Su premi letterari, industria editoriale e impiego di energie

Gira in modo virale una recensione-stroncatura del romanzo vincitore del premio Bancarella 2013 Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli, edito da Newton Compton, per quanto possa essere virale la recensione di un libro.
ti-prego-lasciati-odiareSintetizzando, elenca i tanti difetti stilistici e veri e propri errori redazionali del libro, per arrivare alla conclusione della scarsa credibilità dei premi letterari e il basso livello dell’industria editoriale italiana, di cui i premi sarebbero una «stracca appendice».

L’articolo compare su L’Unità del 3 agosto scorso e si chiude con questo invito:

«Questo è fuor d’ogni dubbio un caso letterario. E sarebbe bene che se ne parlasse parecchio».
Non ho letto il libro e non ho intenzione di leggerlo, non rientra tra i miei gusti, neanche come letteratura d’intrattenimento. Però l’articolo mi stimola alcune riflessioni, in ordine sparso e che possono essere a volte contraddittorie tra loro:

  • mi stupisce, positivamente, una recensione in cui il recensore mostra di aver letto il libro dalla prima all’ultima pagina, prendendo appunti; sono abituato a recensioni in cui o si rimastica il concetto espresso in quarta di copertina fino a riempire il numero di battute necessarie, o in cui del libro si parla poco o per niente (analoghe puntigliose e istruttive recensioni erano state recentemente curate sul blog di Minimum Fax da Christian Raimo sui 5 titoli finalisti per il premio Strega);
  • non è citata nell’articolo la particolarità del premio Bancarella, che è assegnato da un gruppo di 200 librai, da assegnarsi, da regolamento, «a quell’opera che a giudizio dei librai, interpreti sensibili ed attenti del vasto pubblico dei lettori, abbia conseguito un chiaro successo di merito e di vendita»; l’omissione non è da poco, considerando che, ad esempio, nel premio Strega si dà l’indicazione di «libro di narrativa in prosa di autore italiano», che per il Campiello c’è una giuria di Letterati (con la L maiuscola) che scelgono «opere significative» ; l’albo d’oro del premio Bancarella è inoltre a dir poco eterogeneo, tenendo insieme classici della letteratura come Hemingway, Pasternak e Cassola, autori di bestseller come Camilleri, De Crescenzo, Valerio Massimo Manfredi o Mauro Corona, personaggi televisivi come Bruno Vespa o Vittorio Sgarbi, Giulio Andreotti, Enzo Biagi e altri, più una serie di illustri sconosciuti, tra i quali probabilmente inseriremo anche la vincitrice di quest’anno: non stiamo parlando del Nobel, insomma;
  • si cita il basso livello dell’industria editoriale italiano, elencando gli strumenti con i quali la casa editrice in questione, Newton Compton, accalappierebbe sprovveduti lettori per ottenere successi commerciali: titoli banali e stucchevoli, copertine dai colori accesi e che ricalcano un’estetica pubblicitaria, stereotipizzazione della lingua e, soprattutto, fascette accattivanti, tanto da definire la casa editrice romana «regina assoluta dell’Era Fascettista»; si rimprovera cioè alla Newton di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per ottenere il suo scopo: il profitto; di essere, quindi, un’industria editoriale: Newton, che mi risulti, non si è mai definita una casa editrice di progetto (pur realizzando, a volte, operazioni di grande qualità come, mi dicono, una delle migliori traduzioni dell’Ulisse di Joyce, certo non un’opera commerciale – il che, probabilmente, fa anch’esso parte di una strategia commerciale, quella di accreditarsi cioè come casa editrice “non disprezzabile” anche presso un pubblico colto, che quindi non si vergognerà di acquistare un’edizione Newton di qualche classico);
  • l’esistenza della cosiddetta industria editoriale (definiamola attività imprenditoriale con fini di lucro dedita alla pubblicazione di libri, in particolare) porta, ai soggetti che pubblicano, vendono, leggono e parlano di libri non (o non solo) a fini di lucro, più svantaggi che vantaggi, fagocitando gli spazi pubblici in cui sono presenti i libri, fisicamente o nell’opinione pubblica (librerie, giornali, media di massa), rendendo utopiche le velleità di concorrenza alla pari nella darwiniana lotta per la sopravvivenza nel cosiddetto mercato: non c’è gara, non c’è storia, non c’è pietà, le voci possibili vengono ridotte a poche unità (pochi autori, poche case editrici, poche librerie, poche idee); d’altra parte, le macchine da guerra dell’industria editoriale possono creare le condizioni per una maggiore diffusione della lettura – ricordo ancora che una gran parte delle mie prime letture di adolescente erano i libri a mille lire o poco più proprio della Newton, in particolare dei classici;
  • articoli sul condizionamento editoriale dei premi letterari potevano essere di attualità trent’anni fa – sono contraddittori poi, se accompagnati dal lamento sul basso livello dell’industria editoriale italiana: laddove si parla di industria, si parla di strategie di vendita, e i premi letterari ne sono solo uno strumento (non tra i più importanti, credo); sono articoli che non impegnano e stanno bene su tutto, come dire.

Fin qui le riflessioni che mi sono scaturite dalla lettura dell’articolo. Successivamente, sono nate in me una serie di domande (non in questo momento; diciamo che la combinazione tra essere editori, soffrire d’insonnia e porsi queste domande genera un interessante miscuglio di correlazioni):

  • perché un libro giudicato non degno non solo di vincere un premio letterario, ma nemmeno di essere pubblicato (“Ti prego, lasciati mandare al macero” il titolo dell’articolo) viene giudicato da una giuria di librai, il migliore dell’anno per vendite e merito? Perché la qualità dei libri che hanno successo commerciale è esageratamente bassa (come le Sfumature di cui si parlava la scorsa estate)? Perché i libri con successo commerciale non hanno quasi mai un effetto traino per l’editoria e la letteratura di ricerca, di progetto, indipendente, d’autore?

Lo strapotere dei grandi gruppi editoriali, delle loro librerie, dei loro conglomerati di potere (presenza nella grande distribuzione, nella politica, sovrapponibilità con grandi gruppi economico-finanziari, nell’informazione) risponde a gran parte di queste domande. La concentrazione della distribuzione libraria in poche grandi mani fa sì che, al di fuori del best seller di turno, ci sia ben poco spazio: entrando in una libreria, sfogliando una rivista, accendendo la tv, finita una Kinsella c’è un Khaled Hosseini, poi un Severgnini, una Littizzetto, un Bruno Vespa, un Saviano, un Camilleri, una Benedetta Parodi e così via. L’esistenza del cosiddetto passaparola con virtù esoteriche diventa sempre più una leggenda metropolitana: soprattutto perché, per esserci passaparola, deve esserci parola, discorso sui libri. Cosa che non c’è: del libro, come prodotto d’intrattenimento, non se ne parla, al massimo lo si consiglia/lo si sconsiglia, mi piace/non mi piace, è divertente/è pesante.
L’editoria, sia quella dell’industria, sia quella di progetto, ha di certo delle colpe. Ma mi interessa qui mettere in luce la funzione di mediazione, tra chi propone il libro e chi dovrebbe acquistarlo (e possibilmente leggerlo). Le librerie, i giornali. O meglio, preferendo parlare di persone concrete, librai e libraie, giornalisti e giornaliste.
Che potrebbero/dovrebbero fare la differenza, svolgere anche una funzione maieutica, conoscere il pubblico dei common readers: hai letto Camilleri, vuol dire che ti piacciono i gialli, ma con una certa attenzione all’ambiente, ai personaggi oltre che alla trama? Perché non provi Izzo? Hai letto Hosseini, vuoi provare Mahfuz? Hai letto Vespa? Ok, fa niente, dai comunque un’occhiata qui…
A questo servono le piccole librerie, quelle specializzate, di quartiere, indipendenti: quel passo in più che la grande distribuzione non potrà mai avere e grazie al quale, a differenza di quest’ultima, ha meno da temere la concorrenza del commercio elettronico.
E a sua volta, il giornalismo, senza rischiare troppo, potrebbe affiancare al paginone sull’ultima uscita della grande star o al gossip sul prossimo premio letterario (arricchito dall’elzeviro severo sull’abbassamento della qualità), ricerche su quanto si muove al di fuori e ai confini sia dell’industria che dei carrozzoni editoriali. Mi piacerebbero recensioni così dettagliate, come la stroncatura di Ti prego lasciati odiare, per consigliare libri che parlino lingue vive, che ci aiutino a comprendere il presente, che ci dicano qualcosa in più su di noi, le nostre relazioni, il mondo che viviamo, le nostre città. Vorrei che recensori illustri si facessero incuriosire da una copertina, da un’altra recensione, da una frase trovata su un social network, che frequentassero le presentazioni dei libri di piccole case editrici e le fiere di provincia, che sfogliassero riviste autoprodotte, che cercassero blog, vederli a iniziative nei centri sociali, fuori dagli ambienti della cultura istituzionale.
Non che sia tutto bello, interessante e proficuo, da quelle (queste) parti. E librai, editori, giornalisti, lettori con voglia di rischiare ce ne sono sempre meno. Sicuramente perché c’è anche meno possibilità di rischiare, perché basta fare un libro che non venda nulla e non riesci a pagare la tipografia, salti un mese di affitto e la libreria è sfrattata, hai pochi soldi per permetterti di comprare un romanzo di un autore sconosciuto, anche se la quarta di copertina ti sembra interessante e viri sul nome fidato.
Per questo è importante collaborare, avere nuove idee, portare avanti le proprie e incoraggiare quelle degli altri. Per questo è importante smettere di lamentarsi, di dire quanto è cattivo e ignorante e brutto il mondo.
Per questo questo articolo non mi è piaciuto: energia sprecata. E ci sono un sacco di cose da fare.

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12 pensieri su “Su premi letterari, industria editoriale e impiego di energie

  1. Buonasera. Fermo restando che quando leggo prendo anch’io degli appunti, devo dire che questo è veramente un paese strano se chi come Pippo Russo mette in luce “anomalie di sistema” e risulta sprecare energie.

  2. La cosa grandiosa è pensare a quanto tempo “ha sprecato” per rispondermi. Quest’uomo dovrebbe brevettare il Metodo per Ridicolizzare Se Stessi. Farebbe un fracco di soldi.
    Baciamo le mani

  3. Ok, sono ridicolo, grazie, ottimo argomento. L’articolo, in sostanza, dice due cose: i premi letterari sono al servizio dell’industria editoriale; l’industria editoriale è di basso livello.
    Dove sarebbero le “anomalie di sistema”? A quando una fondamentale stroncatura dell’ultimo disco di Gigi D’Alessio o un innovativo articolo sul ruolo omologante delle fiction tv?
    Sono d’accordo con quello che si dice nell’articolo ma, come dire: embe’?
    Ah: ma non “sarebbe bene che se ne parli parecchio”?
    Ps: mi piaceva la rubrica “Pallonate”.
    Sul brevetto magari facciamo fifty/fifty.

  4. Ottima idea, ci si dà appuntamento per la registrazione 🙂
    Se ti piaceva Pallonate, allora devi leggere “L’importo della ferita e altre storie”, fresco di Edizioni Clichy. E vedrai, altro che la Premoli…

  5. Lo smontaggio dei libri commerciali per dimostrarne le carenze strutturali è una cosa utile, come dire: anziché parlare in generale della scarsa qualità di un libro, te lo dimostro prendendo degli esempi pratici.
    Mi vanno benissimo le campagne contro l’editoria a pagamento, la ridicolizzazione dei fenomeni da bestseller, lo svelamento delle strategie di marketing e così via.
    Per questo non era l’articolo in sé che mi ha spinto a scrivere, quanto vedere la sua diffusione “virale” di tanti e tante che scoprono un po’ l’acqua calda: oddio, il mondo dei libri e della cultura non è casto e puro, anche qui esistono il commercio e gli interessi!
    Nessuno può fare tutto, ma oltre a questo non vedo (o vedo molto meno) parlare di altri aspetti, da inchieste su precariato e sfruttamento in editoria, anche la “coraggiosa piccola editoria indipendente” – da segnalare in merito “Pazzi scatenati” di Federico De Vita, TIC edizioni – o invece su quanto si muove in un ambito – come definirlo, letterario? Culturale? – che sta al di fuori del mondo “premi letterari, salotti culturali, classifiche di vendita, strategie di marketing”.
    Il motivo che mi ha spinto a “sprecare energia” è proprio questo: ok, c’è un sacco di roba brutta in giro, lo sappiamo. Ma dopo aver pianto il morto della Letteratura, della Cultura e dell’Editoria con le maiuscole che si fa?

  6. Caro Luigi
    comprendo il tuo punto di vista e ti rispondo sviluppando alcuni argomenti.
    In primo luogo parliamo dell’aspetto della viralizzazione. E’ una cosa che ha sorpreso anche me. Ho scritto una recensione per l’Unità e poi l’ho ripresa nel mio blog. Che per inciso è un blog attivo da oltre tre anni ma da me scarsamente curato fin qui, come si può evincere leggendo le date dei post. Dunque non era certo uno strumento che offrisse le pre-condizioni per la viralizzazione di un articolo. Tutto ciò per dire che immaginavo di poter suscitare qualche interesse attorno alla stroncatura del libro di Premoli, ma non mi sarei mai aspettato una diffusione così massiva. E qui però sta un elemento di riflessione: lo stupore provato al cospetto di questi numeri è lo stesso che provai nel 2000, agli esordi della rubrica Pallonate sul Manifesto. Anche in quell’occasione immaginavo che il mio esercizio di critica feroce con punte di satira (nella fattispecie dedicato al giornalismo sportivo italiano) potesse incontrare consenso, ma non mi sarei aspettato un successo come quello che arrivò. Per di più, si trattò di un successo che mi venne riconosciuto sia dai lettori che dagli stessi giornalisti sportivi. Uno dei primi giornalisti a contattarmi per testimoniarmi consenso – un inviato del Corriere della Sera di cui non è elegante fare il nome – mi disse una frase che conteneva il motivo principale del successo di Pallonate: “Di questa rubrica si sentiva il bisogno, ma nessuno aveva mai pensato di scriverla. L’hai fatto tu”. E certo, si dirà, era il punto di vista di una persona e non un’opinione generalizzata. Ma il medesimo punto di vista mi è stato esternato a più riprese negli anni seguenti. E dunque, ecco uno degli aspetti: al medesimo stupore per il successo della cosa si associa mica la medesima ragione di successo? Sarà mica che in questo momento si senta il bisogno di discutere di libri e dell’industria editoriale in Italia parlando schiettamente delle cialtronerie diffuse? Io penso di sì, e a confermarlo sta il successo del mio ultimo libro “L’importo della ferita e altre storie”. Un libro nel quale vengono schiantati i principali bestselleristi italiani attraverso l’utilizzo del Metodo-Pallonate (che poi lo stesso cui ho fatto ricorso per stroncare Premoli). A dispetto dell’essere arrivato in libreria a fine giugno (fase dell’anno non felicissima), e d’essere pubblicato da una casa editrice giovane (Clichy), sta già viaggiando verso la ristampa. I lettori mi scrivono mail per “ringraziarmi”. Ancora una volta, si sentiva il bisogno che si parlasse schiettamente del pessimo modo di scrivere nel produrre cultura popolare. E qui sta l’aspetto su cui mi soffermo: se davvero si sente bisogno di schiettezza, e al limite di ferocia, nel parlare di libri, bisogna interrogarsi su cosa armi tale esigenza.

    Secondo aspetto. Tutto ciò di cui stiamo parlando – dal giornalismo sportivo ai best-seller da milioni di copie, passando per il romanzo di Premoli vincitore del Bancarella – rientra nel campo della “cultura popolare”. Un’etichetta purtroppo generica, e dunque spesso equivocata. Aggiungo che grossa parte di questo equivoco è dovuta al fatto che si tenda a assegnare un’aura di trivialità alla cultura popolare, il che risponde a un istinto snob delle élite intellettuali. Quanto di più sbagliato si possa fare. Lo sbaglio sta nel non capire quanto la cultura popolare rifletta il senso del tempo. Certe sue espressioni possono piacere o non piacere, ma a prescindere dai gusti personali essa va presa sul serio. E in questo senso il mio approccio al fenomeno è positivamente condizionato dalla formazione da sociologo. Da cittadino che seleziona le proprie esperienze culturali posso dire di adorare i libri Antonio Lobo Antunes e di trovare ributtanti i programmi di Maria De Filippi; ma da analista dei processi sociali devo prendere sul serio entrambi. Soprattutto, devo analizzare i motivi per cui Maria De Filippi viene eletta a icona della cultura popolare. E se devo stroncare i suoi programmi, posso farlo soltanto dopo un’analisi minuziosa. Con questo intendo dire che non è la cultura popolare come categoria in sé a essere deteriore: è il modo in cui la si fa e la si confeziona a segnare la differenza. I romanzi della serie Harmony possono essere confezionati con massima professionalità pur illustrando storie leggere; chi compra sa cosa deve aspettarsi, e può anche imbattersi in una storia che lo deluda in termini emotivi ma comunque deve uscire da quell’esperienza di lettura convinto di non essersi visto propinare un prodotto sciatto nella forma e nella confezione. Tenevo a chiarire questo punto, tanto più che uno dei miei prossimi lavori riguarderà proprio la letteratura popolare e le sue categorie sociologiche di lettura.

    Terzo aspetto – A questo punto tocca parlare del caso-Premoli. Che certo ha a che fare con la “cultura popolare”, ma è soprattutto un esempio deteriore di come si assegni la legittimazione culturale ai prodotti editoriali nell’Italia di oggi. Ribadisco il giudizio: il “romanzo” della signora Premoli è orrendo sotto ogni punto di vista. Trama sciatta e prevedibile oltreché malissimo costruita, personaggi rifiniti con la vanga, riferimenti contestuali inesistenti, stereotipi a profusione, dinamiche dei rapporti fra personaggi dalla credibilità pari a zero, e soprattutto uno stile di scrittura imbarazzante pure per una ragazzina di terza media. Già il solo fatto che un libro così venga pubblicato è un indice desolante dello stato dell’editoria italiana. Che esso venga addirittura premiato, vedendosi conferire un premio che nonostante tutto ha una tradizione, è follia. E in questo caso non c’entra nulla il discorso relativo alla cultura popolare e alla sua legittimazione: qui si parla d’un prodotto pessimo, che come tale va qualificato. Come tu stesso hai detto, l’ho preso molto sul serio annotando minuziosamente ogni passaggio degno di rilievo – come, del resto, faccio per ogni libro che leggo -; e serissimamente l’ho massacrato, perché dal mio punto di vista non meritava diverso trattamento. Per quanto mi riguarda, il Premio Bancarella 2013 segna uno dei punti più bassi nella storia della cultura italiana. Dopodiché, ognuno è libero di pensarla come gli pare.

    Quarto e ultimo elemento – Una delle cose alle quali tieni in modo particolare – o almeno così ho colto – sta nella necessità d’indicare una pars construens dopo aver esercitato la pars destruens. Sono d’accordo, ma probabilmente c’è disaccordo fra noi sul metodo. Credo che al momento ci sia da fare parecchia pulizia nel mondo della patrie lettere, infestate da fenomeni da baraccone e cortocircuiti imbarazzanti. Ovvio che, per quanto mi riguarda, laddove m’imbattessi in qualcosa di positivo – o meglio, in qualcosa che per i miei criteri di giudizio sia positivo – lo segnalerei e ne esporrei i contenuti. Ma per il momento, ribadisco, bisogna sgombrare parecchio il campo. E sarà un lavoro lungo.

    Questo è il mio articolato punto di vista. E t’assicuro che non sento d’aver impiegato male il mio tempo nell’esporlo 🙂

    Un caro saluto a te e ai partecipanti

    • Non mi sembra così difficile comprendere che il pezzo di Luigi Lorusso non è una critica alla recensione di Russo bensì una riflessione, che condivido, su cosa forse dovrebbe cominciare a lavorare la critica letteraria e culturale, che diviene inevitabilmente sociale. Forse è il caso di abbandonare ripetute stroncature a libri brutti e inutili pubblicati e promossi dai soliti canali che da secoli applicano l’elettroshock. Probabilmente è ora di provare a vedere che aria tira nei circuiti non istituzionali, dove spesso si tenta di coniugare, con enormi sforzi, cultura (in questo caso la letteratura) e intervento sociale, mettendo da parte una buona volta i premi letterari e l’industria editoriale che ormai ben conosciamo tutti. Andare oltre, semplicemente. La recente storia dei media ci insegna che più si parla male del brutto e più il brutto s’inculca nella mentalità popolare (basta guardare la politica parlamentare del nostro paese). E’ una riflessione, non una bagarre.

  7. Pingback: Concorsi farlocchi, case editrici irrintracciabili, giornalisti della domenica e altre scomode futilità. | giramenti

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