Hebron

Questa sera Laspro partecipa all’aperitivo benefit a sostegno dell’associazione Zaatar per la Palestina. Zaatar da alcuni anni svolge attività di solidarietà con il popolo palestinese, tra cui l’organizzazione di workcamp estivi. Quest’anno ne sono previsti due:
DIRITTI DELL’INFANZIA a Nahr el-Bared, in Libano, dal 25 agosto all’8 settembre
CULTURE, EDUCATION AND REHABILITATION al campo profughi di Askar, a Nablus, in Cisgiordania, dal 20 agosto al 1 settembre.
Durante l’iniziativa (dalle 19 allo spazio Fucina 62 in via Ettore Giovenale 62 al Pigneto), sarà esposta la mostra fotografica Ordinary Restrictions di Alessandro Ciccarelli e la mostra delle illustrazioni di Shahd Abusalama, blogger di Gaza già intervistata su Laspro
, e minireading di Laspro con Luigi Lorusso e Luca Palumbo.
locandina zaatar - fucina
Quello che segue è un testo che scrissi durante il mio primo viaggio in Palestina con Zaatar, due anni fa, al ritorno da Hebron, dove andammo in visita, prima di cominciare il workcamp vero e proprio.

Hebron

Hebron (Al Khalil il nome arabo) è uno shock. C’è solo un nome per definire quello che ho visto e ci hanno raccontato ed è apartheid.
Arriviamo a Hebron da Gerusalemme passando attraverso vastissimi spazi di insediamenti colonici.
Scesi dal taxi notiamo subito, nella vivace e affollata piazza centrale, di non passare affatto inosservati. È tutto un “Where are you from, how are you?” e un piacevole “Welcome to Hebron” al quale rispondiamo shukran. È facile seguire il flusso di persone e arriviamo al suq, quello che, come abbiamo imparato, rappresenta il cuore pulsante delle città arabe. Ma camminare tra la folla che ci guarda ci fa un effetto strano, siamo silenziosi e incapaci di stabilire un contatto, come al solito però M. attacca bottone con un commerciante, e intanto R. e G. sono stati raggiunti da un tizio che gli sta parlando fitto fitto e indica delle cose in alto.
Siamo sotto la famosa rete, una gabbia metallica sopra la quale vediamo bottiglie di vetro, buste di immondizia, contenitori di legno, ho visto anche una tastiera di computer, di tutto. È quello che i coloni ebrei delle case soprastanti lanciano addosso al mercato.
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Hebron è una città della Cisgiordania al cui interno c’è un insediamento ebraico: circa 500 coloni, protetti da 4000 soldati, in una città di 100.000 abitanti. Quindi che succede, che viene divisa in due parti. Una è quella in cui i palestinesi possono vivere e lavorare (certo, a meno che dai palazzi di sopra non buttino delle molotov e incendino i propri banchi al mercato, oppure che non arrivi l’esercito israeliano che durante un’incursione sigilla i negozi con il saldatore, operazione che viene poi suggellata da una bella stella di David tracciata con lo spray, e la storia è un amaro ricordo). L’altra è quella dei coloni, in cui i palestinesi possono abitare ma non lavorare o aprire negozi.
Possono abitare, ma a rischio di essere continuamente presi a sassate dai coloni.
Ibrahim ci mostra la gabbia metallica di contenimento e capiamo di aver trovato quello che cercavamo: qualcuno che ci raccontasse. È un piccoletto scuro, con una camicia verde padana, la cintura con il Jolly Roger e i jeans neri attillati, lo sguardo timido ma furbo.
Ci dice se vogliamo seguirlo per vedere, certo, rispondiamo. Andiamo sulla via sul retro, reti metalliche che dividono la strada, ogni tipo di rifiuti e di rottami sono accatastati dall’altra parte della rete, facciamo foto mentre Ibrahim ci spiega che dall’altra parte ci sono i coloni.
Ci raggiungono altre persone, tra questi Abed, un ciccione dallo sguardo triste. Ci mostrano buchi sul muro e nelle reti metalliche, segni di passate incursioni, Ibrahim dice ad Abed di mostrarci il proiettile che ha nel petto, “inside the house”, dice lui, e saliamo tutti su una scalinata che porta a casa sua, con la bandiera palestinese dipinta sulla parete.
Appena entrati ci rendiamo conto che per loro è una situazione abituale, le donne e i bambini ci salutano e andiamo in una stanza che ha materiale in vendita appeso alle pareti. Ci fanno sedere sui divani e le donne portano il tè, intanto Ibrahim fa partire un video. Si vede un’incursione dell’esercito israeliano, soldati che saldano le porte dei negozi e le persone trascinate via.
Un ragazzino con la maglietta rossa da calcio Palestine guarda un tizio trascinato dai soldati e se la ride, ha riconosciuto qualcuno.
Intanto Abed ci racconta la sua storia, 29 anni, 2 mogli, la prima morta ammazzata dai coloni con una fucilata sul tetto di casa sua, 2 figli da ogni moglie. La sua casa si affaccia proprio sulle case dei coloni e loro vogliono che vada via, prima gli hanno offerto dei soldi, poi gli infilano cose da un buco nella parete, bottiglie rotte, una volta un serpente.
Finché una volta, mentre è dentro casa gli sparano: ha ancora un proiettile nel petto e non possono estrarglielo. Non arrivano nemmeno i soccorsi, dice, a causa dei checkpoint. La volta dopo, mirano a sua moglie, e questa volta lei ci rimane.
Ora Abed non può lavorare a causa dello sgradito ospite che si ritrova in petto e si è reinventato un mestiere, ci dà il suo biglietto da visita: tourist guide. Una guida turistica che ci fa vedere casa sua, con le finestre sigillate altrimenti ti potrebbero sparare di nuovo, che ci porta a vedere i negozi che sono stati chiusi dai soldati, che ci fa passare attraverso il checkpoint israeliano dentro la città, per passare dalla zona 1 alla zona 2.
Sembra la città dei morti: nessuno per strada, negozi sigillati con la stella di David, una donna anziana dietro una finestra che sembra una gabbia ci saluta. È una desolazione infinita, il silenzio pesante, l’ansia una sensazione fisica dura da sopportare anche solo per pochi minuti.
Passiamo dal checkpoint mostrando i passaporti e aprendo le borse e camminiamo in questo squallore.
Da lontano vediamo un edificio dei coloni, sentiamo voci di bambini, uguali a tutte le voci di bambini del mondo e ci sembra quasi strano ed è fin troppo banale chiederci come si possano volontariamente far crescere dei bambini lì. Ma da lì, oltrepassato un confine invisibile ma potente, segnalato da un cartello con caratteri ebraici, non si può passare. Perché? Perché altrimenti i coloni sparano.
Saliamo su per una collina, c’è una fonte d’acqua e ulivi maestosi.
Ci mostrano la torretta di guardia israeliana e le case distrutte attorno a essa. Dove c’erano i contadini di Hebron ora si sono piazzati gli ufficiali dell’esercito. I soldati, invece, stanno nella caserma, appena sotto la collina. Fuori ci sono murales con gli stemmi militari e la scritta: Return, Rebuilding, Reconstruction, con la citazione biblica, “i bambini sono tornati a casa”.
Ibrahim e Abed ci indicano la strada per la moschea, dicendo che ci vediamo lì tra un’ora. Loro devono fare un altro giro prima di poterci incontrare. Ci inoltriamo da soli attraverso l’insediamento e non siamo affatto tranquilli, è il caso di camminare vicini. Due delle nostre compagne hanno scelto di mettere il velo, hanno notato che questo rende loro più facile relazionarsi con altre donne e poi altrimenti si sentono sempre gli occhi addosso. Ma ora vediamo un soldato venire di corsa verso di loro, alle sue spalle un ragazzino, avrà 14 anni. Il soldato chiede loro, gentilmente, se possono togliersi il velo per non fare “irritare” i coloni. Il ragazzino ha una grossa pietra in meno e fa di tutto per farla notare. C’è solo un attimo di esitazione dettato dalla rabbia, poi le compagne si tolgono il velo.
Per arrivare alla moschea dobbiamo passare da un altro controllo, attraverso la sinagoga (è la Tomba dei Patriarchi, per la religione ebraica, la moschea di Abramo, per quella musulmana).
Ci sembra paradossale che passando da lì ci dicano “Shalom”, pace, come togliere significato alle parole.
Passiamo dalla sinagoga, ancora un altro controllo di soldati, chassidim (ebrei ortodossi) che pregano, ma non riusciamo a capire come si arrivi alla moschea, non possiamo che chiedere a due soldati che ci prendono evidentemente per il culo, torniamo indietro, passiamo attraverso una ventina di soldati in pausa, finalmente una faccia amica, Ibrahim che ci aspetta fuori e ci porta via da lì.
Decidiamo di andare a mangiare poi alla moschea. Per il suq della città vecchia bisogna passare ancora da un check, con soldati a mitra puntato, metal detector e tornelli, si sta in fila, 5/10 minuti, poi siamo dentro e scarichiamo la tensione sul nostro falafel. Il falafelaro e’ un signore di 77 anni, aiutato dal suo ultimo figlio di 6. Il pranzo è un corso accelerato di arabo, inglese e italiano reciproco tra noi e Ibrahim che ci racconta che si sposerà il mese prossimo (da qui probabilmente derivano le notevoli creste che fa su ogni nostra spesa).
La moschea, dopo il tornello, altri due check e il metal detector è un’oasi di pace. Donne velate sdraiate sui tappeti che giocano con i bambini, sedute in cerchio bevono bibite gassate, chiacchierano e quando ci vedono giocare coi bambini si avvicinano, ci chiedono where are you from, ci fanno foto.
I guardiani ci dicono che noi non musulmani non possiamo stare stesi, possiamo rimanere ma in piedi. Ci spostiamo nell’altra sala, le nostre compagne col velo hanno stretto amicizia con tre ragazze con l’hijab nero, ci racconteranno dopo che chiacchierando tra di loro se lo toglievano per mostrarsi, per poi rimetterselo giù di corsa appena tornava il guardiano.
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È tardi, dobbiamo andare verso l’autobus, non prima di essere stati di nuovo premuti in fila quei dieci minuti al check point con il tornello.
Pausa/ghiacciolo e siamo circondati da una massa di bimbi dai quattro agli otto anni, piccoli, scalcagnati, sgarrupati, sdentati, instancabili. Alcuni li avevamo visti primi a un check point volante con tanto di ruspe e furgoni blindati con i soldati che ci dicevano di non stare con i bambini perché sono “majnoun”, pazzi, e loro che se ne fottevano e gli facevano il verso, ci tiravano anche qualche piccola pietra per simpatia.
Scopriamo che l’idolo locale è il wrestler John Cena e per emularlo ci tirano certi pugni alla pancia che dal basso del loro metro e venti di statura riescono a piegarci, noi rispondiamo con solletico e sorrisi, ma è una dura lotta dove siamo felicemente destinati a soccombere: ci scavalcano, ci sconquassano, ci tempestano, ci stordiscono e ci scompisciano con pugni, urla, risate e occhi che vanno a fondo. Ci vengono dietro fino alla fermata dell’autobus, insieme a tizi belli come Antonio Cassano che propongono matrimoni alternativamente a ognuna delle nostre compagne.
La fermata è proprio di fronte a una guardiola con due soldati che non fanno altro che patire il caldo. L’autobus (che scopriremo dopo essere per soli coloni) rispetta i tempi mediterranei e non passa prima di un’ora, i bambini continuano a fare caciara e il tizio a manifestare amori multipli. Anche noi non siamo certo silenziosi.
Fuori dalla pensilina una ragazza attende l’autobus appoggiandosi al muro. Dopo qualche minuto i soldati le si avvicinano e le parlano. Lei è carina, penso che le stiano battendo i pezzi.
Dopo un po’ vengono da noi e ci dicono di fare andare via i bambini. Diciamo molto gentili pacati e rispettosi del loro insostituibile ruolo istituzionale che apprezziamo il loro gesto di accoglienza ma che possono stare tranquilli, i bambini non ci danno alcun fastidio (oddio, i pugni nello stomaco un pochetto si, però…).
Chiariscono subito che, con rispetto parlando, se ne sbattono del nostro fastidio. Il problema è che la simpatica colona fuori dalla pensilina non può sedersi e deve subire le ardue temperature, poverina, se ci sono quei bambini arabi in quello che dovrebbe essere il suo posto bello fresco e riposante.
Commossi da tanta sofferenza, le lasciamo volentieri quel posto, tutto per lei: attraversiamo la strada per andare di fronte, che c’è uno spicchietto d’ombra, dove i bambini ricominciano allegramente a massacrarci (ma anche, all’evenienza, ad accogliere con favore i nostri modi di riportarli a una tenerezza che spetta loro, come a tutti i bambini del mondo) e ci godiamo la scena di questa stronza che può andare finalmente a sedersi, sola con la sua immensa e disumana tristezza.

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