenze malevole perderanno vigore, ma rilasciando spore che tuttora si innervano alla radice del corpo sottile, diventando paure ancestrali. Qui, in Croazia, io sono come il gatto nelle fobie più recondite del cane, una creatura infernale.

spalatoÈ Spalato stessa a celare le sue bellezze dietro a un muro fitto fitto di edifici francamente inguardabili; complessi mastodontici e simmetrici quanto fragili per la storia. Al colpo d’occhio è il medesimo orrore che suscitano gli insediamenti dei coloni israeliani: più che quartieri sembrano un insieme di lapidi anonime disposte in file regolari; il piano urbanistico di un enorme camposanto di pessimo gusto.
Tuttavia, oltre questi sinistri bastioni, testimonianza del quasi recente massiccio e quanto mai artificioso sviluppo economico locale, vi è la vera Spalato, per fortuna.
Si è forse voluto nascondere le vere origini di questa città, tutt’altro che oscure o nefaste, come un cane che celi i propri genitali con la coda quando spalato2ha paura? Paura di cosa? Diocleziano è stato un buon imperatore, e nacque in Dalmazia. Non fu certo un periodo felicissimo quello di Diocleziano per i cristiani tuttavia, semmai ci fosse stato qualcosa da nascondere sarà ciò che avverrà dopo, molto dopo, nel Novecento. Per mano dei fascisti, dei tedeschi e degli Ustascia. Ma possibile che il dopo Tito rilasci così tanto grigio cemento? Lorusso stavolta mi censura davvero.
E non me ne voglia Luigi se non riporto incontri e conversazioni come promesso, non è colpa mia se qui è così difficile fare amicizia.
C’è da dire che del viaggio in bici – quello vero, in solitaria, senza sponsor e furgoni ristoro – se non per la vastità del campione esaminato, quantomeno vanno apprezzate le analisi da un punto di vista dell’eterogeneità dei soggetti incontrati e scrutati.
Io incontro chiunque, e giovani, anziani, mori o brizzolati che siano mi chiederanno tutti SEMPRE le stesse cose, nei Balcani come in Nuova Zelanda come in Australia: quanti chilometri faccio al giorno, quanti ne ho da percorrere, quanto corre la bici, quanto tempo penso di impiegare per arrivare a destinazione ecc. ecc.
Sembra che il genere umano, allorquando si interroghi, si interessi perlopiù alle sole grandezze comparabili, e assai raramente incontrerò qualcuno che anziché chiedermi “how many…“, mi domanderà “why?“; perché lo fai… quella è la domanda giusta.

Oggi sono il gatto infernale sulla bici: ti aprirò gli occhi o forse te li graffierò, tutto dipende dalla domanda che mi poni…

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