Perché non voto, senza tanti sbrodolamenti

Perché la Palestina mi ha insegnato una cosa. Che quando c’è l’oppressione non serve veramente a nulla cercare di mitigarla. E che se non pensi alle possibilità più irrealistiche diventi scemo. Provaci tu a vivere sperando che potrete vivere un giorno insieme e in pace con quelli con cui vi siete fatti la guerra per 65 anni.

L’oppressione che viviamo noi non è la stessa, per fortuna. Ma è altrettanto pervasiva, onnipresente. Totalitaria. Quando un sistema si presenta non con un nome o una faccia vuol dire che si pone come ineluttabilità. Non si fa chiamare capitalismo, nemmeno neoliberismo. Magari si fa chiamare crisi, debito. Invisibile nei suoi meccanismi, come un cielo dipinto sul fondale. Quindi non colpibile, non individuabile, indistruttibile, indiscutibile. Con i suoi riti, i suoi meccanismi. La legge, la protesta, la concertazione, le elezioni. Tanti giochetti con cui passare il tempo.

Passano gli anni e non cambia nulla. Stavi lì aspettando, nemmeno te ne sei accorto, sono passati quanti, dieci, quindici, venti anni?

E chi ha il potere ha sempre il potere. E la mobilità sociale è un sogno defunto anni fa, lo dice la signora che fa le pulizie a scuola. E ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalle bollette. E le menti peggiori, pure, ma forse meno.

Dice, ma che c’entra con le elezioni. C’entra. Stai a vedere che votare cambia qualcosa? Centrodestra, centrosinistra e centro sono quelli che hanno governato negli ultimi vent’anni (anche se il centrosinistra fa di tutto per far passare il frame del ventennio berlusconiano, ma non è vero; a fine anni ’90 ha governato il centrosinistra e ha fatto bei danni, la concertazione, i pacchetti Treu e le maggiori privatizzazioni vengono da là); tutti stanno nel quadro di compatibilità europeo e sostengono l’applicazione del fiscal compact, ovvero la cessione di sovranità, non sovranità nazionale a istituzioni europee che mi potrebbe andare pure bene, ma di sovranità finanziaria e decisionale, politica, a organismi di revisione dei conti. Ma di che parlate allora? Qual è la vostra funzione?

Rivoluzione Civile. Voto di testimonianza. Un voto che servirebbe a rivitalizzare concetti di sinistra altrimenti senza rappresentanza, ma che di sicuro non si candida a governare. E allora, se testimonianza deve essere, devono essere davvero spese belle parole, promesse belle lotte, presentate belle persone. E invece, Diliberto, Bonelli, Giardullo, Di Pietro. Vabbè.

Grillo, no. Perché i capi carismatici non devono esistere. Perché ti ottenebrano il cervello che forse è l’unica cosa buona che ci è rimasta.

Perché ce ne servirà, come sempre, di cervello da usare. Perché non è che le scelte politiche si fanno una volta ogni tot anni, quando ti chiamano alle elezioni. Io alle elezioni ci sono pure andato, svariate volte. Ma non è una cosa drammatica, andarci o non andarci. Il più delle volte che sono andato a votare era, anche, perché magari in quel periodo non facevo altro tipo di attività e quindi, dicevo, vabbé almeno vado a votare.

Ora, di cose ne faccio, politiche, contribuisco a creare reti, relazioni, ragionamenti, progetti. Tra le cose che faccio, ci sta questa di non andare a votare (curioso, il non fare una cosa come azione, molto zen) – certo, non mi metto a fare il propagandista dell’astensionismo, o forse sì, solo un pochino. Perché il dato che ci arriverà lunedì pomeriggio – quanti non sono andati a votare, più o meno delle altre volte? – arriverà pure ad altri, qui in Europa, altri che stanno conducendo lotte, ragionamenti, progetti.

Perché come in Palestina continuano a credere di poter vivere un giorno in una Palestina libera, con la giustizia, la dignità e l’uguaglianza – obiettivi utopici in un presente di oppressione, apartheid e pulizia etnica, nemmeno riconosciuto come tale a livello internazionale – così non posso vivere senza credere di vivere non nel paradisinterra, ma in un posto in cui la sopravvivenza materiale non occupi la priorità delle occupazioni delle persone, dove la creatività e la conoscenza sono una risorsa da usare con gioia e dove la libertà non è qualcosa che va governata.

Per questo non lo so bene che bisogna fare, di sicuro ci dobbiamo liberare di questa cappa scura della crisi e del debito, che tutti i chieditori di voto agitano come drappo da sventolare davanti al toro. Una volta sono stato a una corrida. Sapete come fa il toro a salvarsi? Quando svicola e ignora il drappo. E si cerca la strada sua.

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3 pensieri su “Perché non voto, senza tanti sbrodolamenti

  1. Post utopico. Accostamento con la situazione palestinese non proprio pertinente. Per nulla, anzi.
    “… di sicuro ci dobbiamo liberare di questa cappa scura della crisi e del debito”
    Come, aggrappandosi a qualche utopia? Capisco la legge elettorale antidemocratica con la quale si svolgono queste elezioni ma mettiti in testa che saranno proprio quei nomi che hai schifato che ci (e ti) governeranno. Uno è libero di non votare, ovvio, ma non ottiene nulla se non il procrastinarsi di una sterile e passiva immobilità; per questo quel “non fare una cosa come azione” non è affatto zen, perché non porta alcun beneficio a chicchessia ma delega agli altri (che è la vera cosa deplorevole). Non far nulla, in questo caso, significa proprio non far nulla. Scusami ma sentivo il bisogno d’essere sincero.

  2. Cos’è l’utopia? E’ un concetto astratto che ci siamo imposti per avvalerci della comoda facoltà di delegare, forte caratteristica della passività, e quindi di non fare nulla. Crediamo davvero che scegliere l’ennesimo leader di turno significhi fare qualcosa, o essere attivi? Se lo crediamo è utopia. Mentre lavorare sul campo per progetti comuni, cercando di collegare reti e relazioni, senza delegare, è politica, attiva, anche molto pragmatica se vogliamo, dunque tutto il contrario dell’utopia. L’utopia è essere convinti di partecipare a un cambimento eleggendo una nuova classe politica, e sottolineo classe. E non solo è utopico ma è anche e soprattutto, come la storia c’insegna, deleterio per l’elettore. Questo secondo il mio umile punto di vista, naturalmente. Forse non andare a votare non sarà proprio zen, ma non è neppure non fare niente. Per me non votare è un’azione, e di fatto non delego nessuno (quindi è chiaro che mi sono astenuto), non mi crogiolo nell’attesa della realizzazione di programmi astratti e volutamente contorti. Sebbene le gambe ci conducano all’interno di una cabina elettorale, restiamo immobili nell’atroce confusione scaturita dalla propaganda, o accecati da qualche strana forma di fanatismo.
    Per il resto, andando più a toccare il post, forse il riferimento alla Palestina non è molto pertinente ma mi trovo pienamente d’accordo su un punto in particolare, a mio avviso rilevante: i capi carismatici non devono esistere, non possiamo farci rappresentare da loro, perché rischiamo di rimuovere il nostro pensiero. E la nostra azione.

  3. Allora cerco di spostarmi un po’ sull’asse del continuum utopico-pragmatico. Ho 37 anni, ho partecipato-assistito alle elezioni politiche italiane del 1994, 1996, 2001, 2006, 2008. Due volte ha vinto il centrosinistra, tre volte ha vinto il centrodestra. Ma se guardo indietro a questi anni non trovo discontinuità o grandi differenze tra un anno e l’altro, dal punto di vista sociale e politico, ma un progressivo scivolamento dei diritti (e dei profitti) dalla parte del lavoro a quella del capitale, e la fine del lavoro come luogo dove poter organizzare lotte.
    Aggiungici l’uso normalizzato della guerra come strumento della politica estera.
    E sono processi che vediamo in tutta l’Europa.
    Quindi, sarà lecito pensare, da vero pragmatista, che se fai una cosa 1, 2, 3, 4, 5 volte e non funziona, la volta dopo, anche se continuano a dirti “no ma stavolta è diverso!”, non ti fidi più?
    Che quei processi vengono messi in pratica in luoghi decisionali diversi da quelli che vi sarebbero istituzionalmente delegati? E che quindi quella democrazia rappresentativa, se mai ha funzionato, è in crisi da vent’anni, ed è una maschera al fatto che le decisioni che contano vengono prese altrove, indipendentemente da chi c’è al governo (o meglio, anche in base a chi c’è al governo si mutano le tattiche per arrivare a raggiungere gli stessi obiettivi).
    Come obiettivo politico, i movimenti che si oppongono alla crisi (che non possono che essere anticapitalisti, secondo me) dovrebbero porsi anche la questione del funzionamento della democrazia rappresentativa. E non si tratta di una legge elettorale da cambiare.
    Certo, non si tratta solo di non votare. È curioso però che chi esplicita il suo non voto (con una presa di posizione pubblica, con nome e cognome, che viene letta da centinaia di persone, che parla di politica, quindi è politica) venga tacciato di impoliticità e delega, come se non ci fosse differenza con chi non vota perché indifferente alla politica.
    Il non voto, a livello individuale, va considerato nel contesto di partecipazione a scioperi, manifestazioni, realizzazione di iniziative, raccolte fondi, diffusione di testi, eccetera. Cioè, attività politica, non delegata.
    Non vorrei generalizzare, ma molto spesso chi accusa di impoliticità e di indifferenza chi non vota, la politica e la partecipazione la esercita solo nel momento delle elezioni, o nel farsi spettatore dei dibattiti televisivi.
    Riguardo alla Palestina: li ho citati perché loro mi hanno ricordato quanto è pragmatico essere utopici, cioè immaginare un futuro che, allo stato delle cose, sarebbe inimmaginabile. Se così non facessero, per loro non ci sarebbe che farsi esplodere. Per noi non si tratta di questo, ma è l’immaginazione che ci rende non rassegnati a un presente in cui la scelta è tra la crisi di destra o la crisi di sinistra, o affidarci fideisticamente a un leader o all’altro.

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