Bomba libera tutti – Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

Bomba libera tutti – Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari è un documentario girato in una quarta elementare di Pistoia da Pina Caporaso e Daniele Lazzara, una maestra e un videomaker. I bambini e le bambine della classe discutono delle differenze tra maschi e femmine, vissute a scuola e in famiglia o viste in tv e degli stereotipi di genere che vivono sulla propria pelle e interiorizzano. Ne parliamo con Pina Caporaso.

Ci spieghi come è nata l’idea di questo progetto?

In parte da una riflessione nella mia classe e in parte dal fatto che nella scuola in cui lavoro ci sono insegnanti che avevano già approcciato un lavoro sull’identità di genere, nell’ambito di una riflessione più generale sull’identità personale, culturale, sociale. Il documentario e il progetto hanno avuto l’obiettivo di mostrare che è possibile lavorare su questo contenuto come se fosse un “tema”, un argomento specifico; al tempo stesso però per la sua natura questo non è un argomento ma è qualcosa che attraversa tutta la tua presenza come insegnante in classe e quindi la tua relazione con i bambini e le bambine.

bombaCi puoi fare degli esempi di come agiscono gli stereotipi di genere nella vita quotidiana in classe?

Una cosa che si fa sempre alle scuole elementari è organizzare degli incarichi, l’aiutante, l’ecologico, il bibliotecario, il tecnico e così via e bisogna passarli un po’ al vaglio, altrimenti si tende ad attribuire ai maschi alcuni ruoli, ad esempio quello che ne capisce un po’ di computer fa il tecnico, oppure l’ecologica diventa subito la bimba che si propone dicendo “pulisco io, fo io!”, oppure quando un bambino sta male, con un po’ di febbre, e c’è qualcuno che lo deve accompagnare, di solito si propongono sempre le bambine. Proporre invece dei bambini per occuparsi anche della cura, del benessere altrui, è una cosa che ai maschi piace moltissimo, per cui abbiamo scoperto in classe tanti massaggiatori, “pranoterapeuti” insospettabili, bambini magari maldestri nella gestione del proprio corpo e delle proprie cose ma che nella relazione con gli altri scoprono una fisicità che ai maschi spesso è negata, d’altro canto le bambine si svincolano da questa immagine della crocerossina. Un altro esempio è quando abbiamo parlato del femminile in grammatica. Io insegno italiano e quella è stata un’occasione d’oro per capire perché ci suonano strani alcuni femminili come quelli legati ad alcune professioni: la sindaca, l’avvocata, l’assessora. Poi, io da subito ho usato la dizione “bambini e bambine” e nessuno l’ha notato come una stranezza.

Un episodio divertente mi è stato raccontato da alcune colleghe riguardo il rapporto con i genitori a scuola, perché spesso quando si verificano problemi legati alla gestione della classe, non tanto dal punto di vista didattico quanto da quello educativo si tendono a coinvolgere le mamme e non i papà, un po’ anche perché i papà sono effettivamente meno presenti. C’era il problema che spesso i maschi facevano la pipì fuori dal water e le insegnanti dopo averlo detto ai bambini più volte hanno chiamato i papà e hanno chiesto loro di parlare con i figli e fargli vedere come si fa la pipì nel water, chiaramente i bambini già lo sanno, però il fatto di confrontarsi con i padri sul “pisello” e come gestirselo per non sporcare il bagno che è di tutti e così via, è stata una piccola prova educativa da parte di questi padri giovani che comunque hanno più voglia che in passato di misurarsi con la crescita dei loro figli.

Sono esempi che forse a chi non vive la scuola quotidianamente non dicono nulla, però un’insegnante lo sa che è questo tipo di relazione che fa la differenza. Spesso poi le bambine non prendono la parola in classe e allora l’insegnante deve scegliere di dare loro la parola per prime, anche nel documentario si vede che nella mia classe c’è un gruppo di bambine che sono un po’ dei carri armati nel parlare, ma non sempre sono state così, sono state incoraggiate a prendere la parola e a rappresentare la loro personalità.

Nella tua esperienza da insegnante, la divisione “maschi contro femmine” è presente sin dall’inizio della scuola elementare (e dell’infanzia) o si costruisce nel tempo?

Conta molto quello che loro vivono quotidianamente nella vita a scuola ma anche a casa, con le famiglie. Tu puoi anche dire tutti i santi giorni bambini, bambine, i ruoli devono essere condivisi, in modo paritario, però se a casa i ruoli sono rigidamente separati e di condivisione ce n’è ben poca avranno una visione molto più stereotipata anche nelle loro relazioni tra pari, poi chiaramente non c’è solo la famiglia, non c’è solo la scuola ma ci sono tutta una serie di rappresentazioni che non aiutano.

All’inizio del nostro documentario c’è una bambina che dopo una visita a una mostra di arte contemporanea, in cui ci sono tutti artisti maschi mi dice: “Ma allora non è possibile che ci sia un’artista femmina?”. Io ho letto questa sua affermazione con preoccupazione, oddio, l’immaginario è tutto maschile e così via. Ci sono alcune maestre di Milano, del Movimento per l’autoriforma della scuola, autrici tempo fa di un documentario chiamato L’amore che non scordo – Storie di comuni maestre. Loro mi hanno detto che dovevo leggerla al contrario, è il fatto che lei se ne sia accorta che è importante e che ci dà la misura del fatto che le cose sono più in progressione di quello che pensiamo. È vero che l’immaginario è tutto al maschile, anche nei canoni scolastici, tu pensa che nelle ultime indicazioni bibliografiche per prepararsi al concorso per insegnanti di lettere l’unica autrice citata è Elsa Morante, poi le rappresentazioni del femminile che ci sono nei media non c’è bisogno di commentarle, ma nonostante questo queste bambine e questi bambini rimescolano comunque il loro immaginario, questo significa che forse qualche speranza c’è.

Quando bambini e bambine nel documentario parlano delle storie che hanno ascoltato o discutono delle pubblicità televisive, emergono uomini e donne adulti come ai due punti del continuum “interno-esterno” (“le femmine hanno più la passione per pulire la casa, i maschi sono più lavorosi”, “i maschi pensano al telegiornale, alle partite, ai soldi, le femmine vogliono più parlare, stare attente alla famiglia”), ti sembra che anche tra bambini e bambine a scuola ci sia la stessa differenza?

Secondo me no, perché a scuola noi questi ruoli li abbiamo rimescolati parecchio, sinceramente. Ad esempio, accogliamo il pianto di tutti. Tutti hanno diritto a piangere se ne hanno bisogno, necessità e sofferenza e questo è stato importante per aprire il mondo delle emozioni a tutti e a tutte. Il problema dei ruoli non è tanto che non siano giusti, secondo un’etica esterna. I ruoli sono mortificanti quando comprimono tutto il mondo emotivo, sentimentale, dei desideri. Se un bambino o una bambina desiderano essere in un certo modo e questo non li vincola dal punto di vista dell’espressione e della crescita personale va bene, il problema è quando questi ruoli castrano in maniera pericolosa e frustrante le personalità. Questo avviene sia sul piano emotivo per i bambini, che vengono spesso invitati a non esprimere le proprie emozioni, che per le bambine, quando ad esempio viene loro detto di non fare i maschiacci, di contenere una certa vitalità. Noi in classe questa cosa l’abbiamo nel tempo aperta e scompaginata, ritornando al caso del computer, abbiamo in classe bambine molto portate, che lo usano per fare schemi e lavori che servono per tutta la classe e quindi già lo stereotipo della tecnologia legato al maschile si smonta. Il fatto che tutti e tutte possano dire quello che pensano e che provano aiuta a rimescolare questi due mondi, quell’interno ed esterno che nel modo in cui vengono rappresentati i generi è completamente separato e produce danni molto grossi.

Come hanno reagito le famiglie al progetto svolto?

Noi abbiamo avuto un feedback con i genitori che è stato un po’ ondivago: in alcuni addirittura entusiastico e questo non era affatto scontato, anche perché l’immagine dei papà esce in modo non proprio stupendo, papà ai quali bambine e bambini sono piuttosto legati però risultano un po’ assenti nella cura e nella gestione domestica, ma ci hanno comunque ringraziate perché intanto hanno visto come stanno i bambini e le bambine a scuola e spesso i genitori non se lo immaginano: noi abbiamo fatto un documentario anche per far vedere cosa si fa in queste quattro mura per otto ore al giorno. Poi un paio di genitori ci hanno detto che sono andati in crisi sentendo soprattutto le figlie rappresentarli in questo modo. Uno ci ha detto che lui non si sentiva così, però aveva approfittato del documentario per discuterne con la figlia, quindi alcuni di loro si sono messi in discussione. Un altro ha detto: “Mia figlia ha ragione a vedermi così perché è vero che io sono assente”, non era contento, ce lo ha detto con una certa sofferenza però ringraziandoci per aver sollevato la questione anche fra le sue mura domestiche.

Nel documentario si sottolinea come attualmente progetti del genere, lavori in piccolo gruppo, tempi di discussione e di lavoro distesi e dilatati sono sempre più difficili. Ci spieghi perché?

Uno dei problemi più grandi che abbiamo a scuola è quello dei tempi. Si potrebbe dire ma come, col tempo pieno, otto ore, stanno tutto il giorno a scuola, come fate a non avere tempo? La scuola tendenzialmente e forse inesorabilmente pare trasformarsi in una scuola dell’accelerazione, di cui i famosi test Invalsi sono un aspetto evidente. Io a volte vedo l’ansia che hanno le insegnanti e gli insegnanti di questo non potersi prendere il tempo del pensiero, che invece ha i suoi tempi! Forse anche il tempo dell’attesa, perché un pensiero non si può generare immediatamente: nel documentario si vede proprio questo, sono venute fuori cose che erano state per lungo tempo in gestazione, erano state accennate, trasformate, poi lasciate lì a depositarsi con un po’ di polvere, rispolverate e ritirate fuori, con il tempo. Nel momento in cui non ci sono più le compresenze, non hai la possibilità di lavorare in piccoli gruppi, sei costretta a fare lezioni frontali a 26 alunni, poi fai i tripli salti mortali per farlo il meno possibile, ma diventa prevalentemente una didattica frontale che è quanto di più inefficace c’è con i bambini.

Ci manca anche la possibilità dello scambio con le colleghe e quindi il lavoro dell’insegnante si parcellizza sempre di più e quell’idea del lavoro in team, che era la forza della scuola elementare italiana viene meno. Per non parlare poi di tutti gli aspetti di carattere più strutturale, degli edifici dalla struttura concentrazionaria: quando hai messo 26 bambini in uno spazio talmente piccolo per otto ore al giorno, non possiamo pensare che non abbia delle ripercussioni sull’espressione, sul corpo, sul movimento, sulle capacità d’apprendimento. La cosa divertente è che in questo processo di massificazione così forte arriva il ministero e ti dice che devi fare il piano didattico personalizzato per il bambino o la bambina con handicap, il bambino o la bambina con disturbi d’apprendimento, ora in Toscana c’è addirittura il Piano per la Gestione della Diversità, io mi chiedo come pensano che con l’organizzazione scolastica che ci stanno proponendo si possa personalizzare l’apprendimento? C’è una schizofrenia enorme secondo me in questo approccio.

Bomba libera tutti verrà proiettato venerdì 8 marzo alle 20 al Circolo Arci Belleville in via Guglielmo Albimonte 10 a Roma prima del reading di Laspro.

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4 pensieri su “Bomba libera tutti – Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

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