La prima volta che ho visto Roma

Tra pochi giorni a Roma si voterà per eleggere il nuovo sindaco, il consiglio comunale e quelli municipali. In occasione delle elezioni della città in cui viviamo pubblichiamo questo contributo, anticipazione dal prossimo numero di Laspro, per porre domande che non possono essere delegate a tecnici, politici e amministratori. 

di Rossella Marchini e Antonello Sotgia

sotgia

Foto di Giordano Pennisi

Alle volte tra di noi ci poniamo una domanda: «Quando hai visto per la prima volta Roma?». Aggiungiamo sempre qualche particolare. Li isoliamo da qualche immagine che ci portiamo appresso o, capita, li rubiamo. Da altri occhi. Da quelli del cinema. Da qualche quadro. Da chi ha visto prima o meglio di noi. Accade anche di andare a pescare, da architetti, in quell’immenso giacimento immaginario dell’architettura interrotta. Il mondo affollatissimo dei progetti che non si sono mai sollevati dal foglio di carta. Li vediamo, li andiamo a trovare, ci muoviamo in quegli spazi.
Per me (sono Antonello) vissuto a Ostia, direttamente sulla spiaggia, per i primi dieci anni della mia vita, la mia prima Roma sono due. Una è la linea di sabbia, allora – primi anni ’50 – punteggiata di pini e non bloccata da manufatti edilizi, dove lo sviluppo della città trovava il suo fine corsa verso il mare. Così, quando oggi arrivo dalla Colombo su quel tappo di cemento, la rotonda, messa lì a segnare che dopo c’è solo l’acqua, vedo le passerelle in legno, i corrimano infiniti dei ponti di Adalberto Libera, l’architetto che pensò di mediare la lingua d’asfalto della strada, in un ponte abitato, che immagino capace di entrare nel mare, per accogliere, così come già accaduto per Enea più o meno in queste stesse parti, chiunque voglia essere cittadino sotto il cielo di Roma.
Roma è, ancora, un solido puro: la Piramide Cestia. Davvero la prima cosa che ricordo. Proprio per essermi sempre stata descritta e vista come “estranea”, “eccentrica” (non romana diceva mia madre) e che oggi, causa lo smacchiamento dei suoi marmi, avvolta da un sapiente ponteggio, accentua ancora di più questo carattere, trasformata com’è in un immacolato Ziggurat.
Case squadrate, finestre allineate, cornicioni a correre lunghi, quasi a tenere gli edifici fissi a terra per impedirgli di levarsi verso il cielo. Questa (sono Rossella) è la mia prima Roma dove questi individui di cemento, questi recinti edilizi sanno, improvvisamente, aprire brecce misurate e mostrare il cortile interno, il giardino protetto, il verde familiare disegnato per fermarsi a raccontare e raccontarsi l’abitare. A Prati, una punteggiata di natura squadrata contrapposta alla grande massa naturale della collina di Monte Mario e alla lunga striscia selvaggia che accompagna, per un fronte del quartiere, lo scorrere del fiume.
Facciamo questo esercizio da quando ci siamo accorti che Roma non c’è più. La città dove viviamo ha cancellato e continua a cancellare tutto. «Il futuro è di quattrocento New York, le megalopoli dove si concentrano i talenti e sboccia la creatività» (La geografia delle nuove città stato di D.Taino in La lettura – Corriere della Sera,  14 aprile 2013), ma noi siamo a Roma e Roma non è una città off-shore rispetto al suo territorio. È tutta territorio perché tutto il territorio è merce. Questo è avvenuto e avviene attraverso l’espropriazione territoriale messa in atto con la realizzazione della città diffusa.

Foto di Giordano Pennisi

Foto di Giordano Pennisi

Sono in molti – siamo in molti – a parlare della necessità di non consumare suolo. Pochi, però, a notare la straordinaria anomalia rappresentata da un territorio così fortemente urbanizzato e altrettanto fortemente caratterizzato da una bassa densità abitativa (59 mila ettari urbanizzati sui 129 mila complessivi che costituiscono la superficie comunale). Roma è sola nel deserto del Lazio: 5 milioni e 100 mila abitanti su 17.203 km², meno di 3 abitanti per ettaro. Roma è un insieme multiplo di case deserte.
L’espansione a macchia d’olio – la dura definizione-gogna inventata dall’urbanista Luigi Piccinato a bollare le protuberanze edilizie fuori dalle mura – evidenziata come tale nelle restituzioni cartografiche, quando la vediamo solidificarsi in edifici diventa una specie di nebulosa geografica. Un continuo di frammenti di città che, al posto di costruirsi discorso urbano, si alternano a vuoti, aggrappano le case le une alle altre senza curarsi di creare nessun servizio.
Si realizzano insediamenti, ma si lotta ancora dopo quasi un decennio per avere una scuola, come a Ponte di Nona. Su uno stock di 1 milione e 700 mila unità edilizie, 250 mila case risultano vuote. Se si aprissero quelle serrature troverebbe posto un numero di abitanti pari a quello di Bologna. Restano invece ben serrate. Soprattutto per le oltre 50 mila famiglie in emergenza abitativa. Tutto questo che, una volta, avrebbe preso il nome di questione territoriale, in realtà, è una vera e propria mutazione territoriale. Sembriamo (vogliamo?) non accorgercene.
Inseguiamo l’urbanistica. Come se questa potesse offrirci ancora qualche possibile soluzione. Ci buttiamo sulle mappe, incuranti del fatto che, come in Moby Dick, queste “mentano sempre”. Alle carte l’urbanistica affianca parole e ancora carte: delibere, piani, manovre, consigli comunali, accordi, negoziazioni. Non è forse menzogna il nascondere che, dietro tutti questi atti, coperte da quei segni colorati, ci sono le case?
Che non tutte ad esempio, per il loro posizionamento, sono toccate dal sole e dalla luce. Che quello che è tutto piatto nella carta, in realtà, ha una diversa altimetria. Che lì, su quei fogli, la strada volante che taglia San Lorenzo e la Prenestina soffocandoci appare, invece, disegnata come un largo boulevard. Che dietro ogni linea ci sono le singole stanze. Che in quelle stanze viviamo.
Quale carta, anche la più aggiornata, ci dice che molte sono le porte e le finestre dell’invenduto? Parla forse di questo la manovra urbanistica tentata a fine legislatura dal sindaco Alemanno? I previsti 24 milioni di metri cubi che si sarebbero voluti vomitare sulla città, per ora sono rimasti incagliati nella melina dell’ultima votazione utile in Consiglio. Incartati: da una maggioranza interessata a litigare tra i suoi componenti per raccogliere briciole dei grandi bocconi preparati per sé dal potere finanziario immobiliare e da un’opposizione che è sembrata più opporsi alla svendita di interi pezzi della città pubblica piuttosto che metterne in discussione la vendita.
Il diluvio di cemento si è, per ora, interrotto. Sarà un altro Consiglio a dover decidere delle stesse delibere. La musica non appare quindi diversa. Non potrebbe essere che così perché è saltata, in modo irreversibile, la mediazione tra interesse pubblico e interesse privato, il patto su cui si regge la disciplina urbanistica. Le sagome di cemento posate dal Piano Regolatore di Veltroni e costruite sono già pari a più del 50% di quelle programmate (35 milioni di metri cubi su 65). Quelle “in sonno” di Alemanno, 24 milioni di metri cubi, non si spiegano con le parole dell’urbanistica.
Sono massi scagliati da quella gigantesca catapulta orientata, nel puntamento, dal potere finanziario con al pezzo, quale servente, quello immobiliare, a schiacciare l’abitare atterrando, al termine della loro parabola balistica, sull’intero spazio comunale che deve essere reso disponibile alle forme dello sfruttamento. L’urbanistica non esiste più, ingoiata da una strategia di comando in cui, quello che si scrive come progetto, va letto come tagli ai servizi, a ogni assistenza, come negazione di ogni diritto, quale intervento diretto sulla vita di ognuno di noi.
Le parole della manovra di Alemanno parlano di questo. Demolizioni di tipologie edilizie pubbliche (Tor Bella Monaca) come volano per la melassa di case private; trasformazione di aree pubbliche in residenze di lusso (area ex-Velodromo-Eur); dismissione del patrimonio storico pubblico con l’intento di fare e far fare cassa (depositi Atac); housing sociale per, in realtà, accaparrarsi pezzi pregiati all’interno delle aree centrali con un pugno di case (la svendita dei mercati storici Magna Grecia, corso Trieste); l’assalto a pezzi significativi di Agro romano con la spalmatura di inutili case in più parti della città quale esito di compensazioni (Brava, Acquafredda…); la densificazione con case di aree destinate a servizi (in più luoghi di tutta la città); la muratura finale del mare di Ostia con la creazione di un waterfront cementizio; edifici destinati a cambiare d’incanto destinazione e valore in un giorno; terreni che avrebbero dovuto ospitare esclusivamente funzioni collettive da invadere con centri commerciali e torri residenziali (Casal Boccone); Centralità, ovvero luoghi destinati dal PRG a funzioni di servizio pregiate, ridotte a ricettacolo di edifici dormitorio (Romanina) (Sulla manovra urbanistica di Alemanno vedi Il quartiere che non c’è di Marchini e Sotgia in Alfabeta2 n.28-2013).
Tutto da lasciare vuoto, ma capace di contare come patrimonio e partorire, quindi, denaro. Tanto denaro. Un’attività spasmodica per fare della disciplina urbanistica, dal “dare sostanza alle cose sperate” dalla comunità insediata, esattamente il suo contrario: rendere sostanza (denaro) la fine della città pubblica.
A Roma è in atto una mutazione territoriale.
Avviene con le compensazioni, un paradigma urbanistico per scaricare, su terreni destinati a verde e servizi o ancora agricoli, cubature che “sollevate” da altri posti durante il “volo” si irrobustiranno pesantemente. Avviene con la densificazione a indicare che non solo non si faranno servizi, ma se ne cancellerà, per sempre, ogni possibilità. Avviene perseguendo il folle consumo di suolo. Avviene, a fronte dell’invenduto, con l’occupazione di sempre più spazio, proponendo la costruzione di ulteriori nuovi alloggi. Avviene attraverso la truffa del cosiddetto housing sociale. Case solo case, con l’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione. Destinate a restare vuote, ma non a interrompere la fabbricazione del plusvalore devono rendere continuamente, e per esteso, tutto il territorio immediatamente produttivo.
La città diffusa per costruire questi spazi indefiniti espropria il territorio privatizzando ogni risorsa naturale e comune per accaparrarsi e assicurarsi immediatamente rendita e profitto. Qui siamo costretti a vivere. Qui continuiamo a porci domande e oggi, che siamo nonni, a chiederci, curiosi, quale sarà la prima Roma che ci racconterà Dario.

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