Per saltare un muro bisogna prima vederlo

Editoriale su Laspro 28 (maggio-giugno 2014)

I grembiulini, blu con le moto, i palloni o Ben10, oppure bianchi coi colletti rosa, i ricami e le Winx. A “sottomanodipapà”, il gioco in cui bisogna indovinare in che mano sta il gessetto, lo scontro di genere è sottolineato da una linea sulla lavagna con M da una parte, F dall’altra.
La distinzione tra maschi e femmine nella scuola elementare, e prima ancora nella scuola dell’infanzia, è netta. Le eccezioni sono le bambine “maschiaccio” o i bambini “sensibili”, ma sono guardati ancora con una certa condiscendenza.

Illustrazione di Alex Lupei

Illustrazione di Alex Lupei

Crescendo, i disertori del proprio campo vengono chiamati ragazzi effeminati o ragazze mascoline e non hanno vita facile, per usare un eufemismo. Ma non starò a ricordare come le caratteristiche dei generi siano costruzioni culturali. Basti citare, per approfondimenti, testi ampiamente conosciuti come Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti (o anche Matilde di Roald Dahl) o vedere il documentario Bomba libera tutti di Pina Caporaso e Daniele Lazzara che trovate su Youtube o anche su questo blog.
Quello che interessa è perché la dicotomia netta uomo-donna resta una delle nostre principali chiavi per leggere il mondo. In diversi romanzi di fantascienza (come La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin o Venere più X di Theodore Sturgeon), i generi come li conosciamo vengono messi in discussione, e altrettanto potrà dire qualche esperto di antropologia su quanto avviene in qualche isola del Pacifico o giù di lì. Ma nella nostra esperienza quotidiana, le persone si dividono in uomini e donne. E chi passa da un genere all’altro sperimenta sulla sua pelle la diffidenza che suscita chi mette in discussione questa che ci sembra una categoria innata del pensiero e della biologia umana (e mette in discussione anche chi crede di essere immune da pregiudizi).
Si parla di questioni di genere, per indicare che sui generi, sulla loro definizione, sulle relazioni tra essi, è tutto ancora in questione. E però l’identità di genere è ancora qualcosa da tenere ben presente, come sempre dovrebbe accadere quando la relazione esistente è una relazione di potere. Quando incrocio una donna per strada, di notte, so bene che esiste un sottotesto ai nostri passi o ai nostri sguardi: lei cercherà di capire se rappresento una minaccia, io sarò libero di scegliere se inviare o meno messaggi rassicuranti, come guardare in altre direzioni, tossire, consultare il telefono.
Se per la festa dell’8 marzo molte persone, uomini e donne, chiedono perché non ci sia la festa degli uomini e se il cosiddetto senso comune è veicolato da trasmissioni tv che propongono, nel detto e soprattutto nel non detto, i peggiori stereotipi che vengono poi riprodotti nella vita di milioni di persone quando si esprimono su ciò che una donna o un uomo dovrebbe o non dovrebbe fare, nella vita relazionale, sociale, sembra ancora più vero che una stanza tutta per sé sia di là da venire.
Da costruire, magari. Luoghi mentali e fisici per ragionare e immaginare come vorremmo poter essere donne, uomini, esseri umani e sperimentare relazioni, identità, percorsi, migrazioni, conoscenze e libertà.
Ma vado troppo oltre, perché il presente è fatto di miserie, se una donna a Roma dentro un ospedale è costretta ad abortire in bagno perché i medici sono tutti obiettori. Perché se leggiamo Come si sente una donna, testo della brasiliana Claudia Regina tradotto in italiano sul blog Malapecora, troviamo una verità semplicissima: «Le donne nere soffrono più di me. Quelle povere soffrono più di me. Le orientali soffrono più di me. Però tutte soffriamo dello stesso male: nessun paese del mondo tratta le donne tanto bene come tratta gli uomini. Nessuno. Né Svezia, né Olanda, nemmeno l’Islanda. In tutto il mondo civilizzato soffriamo violenze e abbiamo meno accesso all’educazione, al lavoro o alla politica. In tutto il mondo siamo ancora le sorelle di Shakespeare. E tu, lettore uomo, quando ti abbordano in maniera ostile per la strada, pensi “per favore, che non mi tolga il cellulare” o “per favore, che non mi stupri”?».
Questo è il motivo per cui no, non posso parlare come essere umano neutro, ma come uomo. Un uomo a cui molte donne, alcuni uomini, molte bambine e molti bambini hanno insegnato che le parole, i gesti non sono mai neutri e che non stanno in un vuoto ma in un contesto che noi contribuiamo a creare, a disegnare e ridisegnare. Che abbiamo delle porzioni di libertà in cui agire e delle gabbie in cui dobbiamo muoverci. Delle catene che ci troviamo addosso e moltissime che ci mettiamo da soli e che imponiamo su altre persone e soprattutto su altre donne. Che le relazioni che viviamo non sono state create da noi, ma le riproduciamo, e che magari potremmo costruirne di nuove: «Moglie, marito, patrigno, figliastra, ex, sono tutti avanzi, parole di un’altra civiltà, che non c’entrano niente con noi. Solo i nomi propri significano qualcosa» (Ursula K. Le Guin).

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