#CyclingForPalestine – Day 1&2 Roma-Baschi

logoIl 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro seguirà nei suoi sviluppi. Queste sono le prime due tappe, con il Nostro ancora in Terra Umbra. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Day 1 Roma – Fabrica di Roma: Nottataccia into the wild

Tanto per cominciare mi presento alla partenza con un’ora di ritardo. Pertanto, posto che a Ponte Milvio vi fosse stato qualcuno all’orario stabilito (8:30), individui che potrebbero persino aver dato credito ai miei proclami sul social, da oggi in poi anche costoro andranno a ingrossare le fila di quelli che pensano che io sia uno squilibrato.
La bici pesa troppo ed è sbilanciata al punto da risultare pericolosa, i guanti stringono, le dita dei piedi mi si addormentano, serie di rumorini inquietanti dagli ingranaggi, dal baule in vetro resina e persino dall’ammortizzatore posteriore; niente di nuovo insomma.
Nonostante tutto sono felice:
«Siamo di nuovo soli Percevaldo, solo io, te, la bici e la strada, sei contento?»
«Una pasqua mio signore…»
(Percevaldo è il mio fido scudiero immaginario).
Tale è la gioia di ritrovarmi di nuovo sulla strada, con migliaia e migliaia di chilometri da percorrere, a un anno e mezzo dall’ultimo viaggio in Australia, col vento e tutto il resto, che pedalo come se fossi veramente allenato; come se fare un cinquantino un giorno sì e uno no con la bici senza carico fosse un allenamento adeguato. Oltretutto mi nutro male, anzi praticamente non mi nutro.
A Fabrica di Roma vado in ipoglicemia: sono in un bagno di sudore freddo e non ho più energia nemmeno per altri cento metri. Sono costretto a fermarmi presso un uliveto, dove arriverò praticamente strisciando, togliendomi dalla strada come un animale mezzo morto. Mi gioco gli ultimi sprazzi di energia montando la tenda, dopodiché mi ficco nel sacco a pelo in preda a un sonno allucinogeno.
Verso le due esco per fare pipì, con la torcia accesa, errore uno. Mi rificco in tenda e un attimo dopo sento ringhiare a una distanza di venti, trenta metri al massimo; è sicuramente un pastore adulto di taglia media e di lì a poco la distanza tra me e il ringhio si ridurrà drasticamente. La crisi ipoglicemica mi ha mandato in pappa il cervello e ho dimenticato di procurarmi perlomeno un bastone, indispensabile quando si campeggia “ad minchiam”, errore due.
pattadaCon me ho un coltello sardo, la micidiale Pattada, 13 centimetri di lama appuntita e affilata come una Katana. Dapprima mi figuro la scena di me che esco con l’asciugamano arrotolato sull’avambraccio sinistro e il coltello nell’altra mano, poi ci penso su e l’idea di ammazzare un cane proprio non mi va giù. Aspetto. Resto completamente immobile e aspetto. Mezz’ora forse di più ma niente da fare, lui non molla. Non mi resta che sperare che se ne vada da solo, e che non gli venga in mente di ficcare il naso sotto la tenda. Alla fine per fortuna se n’è andato.
La verità è che ci siamo sentiti entrambi minacciati l’uno dall’altro, e pur non avendo magari cattive intenzioni, né io né il cane, ci siamo predisposti all’attacco. La metafora delle metafore di questi tempi.
Non lontana, una località che risponde al nome di Vitorchiano mi riporta alla mente un luogo immaginario, Scatorchiano, dove Brancaleone arriva con al seguito i suoi protetti, convinto di esser giunto finalmente in Terrasanta. E siccome io e lo cavaliere condividiamo sia la follia che la meta, per oggi vi lascio con un estratto da Brancaleone alle crociate, perla tra le perle e testimonianza del genio immortale di Mario Monicelli, Age & Scarpelli che ne scrissero i testi.
Buon divertimento, passo e chiudo.

brancaleone_alle_crociate_vittorio_gassman_mario_monicelli_006_jpg_hjmv[Brancaleone ha catturato un pastore, Rozzone, che i pellegrini hanno scambiato per un infedele: Panigotto viene chiamato come interprete per capire ciò che il coatto “moro” dirà]
Brancaleone: Parla cane! Addove trovasi Gerosilemme, mh?
[Rozzone mugola qualcosa di incomprensibile]
Brancaleone: [rivolto a Panigotto] …lo cane ha parlato.
Panigotto: Ripetere.
Brancaleone: Parla cane!! Addove trovasi Gerosilemme?
Rozzone: Non sape! Lo posto più vicino è Scatorchiano!
Panigotto: Ha ditto che lo posto più vicino è Scatorchiano.
Brancaleone: A che distanza trovasi codesta piazzaforte mora? Bada a non mi dicere lo vero!
Rozzone: Tre o quattromila pertiche, non chiù!
Brancaleone: [rivolto a Panigotto] Traduci.
Panigotto: Tre o quattromila pertiche, non più.
Brancaleone: Bene… e codesto lo intesi anco io! Che fai, mi prendi a gabbola?
Panigotto: Cavaliere, egli parla una lingua di ceppo cristiano.
Zenone: [rivolto a Rozzone] Ma tu chi sie?
Rozzone: Songo Rozzone, pasturo le crape!
Panigotto: Capre. Sono animali con la barba e le corna…
Zenone: Ma questa tera non è issa Tera Santa?
Rozzone: Magara fusse santa, frate meo! Ista è terra maladitta, tutta sassa e zeppaglie!
Zenone: Ma questa grand’acqua non es lo mare?
Rozzone: Mare? Noi da este parti lo dicemo “lago”, ma pole esse!

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Day 2 Baschi

Perché mai la prima tappa a Baschi (Umbria)? Be’, perché a Baschi c’è Ambra… Raccontare Ambra è un’operazione quasi impossibile, la sua casa editrice ne traccerà un breve profilo come segue:

Laureata in sociologia, Master of Arts in Women Studies, giornalista e scrittrice, ha lavorato a Paese Sera e al Giornale di Sicilia e ha scritto per numerose riviste (Rinascita, Quaderni Siciliani, Noi Donne, Lotta Continua, Il quotidiano delle donne, L’indice del Libro, DWF, Il Manifesto, Inchiesta). Ha studiato alla San Francisco State University con Inderpal Grewal e all’Università della California, a Santa Cruz, con Teresa De Lauretis. Femminista, studiosa di gender e teoria postcoloniale. Ha diretto la collana “altrimondi” per le edizioni Filema. Ha curato La trilogia del seno e Invisibili, ambedue di Mahasweta Devi e Gayatri C. Spivak (2005 e 2007); per Meltemi ha curato il dialogo tra Judith Butler e Gayatri C. Spivak, Che fine ha fatto lo stato-nazione? (2009). Nel 2011, per le edizioni Ediesse, ha curato Le cinque giornate lesbiche in teoria (insieme a Liana Borghi e a Francesca Manieri) e il volume Libeccio d’Oltremare, il vento delle rivoluzioni del Nord Africa si estende all’Occidente. Insieme a Lea Melandri, Isabella Peretti e Stefania Vulterini, coordina per Ediesse la collana “sessismoerazzismo”.

imageMa Ambra è molto, molto di più. Per il sottoscritto è un’amica, una sorella, un’eccentrica bizzarra e irrinunciabile guida spirituale. Lei ha creduto in me sin da subito; da quella prima sigarettina fumata assieme a Gerusalemme est, con la birretta in mano e la voglia di ridere per darci forza, mentre da Gaza arrivavano gli sconcertanti bilanci dell’operazione Protective edge. Tornati in Italia e ognuno a casa propria lei mi mandò un sms con su scritto: «Andrea la tua idea della biciclettata è la cosa più folle udita in Palestina, nonché la più rivoluzionaria»; ma arrivò tardi, perché io mi ero già follemente innamorato di lei. Non avrei mai più rinunciato alla sua risata contagiosa, da fumatrice incallita; men che meno al suo elegante lessico siciliano, dove il passato prossimo non esiste perché esiste solo quello remoto:
«Ma dove andasti? c’è il pullman che parte diamine, forza…»
«Mi fermai in libreria, lo sai che è più forte di me…»
Non saprei dire del perché la lingua sicula opti per il passato remoto, devo ricordarmi di chiederlo ad Ambra; ma mi piace pensare che ciò conferisca al fraseggio una maggiore solennità, nonché un senso di compiutezza: come dire che ciò che è stato è stato, si è concluso quindi fu in luogo di era. Una sorta di esortazione a vivere il presente lasciandosi alle spalle una realtà solida che tuttavia, grazie a un lessico più robusto e meno dispersivo, possa esser portata con noi o abbandonata li, ma GIAMMAI TRASCINATA. Nulla a che fare con l’onore o l’orgoglio, ma piuttosto con la dignità e la forza.
image_2Come dicevo, descrivere Ambra è impossibile, bisognerebbe farci su una collana apposita solo per raccontarne le gesta; in Guatemala, tanto per dirne una, fu morsa da uno scorpione. Seguirono giorni terribili, con indicibili sofferenze; e alla fine di una lunga e penosa agonia, la morte. Povero scorpione…
Quindi, piuttosto che ritrarre lei, ho scelto di descrivere la sua casa a Baschi; del resto è pur vero che lo spazio in cui abitiamo, in genere, è ciò che meglio ci rappresenta.
Innanzitutto sappiate che qualora decideste di recarvi da Ambra, ad accogliervi trovereste una muta di cani. Un numero imprecisato di creature instancabili, sempre inclini al gioco, desiderose di coccole e al contempo capaci di tormentarvi con piccoli fastidi di ogni genere: dai capi d’abbigliamento sgarrati alle carezze canine; queste ultime solitamente portate direttamente al volto, con quel buon sapore di sottobosco umbro, sapientemente raccolto tra le unghie durante il perenne scorrazzare nella proprietà. Non di rado può capitare anche che Belzebu, la femmina più intraprendente del gruppo, decida di farvi omaggio di qualche animaletto catturato, in genere topolini di campagna; in tal caso ve lo servirà direttamente a letto, per colazione.
Apollo, Giustino, Zamu, Orsa, Borsa e chi più ne ha… La verità è che nemmeno Ambra sa con precisione quanti siano.
image_6Libri ovunque: pareti, stanze, intere zone della casa completamente rivestite da libri. Testi antichi, vecchi tomi, libri nuovi, libri che ancora devono uscire in stampa: saggi, romanzi, commedie, raccolte, poesie, erotismo, comicità, viaggi, politica; se non la biblioteca di Alessandria perlomeno una buona quantità di ciò che chiamiamo lo scibile umano trovasi qui. Questo posto è un organismo e lei, i suoi cani, queste antiche mura friabili e la campagna circostante sono un tutt’uno. Tra noi e Baschi – che pur arroccata risulta essere a un’altezza inferiore rispetto alla casa – vedremo scorrere la valle sottostante, e in essa l’autostrada, silenziosa e mansueta da qui.
Piante che si arrampicano sulle antiche mura a sacco, altre magnifiche che compiono torsioni e si vestono di muschio alla base, salvo poi sfoggiare infiorescenze colorate sui rami. Insomma tutto ciò che gli architetti non riusciranno mai a produrre: uno spazio che viva di vita propria, pensante; che invecchi sontuosamente e magari offra quelle suggestioni che solo il “rigoroso disordine” può offrire.

image_11Ultime ma non meno importanti sono quelle che Ambra chiama “le minchiate”. Sono ovunque: sugli scaffali e sui libri; a terra, vicino ai divani, sotto ai tavoli, appese al muro, appiccicate alla cappa della cucina, sul camino; in ogni dove. Sono gadget singolarissimi provenienti da tutto il mondo e non vi è spazio tra queste mura, credetemi, dove l’occhio possa posarsi senza intravedere qualcosa di assurdo. Persino una gamba finta con tanto di piede scalzo, realistico al punto da risultare inquietante, che spunta dalla legnaia. Scenari in cui le creature della preistoria incontrano quelle della savana. Per quanto fertile e bizzarro sia stato il talento grafico di Jacovitti, egli non avrebbe mai saputo raccontare di un luogo simile. Ogni volta che vengo qui scopro nuove minchiate. Stamani in camera ho sorpreso due enormi sirene fronteggiarsi sopra una collana di storia della colonizzazione.
Grazie dell’ospitalità Ambra, ci vediamo a Istanbul…

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