Santa Sangre [PornoGraffi #1]

Di Sabrina Ramacci

[illustrazione di Luisa Montalto]

pornograffi1

È una nuova rubrica. Dovrebbe parlare di come sono arrivata sin qui. E allora da dove comincio? Vediamo… Come in tutte le storie che si rispettino direi di cominciare dall’inizio, da quando non ero ancora qui, a 43 anni, ma in un paesino sperduto tra i monti. Nel resto del mondo erano gli anni Settanta, lì no. Lì era tutto sospeso in un tempo di provincia e così è, ancora oggi.

Io avevo 9 anni, quasi 10. Ed ero in quinta elementare. Avevo un grembiule bianco tendente al grigio e sotto indossavo sempre la tuta. I miei migliori amici erano maschi. Solo maschi. A quei tempi non lo capivo, ma ripensando a Massimiliano, Roberto, Daniele… mi sono resa conto che ognuno di loro rappresentava già allora un tipo maschile ben preciso che avrei ritrovato e talvolta amato, o semplicemente scopato. Dicevamo. Sempre maschi perché le bambine non le capivo. Le trovavo noiose. Tutto qui. Però loro, quelle ragazzine tutte pulitine, ne sapevano più di me. Loro già sapevano cosa volesse dire: “Diventare Signorina”. Cazzo. Io già odiavo essere bambina-femmina, mi ci mancava pure diventare signorina-femmina. Le vedevo quelle lì: indossavano gonne, tacchi, si truccavano. A me bastava la mia tuta.

All’epoca questa storia era la mia più grande angoscia, tanto che persi diversi pacchetti di figurine per mancanza di concentrazione. Dovevo capire. Quindi decisi di rapire una delle mie compagne di classe: Fabiola. Lei era la più grande e la più alta, mi sembrava il soggetto migliore a cui spillare la verità definitiva sul caso. Mio complice, come sempre, Massimiliano. Rude come un marinaio, ci conoscevamo da quando avevamo 5 anni. Inseparabili.

Verso la fine della ricreazione io e il mio socio agguantiamo la tipa e, minacciandola con un bastone, la chiudiamo in una classe vuota. Lui fuori a farmi da palo, io dentro la stanza. Ricordo le persiane chiuse e la penombra. Lei mi guarda e dice: «Sabri guarda che la merenda me l’hai già rubata stamattina alle otto». Io rispondo: «Sei qui per altro. Cos’è sta storia di diventare Signorine, tu cosa ne sai?». Ci furono minuti di silenzioso imbarazzo. Era chiaro che lei sapeva. «Senti te lo dico, ma anch’io ne so poco. Però ho sentito mia sorella più grande che ne parlava con mia madre. Dicevano che secondo loro sto per avere “le mie cose”, dicevano che mi uscirà del sangue da dove facciamo pipì. Credo sia una brutta malattia. Non ho capito bene, però le chiamano MESTRUAZIONI». Ero allibita. Mi misi sopra la cattedra a pensare, Fabiola mi chiese: «Sono libera?». Io per la prima volta avrei quasi voluto abbracciarla, qualcosa ci univa, non capivo cosa ma lo sentivo. Poi però mi fece venire il volta stomaco quel suo grembiule che sapeva di candeggina e mi limitai a mugugnare un ciao. Pensai, magari succede solo una volta. Niente è per sempre, soprattutto a 9 anni.

Decisi che dovevo farmi coraggio. Allora andai da mia madre e da mia zia e, di punto in bianco, praticamente urlando, pronunciai per la prima volta nella mia vita quella parola: «Adesso voi mi dite che cosa sono le MESTRUAZIONI. Non potete farmi vivere nell’ignoranza. Chiaro?». Loro risero. E mi spiegarono. E furono brave a spiegarmi. E vuotarono il sacco e poi mi dissero che non era vero che non avrei potuto vestirmi di bianco, che avrei dovuto indossare solo gonne. Che non era vero che era una cosa brutta, anzi. Soprattutto: non era una malattia.

Insomma, ormai ne sapevo di mestruazioni, quasi quanto ne sapevo di figurine. Per fortuna il mio corpo mi concesse di gongolarmi ancora un po’ nell’età infantile. E il ciclo arrivò diversi anni dopo, più o meno insieme alla prima pomiciata. Le mie amiche invece erano entrate nell’età dello sviluppo come fossero un unico ormone informe decorato con brufoli, capelli cotonati e spalline. Io invece fino alla fine della scuola media ero troppo presa dalle cose mie, cose da maschi. Poi ogni tanto incappavo in una qualche discussione tra femmine e blateravo insegnamenti da Quella che ne sa: «Certo che può fare ginnastica. Certo che puoi venire in gita. Certo che puoi metterti i pantaloni bianchi… ». Ma ero in un piccolo paese di montagna e lì non era facile parlare di certe cose, lì Plinio aveva ancora qualche adepto: «Il contatto con una donna mestruata trasforma il vino in aceto, uccide le sementi, devasta i giardini, rende opachi gli specchi, fa arrugginire il ferro e il rame, fa morire le api, abortire le cavalle, e così via».

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...