Donne afghane tra violenza e resistenza, una questione politica

Intervista a Patrizia Fiocchetti
di Luca Palumbo (da Laspro numero 28, maggio-giugno 2014)

Afghanistan_fuor_-325x525Patrizia Fiocchetti è autrice, insieme al giornalista Enrico Campofreda, del libro Afghanistan fuori dall’Afghanistan – voci da un paese che resiste e cerca la sua storia (Poiesis editrice, 2013). Abbiamo incontrato Patrizia per parlare delle violenze sulle donne afghane, dei diritti violati e delle lotte delle donne stesse.

Nel libro raccontate e analizzate la drammatica situazione delle donne afghane e della società afghana, considerata la meno pacifica al mondo. Qual è stato lo scopo di questo progetto-inchiesta?
Lo scopo principale del libro, almeno per quanto mi riguarda, era quello di far conoscere l’Afghanistan nella sua complessità e nella sua veridicità, far sapere che è molto più grave e drammatico di quello che si immagina, di quello che viene descritto e rappresentato generalmente. Parliamo di una situazione contingente che riguarda diversi settori della quotidianità afghana, economica, sociale, culturale e inerente alla sicurezza, molto più drammatica di quello che si pensa, e questo considerando tutto il periodo dell’occupazione in atto nel paese, una situazione che tocca principalmente le donne. Un altro obiettivo del libro era quello di raccontare il fermento presente in Afghanistan, che per quanto non rappresentato a un livello molto alto è vivo, anche perché parte dalla base della società, grazie a movimenti, associazioni, organizzazioni democratiche le cui responsabili sono soprattutto donne, giovani donne, basti pensare che la più grande, Malalai Joya, ha solamente 35 anni. Donne che si fanno non solo portavoce del disagio del mondo femminile ma che sono estremamente attive e pioniere di cambiamento, soprattutto per poter dare alle donne afghane la possibilità di accedere a dei servizi e a delle situazioni educative e formative.
Nonostante il graduale peggioramento delle condizioni delle donne e della società afghana in generale, esistono una volontà e una determinazione incredibili dei movimenti femminili che portano avanti azioni, a diversi livelli, per far sì che uno spirito democratico e di resurrezione della società afghana ci possa essere. E trovo molto significativo che promotrici di un cambiamento siano soprattutto generazioni di nuove donne nate e cresciute con la guerra e che non hanno mai vissuto un giorno di pace, anche perché, e ci tengo molto a sottolinearlo, la questione femminile è innanzitutto una questione politica, non solo di genere e socio-culturale. I movimenti femminili afghani tendono a dare grande importanza a questo aspetto perché è sulla loro pelle che si gioca l’assetto politico dell’intero paese. Tutti i tentativi del governo di riavvicinare i talebani, per arrivare ad esempio alle elezioni presidenziali di aprile in una situazione più pacificata, e quindi di riportarli in un contesto politico legale, hanno lo scopo di stravolgere quelle norme, inaspettate, che negli anni sono state fatte a favore delle donne. Il 25 novembre scorso, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in Afghanistan è stato tentato un colpo di mano. Tramite un codicillo all’interno di un decreto legge avevano provato a reinserire nel codice di procedura penale la lapidazione. Tentativo congelato grazie anche all’intervento e alle posizioni di organizzazioni internazionali e non solo.
In Afghanistan si sta creando il terreno a colpi di mano di questo genere, infatti a distanza di soli due mesi Human Rights Watch ha denunciato una correzione al codice penale, che aspetta soltanto la firma del presidente Karzai, per cui in casi di violenza contro le donne non possono essere chiamati a testimoniare parenti e familiari dell’accusato, e consideriamo che la quasi totalità delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche in cui le donne vivono insieme ai parenti del marito, alcuni dei quali, coraggiosamente, denunciano violenze e con questa correzione al codice non ci sarebbe più la possibilità, in caso appunto di denuncia, di testimoniare. Sarebbe l’ennesima restrizione a una legge, seppur perfettibile, contro la violenza sulle donne, una legge che non vede un’applicazione a livello giuridico perché la magistratura si rifà piuttosto alla shari’a o addirittura al pashtunwali, a una giurisprudenza non scritta, tribale. Tutto questo lascia intendere quanto la questione femminile in Afghanistan sia una questione politica.

IMG_1544_1

Foto di Carla Dazzi

Oltre alle complesse motivazioni interne, quali sono invece le responsabilità della comunità internazionale e in particolar modo dei paesi occupanti rispetto alla condizione drammatica delle donne afghane?
Dopo dodici anni di occupazione di Usa e Gran Bretagna, che hanno più di altri interessi geopolitici e di controllo delle importanti risorse energetiche del territorio, a dispetto delle promesse iniziali, la questione femminile è stata messa completamente da parte nell’agenda dei loro impegni. Attualmente il loro grande interesse è non contrastare i poteri forti interni, quali quelli detenuti dai signori della guerra. In questo modo, nonostante il ritiro delle truppe, avrebbero l’occasione di continuare a occupare basi ai confini strategici e di attingere tranquillamente alle ricche risorse del sottosuolo afghano. In tutto questo la questione femminile disturba. Già quando agli inizi del 2013 si parlava di quello che sarebbe stato dopo l’uscita dal paese delle truppe non si pianificava affatto il discorso riguardante i diritti delle donne e dei minori. Questo la dice lunga sul piano di acquiescenza degli Usa, in particolar modo, ai voleri dei poteri interni. Talebani a parte, non dimentichiamoci che nel 2001 e nel 2002 il potere fu consegnato dagli Usa agli stessi signori della guerra afghani che avevano portato distruzione nel paese nella guerra civile tra il 1992 e il 1996, e le principali vittime furono proprio le donne. E ora questi signori si presentano addirittura alle elezioni presidenziali (il processo elettorale iniziato ad aprile si concluderà con il ballottaggio del 14 giugno tra l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, che al primo turno ha ottenuto il 45% dei voti, e l’economista della Banca Mondiale ed ex ministro delle Finanze, Asharf Ghani, 31,6% delle preferenze – per aggiornamenti  visita Osservatorio Afghanistan, ndr) e non ammettono discorsi sulla liberazione o sulla parità dei diritti delle donne. Personaggi appoggiati anche economicamente dai servizi di intelligence statunitensi, creati all’indomani dell’occupazione sovietica del 1979 e rafforzati dopo il 2001. Criminali cui sono stati dati in gestione progetti di cooperazione per le donne, com’era previsto nell’agenda americana, quindi soldi, attraverso false Ong. I movimenti femminili afghani sanno bene che questi finanziamenti non sono stati stanziati per favorire la loro emancipazione ma anzi per arrestarla, un processo di cambiamento non può passare attraverso la loro azione. Nel mio ultimo viaggio in Afghanistan, marzo 2013, ho notato un sensibile peggioramento. Le ragazze appartenenti ai movimenti democratici e di lotta ora devono andare in giro scortate.

In questo tragico scenario, in che modo i gruppi rivoluzionari e i movimenti democratici femminili riescono a difendere i pochi diritti riconosciuti, a resistere e a lottare?
Sono straordinariamente determinati. Nonostante la clandestinità di molte attiviste come Malalai Joya, e quindi con tutte le difficoltà del caso, anche economiche, si cerca di formare un grande fronte democratico. Ci sono associazioni come HAWCA (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan), gestita da donne, che opera nei rifugi (shelter) per donne vittime di maltrattamento, rifugi che però rischiano di essere chiusi perché accusati di essere dei bordelli, accuse mosse spesso dagli stessi familiari delle donne che frequentano questi luoghi in cui vanno in anonimato per paura di essere scoperte. Inoltre c’è l’associazione OPAWC (Organization Promoting Afghan Women’s Compatibilities) che si occupa di formazione. Poi c’è RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), gruppo politico clandestino femminile nato nel 1977, considerato grottescamente più pericoloso dei talebani. RAWA ha una rete molto importante, è riuscita a lavorare anche nelle zone dove sono presenti gli stessi talebani o gruppi appartenenti ai signori della guerra, occupandosi tra l’altro di alfabetizzazione e formazione di diritti universali rivolto alle donne, un processo di emancipazione considerato di grande intralcio. La loro opera è capillare, e la fanno dal basso. RAWA è riuscita a salvare tantissime donne, in tutte le province afghane e poi nei campi profughi in Iran, Pakistan. Queste donne incutono timore perché non fanno un mero lavoro socialmente utile, fanno un’opera politica. E in tutto questo la comunità istituzionale internazionale, compresa quella italiana, anch’essa responsabile della drammaticità della situazione, si rifiuta di relazionarsi con queste donne, il termine “rivoluzionario” infastidisce. Tutti questi movimenti resistono e lottano attraverso azioni estremamente concrete.
RAWA e le altre associazioni democratiche afghane sono consapevoli di non poter contare sul sostegno della comunità internazionale e della politica interna diffidenti. Qual è l’alternativa nel cercare un appoggio concreto?
Negli anni sono riuscite a creare una rete di cooperazione alternativa all’esterno del paese. In Italia hanno allacciato contatti con il CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), l’associazione “Insieme Si Può” con cui hanno avviato un progetto riguardante il patrimonio rurale. Hanno naturalmente cercato legami politici con formazioni che sostengono le loro lotte, in Italia ma anche in Germania, Iran e Pakistan, con partiti e/o sindacati di sinistra. Malalai Joya negli Usa può contare su una rete molto forte sostenuta da Noam Chomsky. Ma anche nello stesso Afghanistan hanno legami politici con il partito della solidarietà Hambastagi, un partito riconosciuto ufficialmente ma che rischia continuamente di essere bandito dalla lista dei partiti afghani proprio per le loro esplicite e ferme posizioni di sostegno ai movimenti democratici femminili. Ma la cosa più importante per le attiviste afghane è creare una cooperazione con le voci dissidenti dei paesi vicini. Per loro è fondamentale che altre donne di altri paesi tramandino un messaggio chiaro di azione politica condivisa, perché la drammatica questione femminile non è soltanto un fardello afghano, ed è necessario per loro superare il grave ostacolo del conflitto etnico tragicamente presente nel paese e peggiorato negli ultimi decenni a causa anche di un incremento di analfabetismo che queste donne combattono con tutte le loro forze.

Pensi che parlare e scrivere di diritti delle donne in Afghanistan possa fornire nuova riflessione in un paese come l’Italia in cui, apparentemente, questi diritti sono scontati?
Le testimonianze delle donne afghane vittime di violenza e delle attiviste mi hanno fatto riflettere molto sulla situazione delle donne italiane riguardo al discorso del cosiddetto femminicidio, dei maltrattamenti ma anche del mondo del lavoro. Nel nostro paese si stanno facendo preoccupanti passi indietro rispetto ai diritti, basti pensare al tentativo da anni di picconare la legge sull’aborto. La parità dei diritti sul lavoro è estremamente critica. Una lavoratrice in maternità corre enormi rischi di perdere il lavoro e di essere discriminata, soprattutto nella condizione di crisi attuale. Le lotte del passato rischiano di essere sradicate, o travisate, distorte. È necessario ripartire da un’analisi individuale per poi farla diventare sociale, quindi di tutte, infine politica. Certamente dall’alto non ci aiutano.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...