Inside Kobane – fotoreportage

Quattro attivisti italiani della Campagna Rojava Calling sono riusciti a passare la frontiera e hanno passato alcuni giorni nella città che reca ancora i segni della presenza dell’Isis, e dove nella devastazione già si fa strada la voglia di ricominciare.

collina-arin-mirkanAbbiamo preferito le immagini alle parole. Cinque giorni dentro Kobane sono abbastanza per scegliere un altro punto di vista sul mondo. Quello della rivoluzione possibile. Questo è il motivo per cui abbiamo paura della retorica e non riusciamo a immaginare un testo in grado di contenere tutto quello che abbiamo vissuto correndo oltre il filo spinato per oltrepassare quella maledetta frontiera, con luci e fucili dell’esercito turco puntati alla schiena. Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra. E invece la libertà, così difficile da immaginare realizzata per noi che abbiamo perso il sapore della conquista, ha trasformato quel disastro in nuove fondamenta. Sola come durante la guerra, Kobane lentamente si sta rialzando sulle proprie gambe e giorno dopo giorno raccoglie le migliaia di abitanti che aveva messo al sicuro a Suruç e che ora sono pronti a ricominciare dove il Daesh li aveva violentemente interrotti. Non siamo giornalisti. Siamo parte di un progetto collettivo, Rojava calling, che da mesi supporta e sostiene questa esperienza. Quello che raccontiamo è un tentativo di restituire la verità della Rojava anche attraverso l’atrocità del conflitto. Sappiamo che la densità e l’intensità degli incontri e delle esperienze che abbiamo vissuto in questi giorni sono state un privilegio che dobbiamo ai fratelli e alle sorelle che abbiamo lasciato oltre il confine e che ci hanno accompagnato istante dopo istante. Abbiamo battuto quartiere per quartiere la città distrutta, addentrandoci tra i passaggi segreti che i combattenti e le combattenti hanno aperto tra i palazzi per non esporsi mai ai cecchini dell’Isis. Quegli stessi varchi grazie ai quali metro dopo metro i compagni hanno riconquistato la città. Siamo saliti fino alla cima della collina che oggi porta il nome di Arin Mirkan sulla quale è stata issata l’immensa bandiera che ha sancito la liberazione. Abbiamo chiacchierato con i combattenti e le combattenti dello Ypg e Ypj di resistenza, pratiche rivoluzionarie, strategie di smantellamento della mentalità patriarcale, capitalismo e liberazione. Abbiamo assistito alla prima riunione ufficiale dei tre cantoni che hanno scelto quel teatro apocalittico per discutere insieme non solo della ricostruzione di Kobane, ma pure del futuro della rivoluzione del Rojava. Abbiamo attraversato il cuore di una città senza moneta, che durante la guerra non ha mai smesso di produrre pane e garantire sopravvivenza a chi era rimasto in città. Abbiamo lavorato fianco a fianco ai ragazzi del media center, quei ragazzi che durante la guerra sono rimasti dentro Kobane per raccontare al mondo quello che accadeva istante dopo istante. Ma soprattutto di questi giorni non scorderemo mai la ricchezza delle discussioni politiche fatte al calar della sera davanti a un chai con alcuni protagonisti di questa rivoluzione di cui abbiamo promesso di cancellare volti e nomi. Non dobbiamo dimenticare che Kobane, la Rojava, il confederalismo democratico sono il risultato di un esperimento praticato negli ultimi decenni da un’organizzazione, il Pkk, che oggi ancora viene accostata al terrorismo e costretta alla clandestinità. Tutte queste cose vanno tenute assieme perché Kobane non diventi solo una bandiera da sventolare ma una pratica che mira alla riproducibilità e alla moltiplicazione. Tutto il mondo è in debito con questa rivoluzione. Kobane, la sua gente e la sua resistenza sono patrimonio dell’umanità.carro armato2

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