È uscito Laspro 31 (febbraio 2015)

In distribuzione il numero 31 di Laspro (febbraio 2015): Luca Palumbo incontra l’operatore sociale in burnout Matteo Furst; Alessandro Bernardini descrive la Rete Antirazzista di Piazza Vittorio; Cristian Giodice intervista Manolo Morlacchi di Booklet Libri; Giusi Palomba intervista il Collettivo Ippolita sulla finta libertà e democrazia della rete; Patrizia Fiocchetti recensisce Non si può incatenare il sole – storie di donne nelle carceri iraniane, le poesie su un pezzo di carta di Andrea Lesignoli. Poi il Duka, Ilario Galati, Luigi Lorusso e Alex Lupei. Ah, e le nostre facce, ritratte da Sabrina Ramacci.
Venerdì 6 marzo reading e presentazione del numero da Chourmo, in via Galeazzo Alessi 122.
Laspro31
L’articolo di prima pagina è Facce – di Luigi Lorusso

Avete sempre le stesse facce. Quando ricordate commossi il sacrificio di Anna Frank e quando votate per togliere l’acqua alle occupazioni.
Quelle facce pulite, la barba regolata a lunghezza 2 e le unghie senza mai un filo di sporco, a meno che non giochiate con l’orto urbano, di voi che mai e poi mai portereste i vostri figli da McDonald’s. State al sicuro eppure qualcosa vi turba. Ci sono posti della città in cui non vi sentite a casa e per questo vi sentite spogliati di un diritto.Amate la cucina etnica, ma gli odori che sprigionano forti dalle strade o dentro gli autobus, sudore fritto e fiato da fatica, vi si ripropongono sotto forma di riflessioni sull’incontro e il relativismo culturale. Vorreste tanto aprire quel finestrino ma vi manca il coraggio.Portate le borse rosse di Feltrinelli con la scritta che il razzismo è una brutta storia, date i soldi a Save the children che intanto non rinnova i contratti perché trova i volontari o presunti tali, come Amnesty e Greenpeace. Che garanzie chiedete quando affittate uno dei vostri appartamenti?È un’invettiva perché il razzismo è impresentabile, proprio ora che ci accompagna in ogni minuto, in ogni pagina di giornale, in ogni fila alla posta, in ogni colloquio scuola-famiglie. Le nostre facce atteggiate a sorrisi compiacenti, affondate dentro un libro o uno smartphone, di noi che siamo diversi ma abbiamo rinunciato a controbattere, perché la battaglia per l’egemonia culturale è roba del Novecento e in fondo poi non è che hanno tutti i torti.

Che non lo sai che gli stranieri non stanno più solo ai gradini bassi dello spaccio? Che, non è vero che i caporali in campagna sono bulgari, macedoni o nigeriani? Ma che a te ti piace il fumo nero dei copertoni che si alza dai campi rom? E gli egiziani non sono quelli che mai si mescolerebbero agli africani? E il tipo al semaforo, se gli ho detto “no, grazie” non è che mi sputa addosso?
A volte s’assomigliano, le nostre facce. A volte sembra che non sia nemmeno chiaro questo noi e voi. A volte ci chiediamo quanto il pensiero corrente corra davvero forte. E allora mi ricordo che bisogna essere poi non troppo puliti. Che l’igiene e la bellezza sono importanti ma che anche un approccio sporco alla vita, agli altri, a quello che fai apre un sacco di possibilità e che per fare la frittata bisogna romperle, queste uova, e se ci vuoi fare una carbonara gli spaghetti devi farli saltare bene in padella, e pazienza se un po’ finiranno sui fornelli del gas.
Dannati della terra, popolo degli ultimi e definizioni varie. Da quaggiù annulliamo le distanze, camminando fianco a fianco, aguzzando le orecchie se ascoltiamo una storia e tenendo all’erta i sensi se c’è da correre in giro per la città perché c’è qualcosa da fare.
Bisogna rifondare il nostro popolo, leggerlo con categorie nuove, ma che in ogni caso non siano quelle di identità che non ci appartengono, che non ci scegliamo, in cui ci infilano a forza. Utenti e operatori, assistenti e assistiti, insegnanti e discenti, la mescolanza ci aiuta e il mutamento ci ravviva. Perché il fine è sempre quello: viviamo per calpestare i re, e sputare sulle loro tombe. Anche quando hanno le facce pulite.

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