Turchia: come prima, mai più come prima

di Serena Tarabini

everydayNonostante gli sforzi, e la straordinaria capacità di questo paese e di chi lo governa di riportare le cose al loro ordine consueto e consentito, a più di una settimana dallo sgombero di Gezi Park, il casus belli che ha scatenato la rivolta, piazza Taksim e la Turchia non sono tornate la stessa cosa. In un paese in cui i metodi utilizzati da Erdogan non rappresentano una novità rispetto al passato, che ha sempre convissuto con le minacce alla propria libertà di espressione,  in cui quando non è la polizia è l’esercito che ti fa capire come devono andare le cose, è diventata pubblica e condivisa la discussione attorno alla democrazia. Sono finiti i grossi cortei, Gezi Park è vuoto e blindato, c’è polizia ovunque e continua la caccia all’uomo, piazza Taksim è accessibile solo quando lo si decide dall’alto, ma ciononostante continua a circolare quel senso di liberazione che prima vibrava sulle barricate, e ora continua a riempire spazi pubblici. Nonostante in questo paese si svolgano libere elezioni, personalmente non lo ritengo uno stato democratico. Quello che ho percepito fino a tre settimane fa era frustrazione e paura.

La protesta era un feticcio costituto da manifestazioni di poche centinaia di persone al massimo, circondate dal triplo delle forze di polizia in tenuta antisommossa pronte a scattare al primo sgarro, che fosse un passo in più del consentito o uno slogan non gradito. Il primo maggio è stato sottratto militarmente ai sindacati e ai cittadini senza neanche uno straccio di scusa sostenibile.  Progressive e inquietanti restrizioni alla vita civile ultimamente sono state imposte a colpi di legge e senza discussione. Reagire sembrava impossibile. Invece all’improvviso tutto è cambiato. La vicenda di Gezi Park, l’ennesimo episodio di violenza gratuita da parte delle forze di polizia, l’ennesimo atto di tracotanza da parte di Erdogan, hanno fatto saltare il tappo, e seicento alberi sono diventati l’emblema di un nuovo concetto di democrazia che questo paese ha imparato, soprattutto le ultime generazioni e la classe media, relazionandosi con l’Europa, assistendo alle primavere arabe, collegandosi a internet e viaggiando su twitter. Non era solo rabbia quella che per giorni da Gezi Park ha occupato piazza Taksim , invaso via Istiklal, debordato in diversi quartieri fino alla parte asiatica: è stata anche un’esplosione di euforia, di creatività, di progettualità, di condivisione; moltissime realtà abituate a fare la loro lotta, durissima, ma individuale, si sono ritrovate insieme, a parlarsi magari per la prima volta, per ridisegnare un paese in base ai suoi bisogni e a suoi desideri.
Quelli di almeno una parte. È infatti importante sottolineare come questa protesta sia nata dalle classi medio alte, come intere porzioni di Istanbul, in particolare quelle più povere, non siano state minimamente investite da alcuna forma di protesta, di come per quanto rilevanti, i numeri che abbiamo visto rappresentino comunque una minoranza del paese. Una minoranza che però rappresenta una componente significativa per un paese sospeso a metà fra l’Europa e l’Asia, sia geograficamente che culturalmente, e che ora ha fatto chiaramente capire che non è disposta a farsi mettere da parte.  Una minoranza acculturata, istruita, avanzata, che fuor di condizionamenti politici, non è disposta a cedere ulteriormente sul terreno delle libertà individuali, e che vuole continuare a combattere per avere un paese più democratico, come mai lo è stato. Le  migliaia di persone che abbiamo visto scendere in piazza, il coraggio e la determinazione con cui si è fatto fronte alle brutalità delle forze di polizia, la durata delle mobilitazioni, ci danno l’idea di come questo popolo sia abituato e sappia combattere, ma mi sembrano anche il segnale di questa nuova assunzione di responsabilità. E la persistenza di forme di mobilitazione, la “standing protest”, le migliaia di persone nei parchi la sera radunati a discutere, ne sono la conferma. Questo rappresenta sicuramente un problema per il governo dell’AKP, che oltre a sbraitare contro l’Europa, nei confronti dell’evoluzione della protesta in queste forme pacifiche e significative sta mettendo in campo risposte scoordinate e sconnesse (repressione ad Ankara e Izmir, tolleranza a denti stretti a Istanbul), mentre cerca di utilizzare i tradizionali metodi intimidatori come fermi e arresti arbitrari, a cui questo paese è abituato. Ma quello che è cambiato è l’indisponibilità  di una parte della società a considerare tutto ciò prassi consolidata, e che sì, è possibile dare un volto nuovo alla Turchia.

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Un pensiero su “Turchia: come prima, mai più come prima

  1. Serena sta facendo un grande lavoro da Istanbul. Anche sui social network sta facendo quello che ormai i giornalisti non fanno più: raccontare stando tra la gente, le barricate, i lacrimogeni…

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