Piccolo glossario per la narrazione del conflitto di piazza

Murale dell'ottobrata romana a largo Preneste, cancellato dopo pochi giorni - di Aladin Hussain Al Baraduni

Murale dell’ottobrata romana a largo Preneste, cancellato dopo pochi giorni – di Aladin Hussain Al Baraduni

di Luigi Lorusso

Può capitare, a volte, di cercare informazioni su Internet su quanto stia avvenendo nel corso di una manifestazione, di un corteo, della difesa di un’occupazione e simili occasioni, di rimanere col dubbio su cosa stia effettivamente succedendo, o anche, di dare per scontato che siano avvenute cose mai registrate nella realtà. Chiunque abbia avuto minimamente a che fare con manifestazioni di piazza e con la loro rappresentazione mediatica sa di dover fare una generosa tara a quanto viene raccontato: esagerazioni e distorsioni sono sempre avvenute. Meno consueto lo scenario di trovarsi di fronte all’invenzione vera e propria, alla descrizione di avvenimenti forse percepiti in qualche dimensione alternativa.

Di fronte a tale situazione, è d’uopo tirar fuori un insulto degno di polemisti di fine Ottocento: “pennivendoli”; altri estremizzeranno e generalizzeranno con “giornalista terrorista”; altri ancora andranno per le spicce con un generico “anfami”. Resterà comunque il dubbio al lettore in cerca di informazioni, magari preoccupato per la sorte di suoi conoscenti, impossibilitato a chiamarli o loro a rispondere, su ciò che stia davvero avvenendo in una certa piazza di una città italiana. Tale dubbio è legittimo, se la stessa parola ricorrente sui media, ossia scontri, con le varianti di tensioni, disordini, tafferugli, violenze, copre un arco semantico che va dalle due miccette tirate davanti a un ministero, al confronto tra le diverse fazioni armate nella guerra civile in Siria.

Per questo pensiamo possa essere utile un breve glossario per stabilire con certezza come e in che occasione utilizzare le suddette parole.

Tensione/tensioni: si ha tensione all’interno di una manifestazione quando ci si trova in una situazione di confronto tra volontà diverse e divergenti tra una o più componenti presenti nello stesso momento nello stesso luogo. Esempio: il corteo vuole passare in un posto chiuso dalla polizia; si gridano slogan; i poliziotti si schierano in una o più file che occupano la sede della strada, abbassano le visiere dei caschi, mettono gli scudi davanti a loro uno di fianco all’altro; i manifestanti si prendono per i gomiti formando cordoni, alcuni si coprono il volto, altri indossano caschi, ci sono diversi conciliaboli e scambi di sguardi. La tensione può sfociare in: disordini, tafferugli, scontri, violenze. Molto spesso si esaurisce dopo pochi minuti. In quel caso, si può sicuramente definire una “non-notizia”, essendo la tensione uno stato fisico-emotivo che precede il realizzarsi di un atto che, qualora non si verifichi, rende la tensione precedente praticamente ininfluente e se ne sconsiglia pertanto l’uso nella narrazione di un avvenimento. Analogia con situazioni personali: «Ma allora avete scopato ieri?» «Be’, c’era una certa tensione erotica…» «Ho capito sei andato/a in bianco».
Disordini: vengono definiti disordini quegli avvenimenti che deviano dal corso consueto delle innocue manifestazioni (concentramento, sfilata, comizio, scioglimento) pur senza configurarsi in nessuna delle fattispecie citate più avanti (tafferugli, scontri, violenze). Esempio: ripetute scritte sui muri, lancio di petardi o altri oggetti simbolici (uova o palloncini riempiti di vernice), azioni impreviste (blocchi stradali, irruzione in luoghi non concordati). Come per le tensioni, anche la definizione di disordine ha un elevato tasso di interpretazione soggettiva, legato in particolare alla propria concezione di cosa è “ordine”. Usare però la parola “disordine” per indicare un avvenimento fuori dall’ordinario in un contesto come quello di una città italiana (Roma, Napoli o Palermo, ad esempio) non certo caratterizzate da un’abitudine all’ordine, denota un limitato senso dell’umorismo e del ridicolo. È perciò da evitare l’uso di tale parola.
Tafferugli: dal turco teferrüc, divertimento, passeggiata, una di quelle parole che non si trovano mai al di fuori da resoconti giornalistici o polizieschi, sta a indicare quei momenti in cui un gruppo relativamente poco numeroso di persone entra in contatto con un altro per un periodo di tempo limitato, in seguito al quale possono avere origine gli scontri o terminare con un ritorno pressoché immutato alla situazione precedente, solitamente di tensione prima, di relativa calma dopo i tafferugli stessi. Esempio: un cordone di persone che spingono sul cordone di polizia, lieve carica della polizia con resistenza più o meno simbolica dei manifestanti che indietreggiano di qualche metro. Trattandosi di espressione generica, che può contemplare anche risultanze più gravi, si consiglia di non usarla.
Scontri: come già detto, espressione omnibus utilizzata per tutte le suddette modalità, più numerose altre, a tal punto da perdere quasi completamente di significato; semioticamente parlando, un concetto ormai inservibile. A rigore, si dovrebbe parlare di scontri lì dove ci sia un contatto diretto, corpo a corpo, prolungato nel tempo e perciò alla pari o quasi, tra due gruppi piuttosto consistenti di persone. Là dove c’è invece un uso prolungato della forza in maniera sproporzionata dell’uno su un altro gruppo, in quanto nettamente preponderante, non si dovrebbe parlare di scontri. Trattandosi comunque di caso piuttosto limitato e negli ultimi anni raro, resta inspiegata la proliferazione dell’uso del termine. Quantomeno per mantenere una certa originalità, se ne sconsiglia pertanto l’uso.
Violenza/violenze:trattandosi di espressione denotata da forte connotazione negativa, andrebbe utilizzata con molta attenzione, ed esclusivamente in caso di effettivi danni fisici sulle persone cagionati dall’uso della forza, per cui, ad esempio, un bastone in faccia a una persona, un calcio mentre è a terra, trascinarla per la maglia è violenza, un cassonetto incendiato, una vetrina rotta, un coro minaccioso non sono violenza. Essendo l’uso della violenza un atto significativo dal punto di vista dell’informazione, sarebbe meglio specificare di volta in volta ciò di cui si sta parlando (uso di gas, lancio di oggetti, contusioni, eventuali feriti, ecc.), evitando il termine generico.

Come vedete, abbiamo quindi escluso, o quantomeno sconsigliato, l’uso delle suddette parole per descrivere un conflitto di piazza. Proprio perché tali parole hanno significati generici, utilizzabili per contesti generici, non per una manifestazione di piazza che, per essere adeguatamente raccontata, va vista nella sua specificità, per quello che è. Raccontata come un evento a sé e non ricondotto ad altro avvenuto in altro tempo e in altro luogo. Descritta specificando il proprio punto di vista che non può per forza di cose essere onnicomprensivo e per questo deve appoggiarsi ai racconti di altri che hanno visto o vissuto la situazione, magari da diversi o contrapposti punti di vista.
Perché una manifestazione di piazza, uno scontro, una lotta, non sono un dato che si può descrivere in modo unilaterale: ognuno ne ha vissuto un pezzo, nessuno può averne un quadro complessivo. Raccontate, descrivete, voi che scrivete sui giornali. Ma prima ascoltate, valutate, chiedete, mettete in discussione. Evitate parole preconfezionate.
Perché ci fa ridere chiamarvi pennivendoli. Perché lo sappiamo che non siete terroristi, anche se a volte mettete paura. E però tante volte è vero e non sai come altro dirlo, che siete proprio infami.

Se considerate utile la compilazione del glossarietto, anche in vista di utilizzi ricorrenti di tali parole nelle prossime settimane e mesi, vi invitiamo a suggerire altri lemmi.

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2 pensieri su “Piccolo glossario per la narrazione del conflitto di piazza

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