Fuori dal mondo

di Emanuele Boccianti (da A costo zero)

doyoufeelreal

Una settimana, tredici milioni di visualizzazioni. Si appresta a diventare uno dei video più supervirali di sempre. «I forgot my phone», ammettiamolo, se lo merita. Due minuti ben pensati, ben girati, ben recitati, soprattutto dalla protagonista Charlene deGuzman, aka Charstarlene.

Inutile la descrizione, la cui lettura supererebbe i 130 secondi necessari per gustarsi questo mini-film:

Immancabilmente, sono subito spuntati un po’ ovunque i commenti di testate giornalistiche o blog che commentavano il nuovo video virale del momento. E subito si sono sprecate parole come “alienazione”, frasi tipo “come è cambiata la nostra vita” o “dipendenza dalla tecnologia”, a causa della quale “trascuriamo le persone più care”. Anche la stessa Charlene, nel suo blog su Tumblr, spiega che ciò che l’ha mossa a girare il video era il suo costante sforzo di “vivere il momento, gustandolo appieno e lasciandosi prendere fino in fondo da esso”.

La prima volta che ho guardato questo video l’ho fatto con una certa superficialità, probabilmente data dal fatto che tali considerazioni, che me lo avevano introdotto, ormai non spiccano più per originalità – pur nella loro testuale correttezza. Ho apprezzato le sue qualità tecniche, i tempi di montaggio, la scelta delle situazioni, poi sono andato oltre degnandolo appena di un sorriso. Per qualche ragione gli ho dato in seguito un’altra occhiata, e ho notato qualcosa che prima mi era sfuggito. Qualcosa suggerito dal titolo stesso. E mi sono reso conto che era possibile una lettura appena un po’ diversa, e per me più intrigante.

Perché lei, la protagonista, è l’unica nella storia a non avere con sé il suo dispositivo di iperconnessione: lo ha dimenticato. È lei la non adattata, la misfit, non tutti gli altri. Gli altri sono perfettamente agganciati allo Spiritus Mundi.

È come la barzelletta del tizio che imbocca l’autostrada contromano, e dalla radio sente il comunicato di emergenza che avverte di una macchina – evidentemente guidata da uno fuori di testa – che procede in senso contrario proprio sulla strada che sta percorrendo. «Un matto?» esclama tra sé, «Qui mi sembra che son tutti matti!».

Perché c’è poco da impegolarsi in considerazioni astratte: è la maggioranza che decide cosa è normale, è sempre stato così. Fino a qualche anno fa non essere presente nei social media poteva essere considerato un atto di eccentricità, adesso comincia a essere difficile gestire buona parte dei rapporti umani, della comunicazione; tra qualche tempo significherà esser tagliati fuori dal mondo. La stessa dinamica occorsa con la telefonia mobile.

Nel film gli altri, quelli connessi, sono perfettamente integrati: comunicano trasformando il momento irripetibile – quello cercato da Charlene – in qualcosa di oggettuale, attraverso la codificazione, la compressione la condivisione e la ripetizione. Salvandolo dalla sua morte, dalla sua terribile caducità. Nessuna di quelle persone avverte il gap, nessuno di loro si sente desincronizzato rispetto a quel nuovo tempo unanime sganciato dal qui-e-ora: il loro tempo è nella matrice, cristallizzato, replicato, esibito virtualmente all’infinito, salvato per “sempre” nella grande nuvola di dati a cui siamo ancorati. Poco o nulla importa che la stragrande maggioranza di questi eventi non abbia molto di memorabile in sé o di intrinsecamente valido, da un punto di vista estetico. Non è quello che si cerca, quando si riempie il proprio profilo con le foto della colazione, dei piedi a mollo nell’acqua del mare delle vacanze, dello scherzo scemo che si è appena tirato all’amico durante la festa, o della propria faccia devastata dai bagordi di una notte brava. Si cerca un altro esserci, si lascia il segno della propria presenza – e della propria essenza, verrebbe voglia di aggiungere – là dove sta diventando sempre più essenziale che questo segno rimanga: dall’altra parte dello schermo. Chi non lo fa, magari semplicemente perché ha dimenticato il proprio smartphone, si ritrova nella situazione di non-esserci, offbeat rispetto a questo nuovo tempo, scollegato e infine solo.

È la “sindrome” del FOMO: Fear Of Missing Out, la paura del perdersi qualcosa, come viene spiegato nell’intervista su Fox News (avente come oggetto proprio il video in questione) in uno scambio tra il giornalista Jonathan Hunt e Tom Buontempo, dirigente facente capo alla MDC, una tra le più grandi holding americane nel settore advertising & media. Secondo quest’ultimo, i social media concorrono alla creazione e alla promozione da parte degli utenti di un sè ideale: quello che va ai migliori concerti, mangia in ottimi ristoranti, si diverte in maniere invidiabili. (Oppure, potremmo aggiungere noi italiani un po’ meno bietoloni degli statunitensi, anche non si diverte, ma lo fa sempre in maniera arguta e pubblicabile).

Interessante uno snodo del dialogo:

Hunt: – Quindi l’idea è che un’esperienza non sia realmente tale a meno che tutti i tuoi contatti non sanno che l’hai avuta?

Buontempo: – Un po’ di vanità c’è. In futuro potremmo arrivare a un punto in cui la tecnologia è così intuitiva e integrata che non disturberà più la fruizione dell’esperienza stessa.

La tecnologia quindi non risolverà il problema del FOMO, non aiuterà a correggere la distanza tra sè ideale (mediatico) e sè non connesso. Tutto ciò che possiamo auspicarci, dice Buontempo, è che si arrivi al punto che non dovremo più lasciare la ragazza con la torta in mano e le candeline che si squagliano mentre noi scattiamo la foto, perchè la foto verrà scattata – letteralmente – in un batter d’occhio.

Assurdo quanto si vuole, detestabile, certamente, perfino terrificante. Ma è proprio quella la direzione che stiamo prendendo, e lo facciamo di buon grado o semplicemente in maniera passiva, un millimetro alla volta, inesorabilmente.

Sul blog di Charlene c’è una scritta che mi ha incuriosito: si legge che la ragazza è rappresentata da Generate. Sono andato a vedere e ho scoperto in appena un paio di click che Generate è una società con base a Los Angeles e New York che produce contenuti transmediali: da internet ai libri. Generate ha ottenuto 6 milioni di dollari da fondi di investimento dopo la nomina a CEO di Jordan Levin, precedentemente amministratore delegato di The Warner Bros Television Network.

A detta di Levin, il modello di business di Generate si basa sulla distribuzione di contenuti verso il maggior numero di siti possibile e al contempo sul permettere a sponsor o inserzionisti di muoversi con tale contenuto e seguirlo nel suo spostarsi da una piattaforma all’altra.

L’azienda ha prodotto nel 2008 una web serie in collaborazione con MSN, ovvero Microsoft Network, oltre ad altre web serie trasmesse sul canale mainstream Comedy Central (che fa capo a Mtv che a sua volta fa capo a Viacom). Sempre su Wiki si legge che Generate crea contenuti professionali che possano migrare da internet alla televisione, e sviluppa idee innovative che si integrano nelle comunità della pubblicità, della tecnologia e dell’intrattenimento.

Sembra un po’ strano che un’azienda del genere “rappresenti” (qualsiasi cosa voglia dire: ho chiesto con una mail alla stessa Charlene cosa significhi quella scritta sul suo blog ma dubito che mi risponderà) qualcuno diventato famoso per un videoclip che mostra al mondo intero quanto sia più bello (?) vivere le giornate senza il proprio smartphone.

A meno che il senso profondo di quel filmino, non proprio subliminale ma recondito, non sia esattamente l’opposto. Quello di ingenerare un indefinito ma percettibile disagio nel guardare per due minuti la giornata di una persona continuamente scollegata da tutto e da tutti.

Dopotutto chi vuol essere davvero tagliato fuori dal mondo?

 

Leggi anche Da “Black mirror” ai dispositivi specchio. Comunicazione, censura e controllo ai tempi dei social network. – Editoriale Laspro 23

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4 pensieri su “Fuori dal mondo

  1. Comunque qualcuno deve aver fatto quella torta, poi qualcuno ha acceso le candele, l’avranno tagliata a fette e l’avranno mangiata, e per farlo devono aver usato necessariamente le mani, cosa che impedisce l’uso di un dispositivo come lo smartphone (non del Google glass, ma per quelli non siamo – ancora – pronti). E infatti una parte significativa del pezzo è: “In futuro potremmo arrivare a un punto in cui la tecnologia è così intuitiva e integrata che non disturberà più la fruizione dell’esperienza stessa”. Una discussione standard con la mia compagna di viaggio in Australia in epoca pre-social media (2002) era che, essendo sempre impegnata a riprendere con la videocamera, non viveva l’esperienza stessa. Secondo me. Secondo lei la viveva in altro modo.
    Il punto sta nel fatto che, allo stato attuale, per consultare-interagire-condividere con i social media, per agire cioè questa altra parte della nostra identità, devi interrompere di fare quello che stai facendo. La tendenza è quella verso il flusso ininterrotto e l’indistinguibilità tra vita “reale” e “mediale”.
    Il fine sarebbe quello di essere continuamente in produzione e di estrarre plusvalore da risorse umane inesauribili e a costo zero (o a volte, ma raramente, e non necessariamente, paganti): noi stessi e le nostre vite, produttori di contenuti. Un social media esiste non per il suo software o per i giochini che ci mette, ma per le persone che ci sono dentro. (Pensa solo a tutti i cadaveri socialmediali che ci siamo lasciati alle spalle: da mIRC, ai forum, i guestbook dei siti Internet, a Messenger, MySpace, Second Life, Google+ eccetera. Non sempre era la loro tecnologia a essere superata, semplicemente a un certo punto tutti hanno smesso di usarli e sono diventati contenitori vuoti, finendo di garantire profitti).
    Dici: “ Ma è proprio quella la direzione che stiamo prendendo, e lo facciamo di buon grado o semplicemente in maniera passiva, un millimetro alla volta, inesorabilmente”. Sì, la cosa che dà fastidio è quella sensazione di ineluttabilità, ci siamo ritrovati a vivere così pian piano senza averlo mai scelto e non ci ricordiamo quando è stato che abbiamo iniziato a vivere con ansia il fatto di uscire di casa senza il cellulare.
    Sembra proprio una trappola studiata bene.

    • Il punto di vista che più mi eccita narrativamente è però quello secondo cui ci troviamo di fronte a una anti-trappola. Mi rendo conto che qui il lessico mi sfugge un po’, perchè – magari mi sbaglio – come rispondevo qui sotto a Renato, forse ci troviamo di fronte a una prospettiva storica differente che le categorie (di largo utilizzo in ambito fantascientifico) ‘utopia’ o ‘distopia’ non riescono più a descrivere. Perchè una “trappola studiata bene” mi rimanda a uno schieramento classico e definito: c’è la preda e c’è il trappolatore, che s’ingegna di nascosto dalla preda e macchina affinchè questa nella trappola ci finisca. Tale prospettiva per me non collima con quanto vedo, inoltre ha un sapore troppo grossolanamente cospirazionista. E se nessuno stesse tendendoci una trappola, ma si trattasse di una scelta che la nostra civiltà sta facendo? Un bivio nella storia che prima si intraprende quasi senza rendersene conto, poi, quando consapevolezza e lucidità gradualmente arrivano, ci si convince che è la strada giusta, un po’ per i vantaggi che comporta, un po’ per l’inerzia ormai accumulata, che rende di fatto difficilissimo tornare indietro. Sono due anni almeno che ho in cantiere l’idea per un libro che parli di questa situazione, di questa prospettiva “futura” che si è in realtà dipanata davanti ai nostri piedi tipo cinque secoli prima di Cristo. Ciò che trovo sommamente interessante è che alla base della strada che stiamo prendendo c’è una precisa concezione filosofica di cosa sia la realtà e di cosa sia l’essere umano. E le basi di questa concezione le abbiamo messe durante l’antichità.

  2. Gentile Emanuele, lei è troppo intelligente per non sapere la differenza concreta tra la vita e sua rappresentazione, tra il vivere e il vedersi vivere, tra i propri pensieri e la proiezione di questi pensieri. Di più, tra i sogni e il racconto dei sogni. Quando io sogno mi vedo sognare, ma questo sognato è unico e irripetibile. Per fortuna! Raccontarlo a parole o per immagini è un altro procedimento, è un’altra esperienza, è un’altra attività mentale. La foto di me che mangio una mela è ben altra cosa da me che gusto la mela. Nel mio vivere la mela io metto all’opera tutti i miei sensi, nella foto di me che mangio la mela c’è solo la vista o forse il ricordo di questa circostanza. Non tutto è comunicabile, condivisibile, trasmissibile e tanto meno lo quanto più soggettiva e personale è la mia percezione della cosa in sé. Lo spavento che mi coglie di fronte al cadavere sbalzato fuori dall’automobile tamponata mi muore se lo fotografo! Come può essere lei fautore di una visione così spersonalizzante, per quanto comunitaria, dell’esperienza e del vissuto umano? Nessun strumento ottico potrà mai sostituire la visione sempre parziale ed emotiva, cioè soggettiva, dei suoi occhi. O lei ci sta dicendo che dovremmo abdicare, delegare, affidare ad uno strumento tecnologico anche il significato intimo e irripetibile legato e prodotto dalla nostra imperfetta e pregiudizievole visione oculare? Qual è il senso ultimo del suo post? Staccarci la testa imperfetta che ci ritroviamo e al suo posto metterci una telecamera socialmente collegata alla difformità della visione altrui, telecameramente vissuta? Il conformismo e l’omologazione di cui lei si fa portavoce (ignaro o consapevole?) taglia fuori dalla nostra vita proprio ciò che la rende unica e soggettivamente valida: l’interpretazione, l’errore, il ricordo sbiadito, l’emozione del buio prima delle candeline, il salto di gioia a mani libere, l’abbraccio completo che sottintende altro, le mani che libere si cercano per sentire e non per registrare, l’oblio, la dimenticanza, la sepoltura di ciò che non ci piace., l’occultamento dei nostri difetti, il segreto delle nostre carie dentali e interiori, il pizzico di naturale perversione che rende piccanti e inconfessabili i nostri pensieri e le nostre parole. Come può lei applaudire alla tirannia del sempre acceso, del sempre connesso, de sempre raggiungibile o mostrabile, quando la nostra identità è geneticamente per pochi e sopportabile solo da chi crede di amarci? Cordialmente. Renato Bruno

    • Caro Renato, mi ha frainteso. Conosco perfettamente la differenza tra vita e rappresentazione della vita, così come quella tra una pipa e il quadro che la raffigura. Il senso ultimo del mio post è che resistere con tutti noi stessi all’avanzata di questo futuro in stile “mente alveare” è ciò che ci rende, auspicabilmente, uomini. Ma per dire questo evito le retoriche facili in stile “o mio dio spegni quel telefonino e goditi l’irripetibilità dell’attimo, perchè questo significa essere vivi”. In questo approccio, che io trovo di fatto controproducente, è ravvisabile un frame, una cornice mentale, che ci impedisce di vedere il problema nella sua essenza più pericolosa. Ovvero, che questo tipo di futuri distopici ci arrivi addosso come un’onda di tsunami, proveniente dall’esterno, nostro malgrado, e senza che noi si possa fare altro che contrastarla con l’imbelle poetica dell’attimo fuggente (tanto per capirci). Non è così. L’onnimedialità – come mi divertivo a chiamarla anni addietro – ovvero l’iperconnessione e la riduzione della vita entro l’orizzonte mentale digitale non sono nemici (mi si passi il termine) che minacciano la tranquillità del nostro borgo come la creatura del dottor Frankenstein: inattesa, non richiesta, terrorizzante, esecrata. La prospettiva della mente alveare corrisponde più all’archetipo asimoviano della macchina che non a quello shelleyano. Secondo Asimov, che lo disse negli Anni 50, ciò che ci dovrà preoccupare della macchina sarà la sua inevitabilità, dovuta alla nostra volontaria ed entusiastica dipendenza da questa. Il robot ribelle di Asimov non viola il confine fisico dei nostri corpi come Frankenstein, trova delle falle logiche nel nostro modo di pensare e le sfrutta, creando problemi a partire dall’ottemperanza – questo è il punto – non dall’infrazione al set di regole che noi stessi gli abbiamo dato. Si tratta quindi di un conflitto profondamente diverso quello che forse ci attende, perchè non abbiamo ancora dalla nostra un equipaggiamento nè semantico nè tantomeno metodologico per contrastare l’avanzata di antagonisti la cui presenza nella nostra vita, per la prima volta, vogliamo e chiediamo a gran voce e a cui non siamo disposti a rinunciare. Può chiamarsi ancora distopia un mondo orribile sul quale noi ci affacciamo di buon grado, sempre più vicini a desiderarlo esplicitamente e senza mezze misure? Questo era ciò che volevo dire con il mio post. È in atto uno slittamento valoriale fondamentale, lento ma costante. Ciò che sta dentro lo schermo sta diventando più bello, più desiderabile, ma soprattutto più vero di quello che sta fuori. La cosa interessante è che questo processo è nato più di venti secoli fa, ma solo da un ventennio riusciamo a osservarlo.

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