Il tempo (dichiarazione di guerra)

Il numero 30 di Laspro di dicembre 2014 è in distribuzione. Questo è il pezzo di prima pagina.

di Alessandro Bernardini

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

«Quella che state per leggere è una dichiarazione di guerra».
Lo dicevano gli Weatherman qualche decennio fa. Se non sapete chi sono andate su Google.

Non sto qui a dilungarmi sugli arresti e sugli sgomberi. Su Roma.
Se leggete questo pezzo e se siete a qui ad ascoltarlo sapete già tutto.
E sapete anche questo: le nostre facce, sempre le stesse.
Sempre le stesse magliette, i tatuaggi, i piercing, le bandiere, la birra Forst (che fa schifo).
I libri che vendono al massimo dieci copie in tre serate.
I cani che abbaiano e alzano la terra mentre corrono.
Il corteo di sabato scorso e quello del prossimo.
I fumogeni, i 99 Posse, le occupazioni, la Palestina.
Le due cartine piccole “se non c’hai quella grande pe fa ‘na canna”.
I saluti, “che fai qui?”.
Le guardie, i compagni e le compagne.
La giocoleria, le palestre popolari, i presidi, i megafoni, gli interventi segnati su un foglio.
Il servizio d’ordine che non c’è più, Genova per chi c’era e non c’era, Napoli.
Le vacanze prima dell’autunno.
Il No Tav, il No Muos, il No e basta, la Nato, la guerra.
Il lavoro socialmente utile, i documenti, l’orizzonte, il Sol dell’Avvenire.
I fasci, i conservatori, i riformisti, gli integralisti.
Gli immigrati che spacciano a San Lorenzo e al Pigneto e non sappiamo cosa fare.
Il futuro, il precariato, la scuola.
I lividi, i vegani, il caldo, il freddo, la Roma, le feste, le multe.
La felicità, la depressione, i progetti.

Ce l’abbiamo il tempo per avere paura?
Il coraggio (quando hai le spalle al muro) arriva sempre un attimo prima della paura.
Quell’infame arriva quando non l’aspetti e magari sei seduto sulla tazza del cesso a casa tua.
Ma se abbiamo tempo, abbiamo il diritto di viverla questa paura e a volte anche il diritto di scappare da qui.
Da noi.
Col dovere di ritornare.
A quello a cui oggi hanno dichiarato guerra.
Perché di questo si tratta: dell’ambizione di noi tutti di non essere come gli altri.
Siamo omologati alla resistenza.
Siamo un cliché.
Siamo il tempo che l’uomo e la donna qualunque non percepiscono.
Siamo un abbaglio, un latrare, una fiamma, uno scoppio.
Stiamo perdendo e lo sappiamo.
Noi siamo quelli che si prendono il diritto di essere diversi.

Quella che state sentendo, quindi, è una dichiarazione di guerra.
A noi stessi.
Dichiaramoci guerra!
E perdiamola, perché qualcuno ha deciso che noi dobbiamo stare in mezzo agli altri, a quelli che le domande non se le fanno o se se le fanno è solo per rispondersi “non lo so”.

Siamo illusi.
Siamo stanchi.
Siamo consacrati alla sconfitta.
Siamo idioti che credono che l’aquilone seguirà i nostri movimenti e non quelli del vento.
Abbiamo diritto di avere tempo?
Abbiamo bisogno di tempo per sistemare tutto.
Per archiviare i sogni cercando di disinfettare le ferite.
E non è vero che una risata li seppellirà.
E non è vero che sono deboli.
Ma è una cosa certa: nonostante tutto, NOI SIAMO LA PARTE SCONNESSA DELLA STRADA.
Anche se perderemo la guerra.
Anche se seppelliranno noi ridendo.
Anche se domani andrà tutto bene.
Quando non potremo più aspettare il tempo che resta.

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