#CyclingForPalestine – Day 3 Città della Pieve: Exodus

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro seguirà nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

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Foto di Pasquale Sistenti

«…agli automobilisti in transito su quel tratto autostradale si raccomanda di arrestare il veicolo non appena possibile o presso la prima area di sosta; in ogni caso porre la massima attenzione: uno squilibrato in bicicletta viaggia in direzione contraria». Questione di punti di vista; io sarò pure squilibrato ma a viaggiare contromano, a mio parere, c’è buona parte della società.
Dopo Baschi approdo a Cetona, nei pressi di Città della Pieve: un sessantino e giusto qualche collina per cominciare a stressare quadricipiti e legamenti; ma sono ancora troppo pesante. Devo trovare il modo di perdere almeno 5 chili dal carico, in discesa la bici è pericolosamente instabile anche per chi come me ne conosce tutti i possibili baricentri. Ebbene si, la vita da cicloviaggiatore funziona così: perdere peso eliminando il superfluo, recuperare forza, lucidità e tono muscolare; e quando finalmente la bici gira bene il corpo risponde «bam!». Mi ci vorranno almeno un paio di settimane per ritornare a essere Captain No; quindici, forse venti giorni per trasformarmi di nuovo in un fottuto gorilla pedalante.

«Salve! Chiamo per l’ostello, avete posto per stanotte?»
«Se è per una sola notte si, ma devo avvisarla che stiamo ospitando un gruppo di profughi, mi spiace…»
«E perché mai dovrebbe costituire un problema?»
«Non saprei, ma di solito i turisti la prendono male e se ne vanno altrove…»
«Forse non dovreste avvisarli della presenza dei profughi… A molta gente farebbe un gran bene starci a stretto contatto…».

Perlopiù vengono dal Senegal, sono circa una ventina, tutti giovani; ma c’è anche un nigeriano e qualcuno dal Gambia. Diversamente dai drifters incontrati sino a oggi, questi ragazzi non hanno più luce nello sguardo e ciò mi rattrista molto. Ne ho incontrati parecchi di vagabondi in Nuova Zelanda e in Australia, ma li era tutta un’altra storia: voglio dire braghe unte sì, capelli arruffati e piedi neri sì, ma con lo sguardo di chi la vita la assapora e la prende a piene mani.
Questi giovani hanno invece gli occhi tristi e stanchi di chi passando per la Libia non ha dormito per settimane: «Libia sparare sempre, bam! bam! Libia non bene…». Io col francese c’ho litigato per tre anni alle medie, e poiché il loro inglese è anche peggio del mio non riuscirò a fargli capire cosa sto facendo e perché; ma loro in compenso coi loro sguardi mi faranno tornare in mente Salgado e quel capolavoro assoluto della fotografia che è Exodus.

Sebastiao Salgado attraversò molti inferni; vide e fotografò la morte in tutti i suoi possibili aspetti probabilmente come nessun altro mai, e oggi quei documenti straordinari ci mostrano il dramma che è proprio della condizione del migrante. Personalmente non ho mai visto immagini fisse così potenti; così capaci di balzar fuori da una realtà cartacea e bidimensionale e aggredire lo spirito con quei mari sconfinati di stracci e di carcasse umane semoventi… Ogni volta che qualcuno si pronuncia sul l’immigrazione considerandola solo in termini puramente tecnici una stella dovrebbe spegnersi per protesta.

La società civile? Quale sarebbe? Forse quella che piuttosto che fare del proprio edificio un blocco unico, moderno e orizzontale ancora si affida ai dislivelli; così che a imporre le misure siano soprattutto quelli che il suolo lo scorgono a malapena, e alle vergogne si possa dare affettuosamente un nome: tipo operazione “Triton”.
«Borghesi dal culo flaccido e aspiranti tali, uniamoci per dare finalmente un nome alle cose! Possibile che noi in prima serata si debba assistere agli spettacoli più inquietanti della natura senza che questi abbiano un nome proprio? Suvvia non accontentiamoci di una mera definizione generica, ciò che passa in tivù DEVE avere un nome proprio».
Pertanto la fredda perturbazione che viene dall’est verrà battezzata Ivan; quella calda e sabbiosa da sud Mephisto; l’uragano Daisy; la vergogna del Mediterraneo Triton.

E se fossero “loro” gli squilibrati? Se fosse la vacuità dei ruoli sociali, indossati così fieramente da ognuno in seno alla specie a rendere quest’ultima una babele? La società “civile”: una piazzaforte impenetrabile con mura altissime, per difendere la follia collettiva da eventuali attacchi o contaminazioni; ciò che fa di noi dei  pazzi e di “loro”, quelli che invece la sanno lunga. Gli uomini e le donne di buonsenso a noi sognatori ci parlano con affetto: a volte intravedo nel loro sguardo persino un bagliore, sembra quasi che stiano lì lì per tornare a sognare anche loro, ma è un bagliore subitaneo quanto fugace; e di lì a poco la nostra diventerà un’utopia, qualcosa di irrealizzabile e inutilmente rischioso. Qualcosa di profondamente puerile nell’accezione più rovinosa del termine. L’idea che un progetto di pace privo di struttura politica sia quanto di più inattuabile è, di fatto, condivisa da quasi tutto il genere umano, dai capi di stato maggiore ai cooperanti, dai jihadisti ai caschi blu dell’Onu, dai cuochi ai tiratori di scherma, con alcune eccezioni.
Chi è che forse NON pensa che quella di darci una bella calmata tutti quanti sia Utopia? Chi mai accetterebbe l’impegno di essere lui per primo a tendere la mano all’altro, pur essendo magari quest’ultimo un criminale? Chiunque non debba ricoprire altri ruoli oltre a quello di essere umano: migranti, fuggiaschi, poveri, emarginati, malati, ecc.; in generale le “vittime”. Non proprio una minoranza. La società bolla come emarginati coloro che approvano e applicano ciò che, se fosse un documento, potrebbe essere sottoscritto da gran parte della popolazione globale.
Per altri, quelli col “ruolo”, dai capi di stato maggiore a molti degli stessi responsabili delle Onlus, ormai non ci si può più fermare. La barbarie è inevitabile. C’è sempre stata sin dalla notte dei tempi, pertanto a nulla è servito l’esserci affrancati dallo stato tribale prima, come poi – oggi – l’esserci connessi in ogni modo possibile. Il fatto che ci si trovi nel terzo millennio non è un elemento sufficiente ad indurre le anime a cambiare rotta. E che cazzo ci stiamo a fare tutti connessi da mane a sera se poi non riusciamo a mobilitarci? Io c’ho provato, ci provo e continuerò a provarci. Ma in tutta sincerità a oggi ho incassato quasi solo delusioni. I sedicenti “rivoluzionari” di solito provano simpatia per me, salvo poi darmi del fascista quando dico ciò che penso, ossia che le lotte locali sono importanti ma che se si voglion veramente cambiare le regole del gioco bisogna anzitutto uscire da questa giostra per criceti. Bisogna “migrare”, e riappropriarsi del pianeta. Lottare contro le misure sempre più restrittive messe in atto dalle politiche sulla sicurezza. Quale sicurezza, che il Mediterraneo ormai è un cimitero. Forse per sicurezza si intende la tutela del praticello sotto casa. La vera minaccia quindi, sarebbe quella mossa da coloro che potrebbero, forti di una disperazione autentica, sottrarci il ruolo? E ti credo; dev’essere ben inquietante uno scenario in cui tutti, buoni e cattivi che siano, all’improvviso perdono il proprio ruolo.
Bisogna aspettare una detonazione nucleare con conseguente impulso elettromagnetico su vasta scala per fermare gli orologi, le auto, le industrie, i computer ecc. Solo in quel caso ci si potrà guardare perplessi l’un l’altro, smarriti, rintronati e dire: «Mio Dio ma che cazzo stiamo facendo?».
Io sono il pazzo che viaggia contromano, posso dire quello che voglio, tanto non ho nessun ruolo in questa società, tranne quello di disturbatore; ed essendo tale ruolo già insito nel mio essere non indosso bardature e non mi separo mai dalla mia natura umana, o meglio dalla sua essenza. Posso dire ciò che voglio, Lorusso Editore permettendo, perché non ho alcuna reputazione da difendere, giusto?
Dio se è liberatorio…

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