Il tempo per la rivolta

Editoriale di Laspro #25 (settembre – ottobre 2013)

di Luca Palumbo

Un’estate a friggermi il cervello sulla Turchia, il Brasile, l’Egitto, la Siria, la Val Susa, Niscemi e poi ecco che arriva l’autunno caldo, finalmente, a Roma. E arriva pure una telefonata: «Lu’, io sto andando, c’è già un macello di gente: precari, disoccupati, comitati per la casa da tutta Italia, No Tav, No Muos, addirittura gente da Istanbul e dal Cairo, ma poi quelli ormai non si stanno scannando come cani? Io non ci sto capendo più un cazzo». «Pasqua’, aspetta un attimo, io non posso venire, sto andando al lavoro, ho il turno di pomeriggio». «Cheee? Vabbè, tanto ormai è rivolta, passa domattina». «Nemmeno, domani attacco alle otto e stacco alle tre. Facciamo che vengo domani pomeriggio che sono libero, ok? Il tempo di arrivare da Casalotti-Boccea. Poi magari per dopodomani chiedo un paio d’ore di permesso».

 

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

Pasquale mi manda affanculo amareggiato, io riattacco col magone. Ma che succede, non volevo essere in prima linea in un’ipotetica rivolta romana? Come no, quest’estate mi ero pure detto che sarei andato a Niscemi e a Chiomonte per apprendere le pratiche di lotta e invece con dieci giorni di ferie, esaurito e stanco morto, ho deciso di non pensare a un cazzo. No, in realtà di pensieri ce n’erano eccome, il giusto quantitativo per preparare questo maledetto autunno caldo e fare strage di ingiustizie e diseguaglianze sociali. Rivoltarmi, un pensiero fisso, non so in che modo ma lo voglio, sono anni che ci penso, e ora che il terreno sembra essere finalmente caldo io mi sento quasi immobile; il cervello corre ma il corpo continua a fare l’automa, sempre gli stessi movimenti, sempre gli stessi posti, per sopravvivere e non perdere quel poco che ho. E per contraddirmi, puntualmente. Il tempo mi fotte, l’essere precario mi fotte. E allora? È proprio questo il momento per mobilitarmi. C’è una discreta folla che dovrei raggiungere a testa bassa nelle piazze e invece mi ritrovo a pensare di chiedere al capo se mi dà qualche ora di permesso per aggiungermi alla rivolta. Ma quello mi dice che per prendere permessi c’è bisogno di un motivo serio. E che gli dico, che vado a fare il rivoluzionario per un paio d’ore? Vieni e lotta pure tu? Assurdo, mi viene il mal di testa, quello contro cui lotto mi licenzia e vado a finire in mezzo alla strada, perché pure il contratto a tempo indeterminato non è altro che il solito giochetto per farmi credere che sono al sicuro, schiavo ma al sicuro. Ricattabile ma al sicuro.
Possibile che dobbiamo aspettare di finire definitivamente tutti e tutte col culo per terra per rivoltarci una buona volta? Ho trascorso anni a lottare nel piccolo, quotidianamente, a discutere sulle pratiche, le strategie, gli obiettivi, sul senso di solidarietà con le mille realtà in lotta. Ma ora mi mancano le energie, il tempo, e non è bastata una telefonata di Pasquale. Sarà poi vero che c’è un macello di gente nelle piazze? Altre persone non staranno impazzendo come me? O sono tutti disoccupati e sgomberati che non hanno più niente da perdere? Merda, se così fosse, dovrei essere con loro, adesso, perché ho sempre immaginato la rivolta come un atto collettivo. Non lasciamoci soli. È una parola. Al lavoro non manca nessuno, tutti presenti, apparentemente ignari di tutto. Sui mezzi pubblici ho visto un sacco di gente che smadonnava per colpa della “manifestazione”, perché alcune stazioni della metro sono state chiuse e gli autobus scarseggiano e s’imbottigliano nel traffico. Ma come, fino a ieri ho ascoltato parole d’indignazione e ora s’incazzano perché hanno il turno di pomeriggio, non arriveranno mai puntuali e il capo li inculerà a sangue. Come me.
No, non è solo quello, non può essere. Molti e molte di noi vivono il crollo sociale e il conflitto con tranquillità disarmante, o con serena rassegnazione, come nella migliore tradizione italiana. L’importante è che il mio stipendiuccio non lo tocchi nessuno, poi magari posso imbestialirmi con lo stato per i quattrocento euri di tasse ma l’essenziale è che posso farmi quel po’ di cazzi miei, diritto inalienabile. Dovrei invidiare questa massa serena, che vive il conflitto sociale come se la nazionale di calcio fosse in crisi alle porte del mondiale, in attesta che la federazione trovi qualche soluzione. Dovrei invidiare chi mi dice che avvelenarsi il sangue è da pazzi, che sono cose da centri sociali, che fai a vent’anni ma poi cresci, la famiglia, la comunione, le vacanze e la salute. Cose di sinistra radical chic, mi pare. E l’orrore mi opprime, perché io non sono diverso nonostante le piccole lotte di tutti i giorni, nonostante le idee condivise. Tremo perché rischio di vivere la politica e la lotta solo in funzione dei miei bisogni mandando a farsi fottere la collettività, travisando il significato della lotta stessa. Vado fuori di testa per l’indignazione ma poi mi contraddico, mi dico che non ho il tempo per organizzarmi, e il permesso al lavoro può essere che non lo chiedo più, e magari domani pomeriggio mi ritrovo a fare il solito aperitivo al Pigneto in mezzo a coloro che il conflitto sociale lo vivono in un bicchiere, con l’aria d’artista e il tormento che trasuda da una maglietta che tifa rivolta. Oppure no. Pasqua’, rimaniamo che ti chiamo domani.

 

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