Un blog per rompere l’assedio a Gaza – intervista a Shahd Abusalama, autrice di “Palestine from my eyes”

Shahd Abusalama è una giovane artista di Gaza che cura da due anni il blog in lingua inglese Palestine from my eyes in cui alterna i suoi disegni e articoli sulla vita quotidiana nella striscia di Gaza, chiusa dal 2007 dall’assedio imposto dall’occupazione israeliana. Ci sentiamo via Skype in un sabato pomeriggio, dopo aver superato i suoi ultimi impegni universitari.

All chains must break someday!di Shahd Abusalama

All chains must break someday!
di Shahd Abusalama

Il sottotitolo del tuo blog è “resistenza pacifica sotto forma di scritti e disegni da Gaza, Palestina”. Puoi spiegarcelo?
Credo che sia i miei disegni sia i miei scritti fanno parte di una forma di resistenza molto potente, perché sono un mezzo per diffondere consapevolezza sulla Palestina mettendo in risalto la dimensione umana della causa palestinese. I miei scritti hanno uno stile diverso da quello giornalistico, che normalmente tratta le vite come numeri in statistiche e finisce col disumanizzare i palestinesi. Invece c’è una storia umana dietro ogni persona, che merita attenzione e ascolto. Io provo a raccontarla attraverso i miei occhi, ad esempio quando incontro un ex prigioniero che mi racconta la sua storia, o le famiglie che mi dicono ciò che hanno sofferto, le restrizioni imposte dal carcere israeliano per aumentarne l’oppressione e negare loro tutti i più elementari diritti garantiti dal diritto e dagli accordi internazionali. Con i miei articoli provo a far vivere le sensazioni di una madre con il figlio in prigione che non può visitare per oltre cinque anni, posso far vivere la storia della lotta di un prigioniero dietro le sbarre israeliane per almeno dieci, venti, venticinque anni e la sofferenza quotidiana dentro le carceri dell’apartheid israeliano.

Come mai la scelta dell’uso della lingua inglese per il blog?
L’uso dell’inglese è un’arma per diffondere consapevolezza nella comunità internazionale ed è un mezzo per combattere l’ignoranza diffusa sulla causa palestinese. Credo che ci sia bisogno di maggiore consapevolezza nel mondo per combattere l’ingiustizia in Palestina, questo potrebbe rendere più breve il nostro cammino verso la giustizia, come avvenne in Sudafrica. I neri non avrebbero sconfitto il regime di apartheid senza una pressione internazionale che si concretizzava ad esempio nella campagna di boicottaggio. Come diceva Martin Luther King: «L’ingiustizia, ovunque avvenga, è una minaccia per la giustizia in ogni luogo». MLK è un’icona che ispira chiunque si alzi e fronteggi l’ingiustizia, come quella che subivano i neri d’America, così queste persone dovrebbero supportare il popolo palestinese che combatte e aiutarlo perché sono umani, nient’altro che umani che vogliono i loro diritti, per vivere in libertà, sicurezza, pace e uguaglianza. Sono nostri diritti.

L’occupazione israeliana e l’assedio su Gaza colpiscono ogni aspetto della vita quotidiana, puoi descriverci in particolare le conseguenze sulle attività artistiche e creative?
L’occupazione e l’assedio colpiscono la popolazione sotto tutti gli aspetti della vita, nell’educazione, la salute, le infrastrutture. Dalla chiusura imposta nel 2007 più di 450 malati sono morti per non aver potuto ricevere cure adeguate fuori da Gaza, molto spesso a causa dell’assedio abbiamo carenze negli ospedali di risorse mediche, specie durante gli attacchi.
L’educazione e la vita culturale sono colpiti, ad esempio è molto difficile per gli studenti partecipare a programmi di scambio culturale, gli artisti di Gaza non hanno la possibilità di partecipare a esposizioni e programmi internazionali. Israele sta rendendo Gaza un ghetto separato dal mondo. Proprio ieri leggevo di un’incredibile storia di uno studente di Gaza che non aveva il permesso di raggiungere la Repubblica Ceca dopo aver vinto una borsa per un master lì, una storia incredibile ma tipica per ogni studente di Gaza che prova ad andare all’estero. Non c’è alcun aeroporto a Gaza, l’unico mai costruito in Palestina funzionò per soli due anni poi fu demolito dalle forze di occupazione israeliane nel 2002 e siamo rimasti con due sole vie per uscire da Gaza: il valico di Erez, controllato da Israele, attraverso il quale è quasi impossibile passare a meno di avere uno speciale permesso dell’ambasciata americana e il valico di Rafah, anche in questo caso ci sono molte difficoltà, bisogna chiedere i permessi alle ambasciate e a volte per ottenerli è necessario pagare incredibili somme di denaro. Tutte queste ingiustizie sono punizioni collettive inflitte alla popolazione e, come dichiarato dai rapporti delle Nazioni Unite, inumane.

C’è una vita culturale attiva a Gaza, ci sono gallerie, librerie, musica?
Certo, ci sono molti libri disponibili a Gaza, ma ovviamente a causa dell’assedio sono tutti molto costosi. Perché non è permesso ai giovani di partecipare a programmi di scambio culturale? Questo aiuterebbe molto ad aprirsi la mente, a conoscere maggiormente altre culture, ad avere più libertà. Qui ci sono tanti artisti e giovani creativi, non immagini quanti, perché non possono mai esporre e far conoscere le loro opere all’estero? Possono soltanto, a volte, partecipare a conferenze via Skype o fare video delle loro opere. I giovani e gli artisti palestinesi stanno provando a sfidare l’assedio con Internet, i social media, perché vogliamo conoscere, siamo un popolo che ama la vita, vogliamo trasmettere i nostri messaggi alla gente in molte forme. Anche il mio blog è un modo di sfidare l’assedio: difficilmente posso viaggiare e andare all’estero, mostrare personalmente i miei pezzi sulla Palestina per diffondere consapevolezza, ma posso farlo tramite Internet, attraverso il mio blog posso rompere l’assedio e mostrare le ingiustizie che subiamo quotidianamente.

Molti dei soggetti dei tuoi disegni sono bambini, che guardano direttamente negli occhi chi li osserva. Pensi che i bambini siano un modo efficace per esprimere ciò che vedi?
I bambini sono un simbolo di innocenza e sono anche i più colpiti in Palestina, quelli che soffrono di più in questa situazione di paura, insicurezza, terrore. Inoltre i bambini per me rappresentano la continuità della lotta e quindi un motivo di speranza, per il continuare della ricerca di giustizia, libertà, sicurezza. Disegnare bambini è un modo di mettere in evidenza come, nonostante la generazione della Nakba stia pian piano morendo, la lotta dei palestinesi non finisce. I bambini sono quelli che continueranno la lotta, come tutti noi, sulla base dei nostri principi nazionali come il diritto al ritorno: ad esempio, se mia nonna è morta senza veder realizzato il suo sogno del ritorno, forse io ci riuscirò e se non ci riuscirò io forse ci riusciranno i miei figli. È una lotta che non finirà mai, fin quando non prevarrà la giustizia.

Un post sul tuo blog che mi ha molto colpito è un tuo post più personale, sul tuo compleanno, che si chiudeva con la speranza di festeggiare, l’anno prossimo, in una Palestina libera. Quindi è una speranza che continua, nonostante tutto?
La nostra vita, la mia vita, è piena di speranza. Questo è quello che nutre le mie motivazioni, quello che mi spinge ad andare avanti, a continuare a combattere per superare tutte le difficili situazioni, senza speranza non potremmo andare avanti.

Vittorio Arrigonidi Shahd Abusalama

Vittorio Arrigoni
di Shahd Abusalama

Hai realizzato due intensi ritratti di Vittorio Arrigoni, uno dei quali compare nel videoclip della band hip-hop di Gaza Darg Team, nella canzone Onadekom a lui dedicata. Che cosa rappresentava Vittorio per il popolo palestinese e di Gaza in particolare?
Vittorio era l’umano, un essere realmente umano per noi, un combattente che era pronto a sacrificare la vita per altre persone che erano molto lontane dal suo paese e a lottare per la loro vita, i loro diritti di libertà, giustizia, dignità, era un simbolo di coraggio, molto onesto. Aveva fede nella nostra richiesta di giustizia e l’ha dimostrato in molti modi, andando con i contadini nelle zone cuscinetto. I soldati israeliani sparavano ogni volta, ma lui insisteva ad andarci per salvaguardare il diritto dei contadini di lavorare le loro terre, per dare loro un supporto internazionale, anche se con l’uccisione di Rachel Corrie e di Tom Hurndall in passato, si sapeva che quando i soldati sparavano non distinguevano tra un palestinese e un internazionale. Quando andava coi contadini sapeva che forse poteva non tornare più, ma non smetteva di farlo perché aveva speranza, e pensava che andando con loro sarebbe diminuito il pericolo per tutti. Quando accompagnava i pescatori, a cui non è permesso pescare oltre tre miglia nel nostro mare, sapeva che i soldati israeliani avrebbero potuto sparargli o arrestarlo, ma lui aveva fede ed era pronto a dedicare la vita per ciò in cui credeva. Se ci fossero più persone come Vittorio forse vivremmo in un mondo migliore.

Una volta scrivesti sul tuo blog che non puoi separare la tua vita personale dalla vita politica, perché tutta la tua vita è politica. Puoi spiegarlo?
Ogni aspetto della nostra vita personale è connesso con la nostra lotta e le nostre sofferenze a causa dell’occupazione. Una famiglia riunita per cena è costretta a parlare molto spesso di notizie relative all’occupazione, sulla Palestina, e magari lo fa al buio perché manca l’elettricità, dato che i continui blackout sono una delle maggiori conseguenze dell’assedio. Ci sono stati anche molti incidenti causati da generatori, o incendi causati da candele, accese perché manca la luce. Facciamo quotidianamente campagne, anche tramite i social media, recentemente sui prigionieri in sciopero della fame, andiamo una volta alla settimana in una tenda davanti alla sede della Croce Rossa dove c’è un presidio di solidarietà con i prigionieri. Non è possibile separare la vita personale dalla vita politica. Da studente a volte devo viaggiare ed è una tortura, per la situazione che si crea ogni volta al valico di Rafah, con i permessi e tutto il resto. Noi ridiamo del fatto che non respiriamo aria, respiriamo politica. La politica e la lotta sono i principali aspetti delle nostre vite.

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3 pensieri su “Un blog per rompere l’assedio a Gaza – intervista a Shahd Abusalama, autrice di “Palestine from my eyes”

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